I fallimenti dell’economia mainstream sulla crisi climatica

Questo articolo inaugura la serie di approfondimenti in collaborazione con Climate Open Platform, in preparazione alla COP26 di Glasgow.

L’8 agosto 2021 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha pubblicato un preoccupante report sulla crisi climatica. L’analisi e i risultati riportati hanno provocato non poco tumulto, tant’è che nei giorni successivi le principali testate giornalistiche hanno dovuto tutte dedicare spazio alla crisi più silenziosa della nostra generazione, quella climatica. Alla nostra generazione tocca infatti l’arduo compito che Camus affibbiava alla sua: non cambiare il mondo, ma salvarlo.

Nonostante l’attività economica sia tra le principali responsabili della crisi climatica, la disciplina economica tradizionalmente fatica a proporre soluzioni o analisi che riflettono la gravità della crisi. Le posizioni caute e spesso conservatrici formulate dagli economisti sono giustificate da un assetto teorico e modellistico mainstream scorretto, in cui i danni della crisi climatica sono sottostimati e i costi necessari per mitigarla sovrastimati.

L’attività economica umana, dalla rivoluzione industriale alla globalizzazione, è avanzata senza che ne venissero considerati gli impatti ambientali. Negli anni, le opinioni degli economisti si sono legate sempre più strettamente alla teoria e ai modelli economici, spesso trincerandosi dietro la matematica più pura quando i modelli sembravano in contrasto con la realtà dei fatti. La politica, d’altra parte, si è sempre più spesso affidata a queste per informare le proprie scelte.

Seguendo le attuali politiche di mitigazione del cambiamento climatico, la temperatura globale aumenterà oltre i 2 gradi entro il 2100, rendendo alcune parti del mondo invivibili. Economia e clima sono profondamente interconnesse, e dovrebbe essere un interesse anche economico preservare l’ecosistema Terra. Perché finora la politica è stata invece così timida nell’affrontare la crisi climatica? Come mai invece economisti e policymaker hanno sostenuto per anni che la risposta a questa crisi avrebbe potuto essere graduale, senza grossi cambiamenti nei sistemi produttivi e stili di vita? 

Si può discutere sul ruolo della politica e delle lobby nell’influenzare la ricerca, e sul ruolo della teoria economica nell’influenzare la politica, ma il risultato è l’insufficienza della teoria economica mainstream nel trattare questioni ambientali: si limita infatti a inserire la sostenibilità come vincolo nel problema di ottimizzazione. Il greenwashing applicato all’economia.

Innanzitutto, la quantità di ricerca economica sulla crisi climatica è estremamente limitata: in un articolo del 2019, Andrew Oswald e Nicholas Stern hanno stimato che lo 0,074% degli articoli pubblicati su riviste di economia trattano di cambiamento climatico. La disciplina economica sembra bloccata in studi di fenomeni caratterizzati da una tendenza all’equilibrio e isolati da qualunque interazione col mondo esterno. Basti pensare ai vincitori del premio Nobel 2020, Paul Milgrom e Robert Wilson, premiati per i loro studi sul sistema delle aste.  Dall’altra parte, invece, la crisi climatica è un evento complesso, il cui impatto è globale, i fattori rilevanti svariati e la tendenza all’equilibrio tutt’altro che verosimile.

Nel 2018, l’economista William Nordhaus ha vinto il premio Nobel per l’economia per aver contribuito a “capire come raggiungere una crescita economica sostenibile e sostenuta”, grazie all’introduzione di variabili climatiche all’interno di modelli che studiano la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL). Nonostante le lodi e i riconoscimenti ricevuti, il modello usato da Nordhaus, chiamato DICE, ha una serie di problemi e lacune non indifferenti, raccolti in un interessante articolo di Noah Smith.

Mentre il report dell’IPCC sostiene che è necessario limitare l’aumento della temperatura globale a 1.5°C, nel 2018 Nordhaus riteneva che il target di 3.5°C fosse sufficiente.

Questo risultato deriva da un approccio costi-benefici profondamente difettoso. In primo luogo, il modello sottostima i danni collegati all’innalzamento delle temperature. Poi, si assume che ci sia un trade-off tra i costi e i benefici del contrastare la crisi climatica. Questa ipotesi è erroneamente giustificata da ingenti costi delle tecnologie rinnovabili, che invece stanno diventando sempre più economiche, e dall’idea che riallocare risorse da attività produttive altamente inquinanti ad attività green non sia vantaggioso nel breve termine (Acemoglu e Aghion, 2012).

Su quest’ultimo punto, persino il Fondo Monetario Internazionale (FMI), non proprio l’istituzione più progressista che ci sia, si è espressa a favore di politiche climatiche ambiziose, in quanto (soprattutto nei paesi sviluppati, in cui l’accesso alle risorse è più facile) stimolerebbero la crescita e l’occupazione anche nel breve periodo. Il modello di Nordhaus ipotizza inoltre che alle persone importi molto poco del futuro e che non siano quindi disposte a pagare oggi in beneficio del loro stesso futuro o di quello dei propri figli (la cosiddetta “tragedy of the horizons”).

Questo studio giustifica un approccio “rilassato” alla crisi climatica, incentrato su un’analisi costi-benefici applicata a una serie di problemi altamente compartimentalizzati dal quale non si evince l’entità dei danni sociali, ecologici ed economici che si abbatteranno sull’intero sistema Terra. Le raccomandazioni di policy che derivano naturalmente da un’analisi simile diventano così delle variazioni della cosiddetta carbon tax o incentivi alle imprese senza direzionalità (Acemouglu e Aghion, 2012).

La teoria economica mainstream concepisce il cambiamento climatico come un’esternalità negativa dell’attività economica (un prodotto secondario indesiderato). Se le cause, ovvero i combustibili fossili, vengono prezzati correttamente, si ridurranno automaticamente il loro uso e l’effetto negativo che ne deriva.

Una politica di questo tipo, per quanto idealmente accattivante, non è di facile implementazione a livello globale. La tassa deve essere accostata all’implementazione di politiche protezioniste affinché possa funzionare nei paesi sviluppati, i principali responsabili dello stock di gas serra accumulato fino ad oggi. È fondamentale che i paesi sviluppati non decidano semplicemente di smettere di inquinare nel “proprio giardino”, esternalizzando processi produttivi inquinanti in paesi in via di sviluppo, ai quali devono essere offerte le conoscenze e capacità tecnologiche necessarie per poter ridurre la loro quota di combustibili fossili.

Questi paesi hanno subito per secoli lo sfruttamento da parte dei paesi sviluppati e oggi devono continuare a crescere e migliorare le condizioni di vita della propria popolazione, sarebbe buona cosa se non fossero costretti a farlo con gli stessi, inquinanti, mezzi che ha usato l’Occidente.

Non c’è motivo per continuare ad accettare un’ortodossia economica che non è in grado di rispondere ai problemi del mondo moderno. C’è da chiedersi dove saremmo ora se non fossimo rimasti prigionieri di modelli soggettivi e imprecisi che giustificano il ricorso al libero mercato e scoraggiano una politica industriale mission-oriented e uno Stato innovatore che guidi nella transizione.

Rimane imperativo però che la teoria economica riesca a informare scelte di politica drastiche e progressiste. Delle alternative esistono: numerosi economisti e studiosi stanno lavorando a modelli alternativi, come i modelli stock-flow consistent o quello agent-based, per poter integrare l’attività economica all’interno di un contesto ecologico e suggerire politiche che, oltre alla tassazione, tocchino la produzione industriale, il commercio, la finanza e la politica monetaria. Affinché questi modelli e le raccomandazioni che ne derivano vengano però presi in considerazione dai policymaker, è necessario abbandonare il vecchio paradigma economico di tradizione neoclassica, ormai inutile.


Riferimenti:

Acemoglu, D., Aghion, P., Bursztyn, L., & Hemous, D. (2012). The Environment and Directed Technical Change. The American Economic Review, 102(1), 131-166.

Hansen, T., & Boyce, J. K. (2019, April 4). The disconnect between economics and climate science. The Center for Popular Economics. https://www.populareconomics.org/the-disconnect-between-economics-and-climate-science/.

Oswald, A., & Nicholas Stern. (2019, September 17). Why are economists letting down the world on climate change? VOX, CEPR Policy Portal. https://voxeu.org/article/why-are-economists-letting-down-world-climate-change.

Smith, N. (2021, April 13). Why has climate economics failed us? Noahpinion. https://noahpinion.substack.com/p/why-has-climate-economics-failed.

Ventiquattrenne della provincia di Torino. Dopo la laurea triennale in Economia e Statistica a Torino ha conseguito un master in Economics presso la SOAS a Londra. Si interessa principalmente di cambiamento climatico, disuguaglianze e femminismo.

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