Contro le morti sul lavoro serve l’intervento pubblico

Circa 3: il numero medio giornaliero di morti sul lavoro dal 2015 al 2019. 

Da anni la politica rimane inerme di fronte a queste morti, salvo poi il riaccendersi di un tiepido lume di coscienza quando arrivano – una dietro l’altra – le notizie di drammi sul lavoro. Dalla 22-ennne Luana d’Orazio, a Christian Martinelli di 49 anni il giorno successivo, e poi ancora a Gubbio dove hanno perso la vita il 19-enne Samuel Cuffaro ed Elisabetta D’Innocenzo, e si potrebbe continuare allungando la lista delle morti fino a 185, ossia il numero di morti sul lavoro nel primo trimestre 2021.  

Concentrandosi brevemente sui dati, escludendo l’effetto pandemico, dal 2015 l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro riporta un totale di morti ben superiore ai 1.000 casi annuali, di cui meno del 40% è “in itinere” (quei decessi che avvengono mentre ci si reca al lavoro). Di fronte a questi numeri sorge spontaneo chiedersi se queste morti sono “naturali” e quindi moralmente accettabili, o forse evitabili, e quindi non degne di un Paese che si definisce avanzato

Data l’ignavia che contraddistingue gli schieramenti politici da destra a sinistra, la risposta a questo dramma pare sia stata fissare una normativa con obblighi e doveri di lavoratori e datori di lavoro (il Testo Unico – decreto legislativo n. 81/08), delegandone alla responsabilità individuale l’effettiva applicazione. A confermare questa posizione sono i numeri relativi alle risorse dell’Ispettorato del Lavoro, la cui dotazione di personale è in caduta libera: quasi 900 unità in meno dal 2017 al 2019 (di questi 346 sono ispettori, ad oggi solamente 2.561). 

Nel 2018 Istat rileva che il numero di imprese attive in Italia è pari a circa 4 milioni e mezzo, con più di 17 milioni di addetti; anche considerando le sole imprese operanti nel settore edile (493.000) – dove maggiormente si concentra l’attività ispettiva – le risorse dell’Ispettorato sono totalmente insufficienti. Infatti, nel 2019 l’azione di vigilanza in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro ha coinvolto circa 19.000 aziende: lo 0.5% del totale delle imprese attive nel 2018. 

Delle aziende ispezionate, l’86% ha riportato irregolarità sia penali che amministrative. Nello specifico, il rapporto annuale per l’anno 2019 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro riporta come il 51% di questi illeciti riguardi le disposizioni previste dal d.lgs. 81/08 in tema di lavori in quota e nelle costruzioni, mentre un 33% di illeciti riguardi le disposizioni generali in materia di sicurezza sul lavoro. 

In questo senso, risulta evidente come l’azione politica sia del tutto inefficace e incompiuta: le risorse risultano totalmente inadeguate per il corretto espletamento dell’attività ispettiva, e così si lasciano libere le “forze del mercato” di decidere se e in che misura adeguarsi alla legislazione vigente. Le aziende fanno un semplice calcolo probabilistico: se non si dedicano X risorse all’attuazione delle norme di sicurezza si avrà un maggior profitto pari ad X con probabilità p, ed una sanzione amministrativa o penale con probabilità 1-p. Date le scarse risorse ispettive, questa probabilità 1-p tende ad essere sempre più bassa. L’attività di messa in sicurezza dei lavoratori, di formazione e di controllo della produzione sono dei costi e come tali vanno minimizzati, anche al costo di accettare 3 morti giornalieri se è possibile garantirsi profitti maggiori: è il mercato, bellezza. E il mercato non è morale. 

Nella sua amoralità, però, si può e si deve gridare – usando le parole di Friedriech Engels in “La situazione della classe operaia in Inghilterra” – che “se la società sa e permette che queste migliaia di individui devono cadere vittime di tali condizioni e lascia persistere la cosa, questo è un assassinio premeditato, […] soltanto più perfido e celato poiché non se ne vede l’autore, perché è l’opera di tutti e di nessuno, perchè la morte della vittima sembra naturale e perchè è meno un peccato di azione o piuttosto un peccato di omissione”. 

Sicuramente le condizioni materiali di sicurezza e salute rispetto al tempo di Engels si sono radicalmente evolute, ma l’antropologia e la genesi dell’azione capitalistica rimane immutata;  è necessario non lasciare inattuate le disposizioni legislative, come d’altronde i proclami politici-sindacali che seguono le notizie dei morti sul lavoro, e risolvere finalmente il peccato di omissione. 

Studente PhD presso l'Università Pompeu Fabra di Barcellona. Ricerca su temi di disuguaglianza, mobilità intergenerazionale e stratificazione sociale.

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