Si pensa al ponte sullo Stretto, ma i siciliani viaggiano ancora in terza classe

ponte sullo stretto

Dopo la lunga discussione sul Recovery Fund, si è cominciato a parlare del cosiddetto Recovery Plan, ovvero, il piano che, attraverso prestiti e contribuiti dell’Unione Europea, dovrebbe risollevare il Paese dalle macerie del coronavirus. Ed è riemersa la questione del ponte sullo Stretto.

Facciamo prima il punto della situazione. Il beneficio netto che l’Italia potrebbe ricavare dal fondo per la ripresa si aggira intorno ai 30–50 miliardi, una cifra insignificante da un punto di vista macroeconomico e di cui ancora non c’è traccia. Il nostro Paese, infatti, prima di accedere ai finanziamenti dovrà varare un piano nel quale illustrerà il programma di politica economica con cui intende fronteggiare la crisi causata dall’insorgere della pandemia. Approvato il piano, se Bruxelles ci concedesse un anticipo, l’Italia otterrebbe una parte dei contributi soltanto il prossimo anno, nel caso opposto i tempi potrebbero rivelarsi molto più lunghi.

Nonostante questi ritardi – frutto dell’ennesimo fallimento europeo – si spera che il governo, una volta ottenuti i finanziamenti, riesca a programmare la spesa in maniera efficiente, sebbene la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli stia cercando di vanificare ogni briciola del nostro fragile ottimismo. Giusto qualche settimana fa, infatti, la ministra ha spiegato di voler riprendere il progetto del ponte sullo Stretto e inserirlo tra le proposte del piano che il governo presenterà a Bruxelles. Come se non bastasse, il 2 settembre De Micheli ha deciso di rincarare la dose, pubblicando queste poche righe sul suo profilo Twitter:

Dunque, ritorna in scena il tema del ponte sullo Stretto, arricchito però da un particolare innovativo: quello della pista ciclabile. Al di là dell’affermazione tragicamente comica, in un momento in cui si discute tanto del numero dei parlamentari appare molto più necessaria una riflessione che si concentri sulla qualità della classe politica italiana. Soprattutto se le parole sopracitate sono state pronunciate dalla ministra delle Infrastrutture che, al contrario di quanto sembra, dovrebbe conoscere la realtà siciliana e sapere – per esempio – che un trapanese, prima di attraversare il ponte, dovrebbe viaggiare per 9-11 ore su un treno regionale con tanto di cambi e bus sostituivi.

In altre parole, la rete ferroviaria siciliana è ormai al collasso, nel giro di pochi anni molte stazioni sono state chiuse e assieme ad esse sono scomparsi decine di collegamenti, rendendo gli spostamenti regionali più difficili di quelli internazionali. Stessa sorte per i collegamenti autostradali, di cui la Sicilia centro-meridionale risulta completamente sprovvista.

Ecco perché le affermazioni della ministra rappresentano un pugno allo stomaco per quei siciliani che ogni giorno si spostano da una città all’altra tra mille difficoltà e, più in generale, per tutti gli abitanti dell’isola vittime di innumerevoli disagi. Il ponte sullo Stretto è un’offesa per le mamme di Lampedusa o Pantelleria che, prive di un punto nascita, sono costrette a partorire lontane dai loro affetti; per tutte le persone costrette a curarsi altrove; per i ragazzi che studiano in palazzi vecchi e fatiscenti; per gli universitari fuori sede che, pur risultando idonei, non hanno accesso al posto letto… Insomma, esiste un elenco infinto di persone che necessitano di maggiori attenzioni e di cui il governo continua a non curarsi.

A questo punto, l’insistenza con cui periodicamente riemerge il dibattito sul ponte, fa nascere il sospetto che la politica stia cercando di garantire l’interesse dei soliti pochi che dalla realizzazione dell’infrastruttura potrebbero trarre enormi vantaggi. Quest’ipotesi, seppur relegata nei confini dell’indeterminatezza (dato che il progetto è ancora tutto da definire), risulta alquanto plausibile. La storia, infatti, ci ricorda che la Società Stretto di Messina S.p.A. (società pubblica, oggi in liquidazione, costituita con l’obiettivo di realizzare e gestire il collegamento tra Sicilia e Calabria), nel 2005 appaltò l’opera del ponte ad Eurolink S.C.p.A, un consorzio collegato al gruppo Impregilo (oggi Webuild S.p.A), da sempre attivo nel settore delle costruzioni, mentre il gruppo statunitense Pearson Transportation fu scelto come consulente del progetto. Due società che avrebbero conseguito lauti guadagni se il progetto fosse andato in porto.  

Proprio per questa ragione, la mobilitazione contro la costruzione del ponte sullo Stretto non è un’opposizione nei confronti dello sviluppo del Paese, ma una questione di classe. Si tratta di migliaia di persone costrette alla diaspora, che oggi si oppongono all’ennesimo tentativo di sottomissione da parte di chi occupa i piani alti della piramide sociale. Dunque, se da un lato il ponte rappresenta una ghiotta occasione per una buona parte della classe industriale ed imprenditoriale, dall’altro non risponde alle esigenze della maggioranza dei siciliani, i quali, dopo la realizzazione dell’infrastruttura si ritroverebbero più vicini al Continente ma comunque distanti tra loro e con gli stessi disagi.

È da questo conflitto che si alza il grido dei No Ponte, un grido di chi sa che continuerà a viaggiare in terza classe, mentre qualcun altro sarà riuscito a pagarsi l’ennesimo volo su un jet privato.

Sicano in ostaggio a Roma, laureato in Scienze Economiche e amante della birra (doppio malto alla Bersani). Nel tempo libero mi dedico alla ricerca della terra promessa.

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