Il falso mito della meritocrazia

La parola “meritocrazia” contiene al suo interno il termine greco krátos, potere, più correttamente “potere sovrano” (Montanari, 2013, p. 1194). Se l’art. 1.2 della Costituzione afferma che “la sovranità appartiene al popolo”, meritocrazia vuol dire che la sovranità appartiene ai meritevoli. Questa prima considerazione mette subito in evidenza il carattere antidemocratico del termine.

Questo nome  ha una genesi piuttosto recente: è stato coniato dallo scrittore e attivista Michael Young nel 1958 nel suo romanzo distopico L’avvento della meritocrazia. Il libro è ambientato in un’Inghilterra che, dopo una rivoluzione, diventa nel 2034 (per una sorta di eterogenesi dei fini) un paese che continua a perpetuare profonde disuguaglianze, ma sotto un altro nome. La popolazione, in base a criteri di quoziente intellettivo e sforzo, è suddivisa in due classi sociali: da una parte i potenti, dall’altra gli immeritevoli.

È negli anni ’80, però, che avviene lo sdoganamento del termine nel mondo anglo-americano, da parte di personaggi di destra (Reagan) e di sinistra (Blair). A tal proposito colpiscono le parole di Michael Young, l’inventore della parola “meritocrazia”. In un articolo del 2001 per il Guardian, rimproverò il primo ministro inglese e un altro membro del governo di essersi allontanati dai valori del laburismo: “Sarebbe utile se Blair eliminasse la parola dal suo vocabolario pubblico, o almeno ne ammettesse il lato negativo. Sarebbe utile ancora di più se lui e il signor Brown prendessero le distanze dalla nuova meritocrazia aumentando le tasse sul reddito dei ricchi” (2001).

Vittorio Pelligra ha parlato di un’illusione meritocratica, che si è presto espansa in tutto l’Occidente: si credeva che fosse possibile ottenere una società efficiente e giusta incoraggiando la competitività. Iconiche le parole pronunciate sulla meritocrazia dall’ex-ministra Bellanova nel 2019: “Chi ce l’ha fatta, ce l’ha fatta per merito e il merito è di sinistra […] il merito è il nostro unico parametro di misura”.

Questa ideologia è particolarmente persuasiva, perché, come sottolineava Pelligra, convince gli stessi oppressi di non meritare l’aiuto dello Stato: “Alcune ricerche condotte recentemente negli USA hanno messo in luce che le fasce della popolazione più contrarie alle politiche redistributive sono quelle che da tali politiche potrebbero trarre maggiore sollievo” (Pelligra, 2021).

Sempre restando negli Stati Uniti, il professore di filosofia morale Michael Sandel, autore del libro La tirannia del merito, ha scritto che, per un americano che aspira a uno status sociale e ad un reddito alto, è indispensabile una laurea quadriennale, conseguita in una delle migliori università della nazione. Si tratta però, come ha evidenziato Andrea Lavazza su Avvenire, di un ascensore sociale mal funzionante: solo un americano su 3 riesce a superare il test d’ingresso e nei college si trovano soprattutto i figli di famiglie ricche della classe dirigente.  

E qual è il rapporto fra meritocrazia e Stato sociale?

A tal riguardo, Luigino Bruni e Paolo Santori hanno dedicato un articolo al convegno L’Illusione del merito, organizzato dall’associazione Heirs (Happiness and Relationships in Economics) e dall’Università di Cardiff. Gli ospiti del convegno hanno sottolineato che “i politici imbevuti di meritocrazia” sono convinti che il mercato premi il merito (tesi smentita da economisti liberali quali Knight, Hayek e Rawls) e sono gli avversari più agguerriti dello Stato sociale (Bruni e Santori, 2021).

È possibile definire lo Stato sociale come “la forma di Stato che ha come obiettivo l’uguaglianza sostanziale, quell’uguaglianza che si ottiene rimuovendo le differenza che impediscono ai cittadini di essere veramente uguali (Groppi e Simoncini, 2017, p. 41). Le politiche welfaristiche, cioè di redistribuzione della ricchezza (salario minimo, tassazione progressiva, sussidio di disoccupazione, reddito di cittadinanza), si giustificano solo nel momento in cui si riconosce che alcuni membri della collettività, formalmente uguali davanti alla legge, si trovano in una situazione di diseguaglianza effettiva: proprio per questo la legge considera il dipendente contraente debole e il datore di lavoro contraente forte.

La nostra Costituzione pone questo obiettivo tra i principi fondamentali: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3.2 Cost.).

Ma l’ideologia meritocratica ha un fascino pericoloso, ben riassunto da un celebre slogan di Obama: “you can make it if you try” (se ci provi ce la puoi fare). Queste parole hanno la parvenza di una profezia religiosa, che rivela la sua natura perversa nel momento in cui andiamo a giudicare l’impegno a partire dai risultati.

Come ha evidenziato Niccolò Biondi, i risultati sono l’unico modo che abbiamo per calcolare il merito: un metodo profondamente imperfetto, che ci dà l’illusione di trovarci in un mondo giusto, dove i poveri sono quelli che non si sono impegnati abbastanza, mentre i ricchi hanno avuto successo perché si sono impegnati veramente. Si tratta di un sillogismo che impedisce anche solo di pensare ad un mondo più equo. “L’illusione del mondo giusto”, scrive Pelligra, è quel fenomeno, studiato dagli psicologi sociali, che ci porta a credere che “le persone generalmente ottengono ciò che si meritano” (Pelligra, 2021).

È possibile scardinare questa ideologia partendo da un dato di fatto: nella realtà gli individui non partono da situazioni iniziali identiche, come ha sottolineato proprio Pelligra in un’intervista a Kritica Economica. Da una parte, l’impegno non è solo una scelta, perché dipende da elementi che sfuggono dal nostro controllo (l’essere nato in una certa famiglia, in un certo paese, in un determinato momento storico), dall’altra, l’autocontrollo e la capacità di impegnarsi necessari per ottenere buoni risultati si formano ben prima dei 6 anni. La competizione è dunque falsata dalla fortuna, senza contare che il mercato potrebbe premiare lavori socialmente dannosi, come quello dello speculatore finanziario.

Come si legittima allora la meritocrazia? 

La generosità dei super ricchi, come ha sottolineato Elena Molinari (2021, p. 3), può essere uno strumento di legittimazione potente agli occhi dell’opinione pubblica, “un cerotto” che impedisce di ridistribuire il potere e il prestigio legato alla ricchezza. Le Fondazioni delle famiglie americane più potenti, infatti, (come Rockefeller, Gates, Buffett), restano vincolate dai desideri e dalle condizioni imposte dai donatori e utilizzano il loro potere lobbistico per opporsi alle misure redistributive che potrebbero intaccare proprio gli interessi delle famiglie di cui prendono il nome.

Lo storico Mikkel Thorup, che considera questa situazione pericolosa per la stessa democrazia, parla di “filantrocapitalismo”. Il rischio per la collettività è quello di affidarsi eccessivamente all’iniziativa privata, appaltando ad essa il welfare State, con risultati tutt’altro che soddisfacenti: si stima che nel 2009 solo il 3% delle donazioni sia andato alle organizzazioni che servono i più bisognosi. Inoltre, nei casi in cui i fondi sono stati destinati ai più svantaggiati si trattava di iniziative di corto respiro (banche alimentari piuttosto che formazione professionale) e inoltre la stragrande maggioranza dei fondi finanzia istituzioni come università, ospedali e organizzazioni artistiche, difficilmente accessibili, negli Stati Uniti, ai più poveri (Molinari, 2021, p.3).

Possiamo concludere citando l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco: “Coloro che sono capaci solo di essere soci creano mondi chiusi… L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità…l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune” (Bergoglio, 2020, p. 108).


Riferimenti:

Bergoglio, J. M. (2020). Fratelli Tutti. Edizioni San Paolo.

Biondi, N. (2021, 9 luglio). L’inganno della meritocrazia al tempo degli influencer. Kritica Economica.  

Bonetti, A. (2020, 27 Dicembre). “La meritocrazia non è un meccanismo di liberazione, ma un’ideologia pericolosa” – Intervista a Vittorio Pelligra. Kritica Economica.  

Bruni, L. , Santori, P. (2021, 5 maggio). La meritocrazia? Un’illusione che giustifica le diseguaglianze. Avvenire.

Groppi, T., Simoncini, A. (2017). Introduzione allo studio del diritto pubblico (4 ed.). Giappichelli Editore.

Lavazza, A. (2021, 19 maggio). Se il trionfo della meritocrazia porta a una società meno equa. Avvenire.  

Molinari, E. (2021, 21 aprile). La nuova filantropia come bisturi dei pronipoti di Rockefeller. L’economia civile (n. 4).

Montanari, F. (2013). GI – Vocabolario della lingua greca (3 ed.). Loescher Editore.

Pelligra. V.  (2020, 6 settembre). Quando una distopia diventa un’utopia: il mito della “meritocrazia” che produce il suo opposto. Il Sole 24 Ore. 

Pelligra, V. (2021, 14 maggio). È illusione di un mondo giusto la trappola della meritocrazia. Avvenire.    

Young, M. (2001, 29 giugno). Down with meritocracy. The Guardian.

È nato nelle Marche, nel 1998. Lì ha frequentato il Liceo Classico Annibal Caro di
Fermo. Ora studia Giurisprudenza all’Università di Macerata. Da quando ha incontrato la Costituzione se ne è innamorato ed è convinto che ci sia ancora molto da fare per realizzare gli obiettivi che in quella Carta sono stati scritti. Crede che la Dottrina sociale della Chiesa sia una fonte inesauribile di saggezza, a cui attingere per costruire un mondo veramente giusto, fraterno ed umano.

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