Formiche e cicale: i falsi miti del debito pubblico

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L’accordo trovato in seno all’Eurogruppo lo scorso 9 aprile per fronteggiare la pandemia dal punto di vista economico ha chiaramente visto prevalere le istanze dei paesi del Nord Europa, da sempre contrari a una mutualizzazione del debito a livello europeo. Questa linea di rigore viene spesso giustificata in seno all’opinione pubblica (con la partecipazione di qualche Quisling locale) con l’incapacità degli stati del Sud Europa di gestire le proprie finanze pubbliche.

Durante la trattativa sui cosiddetti coronabond, molte sono state le critiche mosse nei confronti dell’Italia, accusata d’incapacità nella gestione delle sue finanze, bruciate tra clientele e spesa pubblica improduttiva.

Sembra utile pertanto, alla luce del dibattito attuale, sfatare qualche mito che circonda il nostro debito e la reputazione negativa, spesso pure autoinflittaci, di popolo sprovveduto e incapace. Andiamo ad analizzare le dinamiche del nostro debito pubblico dall’inizio degli anni ’80 e suddividiamolo nelle due principali voci: spesa primaria e spesa per interessi.

L’analisi dei saldi primari del settore pubblico (la differenza tra le entrate delle amministrazioni pubbliche e le loro spese al netto degli interessi) ci mostra un dato abbastanza sorprendente: l’Italia accumula surplus da oltre 20 anni. Gli italiani hanno ricevuto in beni e servizi meno di quanto abbiano versato in tasse. Siamo tra le nazioni europee più “virtuose”.

Al netto degli interessi sul debito la spesa pubblica italiana è salita dal 42,1% del PIL nel 1984 al 42,9% nel 1994. Nello stesso periodo, invece in Europa si passa dal 45,5% al 46,6% mentre nell’Eurozona dal 46,7% al 47,7% (fonte: Ameco).

Allora, com’è possibile che dopo gli anni ’80 il debito pubblico sia lievitatofino a toccare il 130% di PIL nel 2011? L’unico indiziato rimane la spesa per interessi. Cerchiamo di capirci di più. Si possono distinguere due fasi distinte, la prima durante gli anni ’80 con l’adesione allo SME (1979) e il cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro, la seconda nella crisi del debito del 2011.

Dallo SME al 1992 – Il divorzio del 1981 tra Tesoro e Banca d’Italia (atto con cui la Banca d’Italia sostanzialmente smetteva di agire da prestatore di ultima istanza sui titoli italiani) era parte integrante del processo di adesione dell’Italia allo SME.

costo reale debito

Aderendo allo SME l’Italia abbandonò la leva della svalutazione per guadagnare competitività, si accumularono persistenti deficit di partite correnti e si dovettero adottare politiche monetarie restrittive (alti tassi d’interesse) per difendere il cambio. D’altra parte i governi del “CAF” della “Milano da bere” si guardarono dall’adottare politiche fiscali restrittive e la vittima sacrificale di tutto questo fu il debito pubblico. Chiaramente a causa del divorzio i tassi non erano più determinati dagli acquisti della Banca d’Italia: tutto era lasciato in mano ai mercati. I tassi d’interessi reali abbandonarono il loro terreno negativo e la spesa per interessi sul debito passo dal 5% del PIL nel 1979 al 12% nel 1992.

spesa per interessi

Crisi degli spreadL’Italia era passata sostanzialmente indenne dalla prima fase della crisi dei mutui subprime, avendo dei fondamentali macroeconomici più solidi rispetto ad altri Stati europei e una limitata esposizione agli asset tossici. Tuttavia, i ritardi e l’inadeguatezza delle misure europee a sostegno dei titoli dei Paesi della periferia europea, fecero crescere dubbi anche sulla solvibilità dello stato italiano, già gravato da un consistente livello di debito pubblico. I capitali esteri smisero di affluire, i differenziali con i Bund tedeschi aumentarono, così come la conseguente spesa per interessi, in una spirale distruttiva che assieme alle politiche di austerità promosse dal governo Monti portarono il debito pubblico verso il 130% del PIL.

In conclusione, questo breve excursus sul debito pubblico italiano ci dimostra che l’Italia è sempre stata particolarmente ligia alle regole europee sui conti pubblici e il debito pubblico italiano dipende in larga da spesa per interessi e tasso d’interesse applicato, una variabile essenzialmente esogena.

Non si può non concludere tuttavia con una precisazione: l’aver perseguito una linea di disciplina fiscale dagli anno ’90 in poi può di per se non esser stata un vantaggio. Il prezzo di questa strategia infatti è stato una crescente mortificazione della domanda interna, dell’occupazione e della crescita.

Come afferma l’economista Servaas Storm, l’Italia “può ben essere definita la prima della classe dell’Eurozona, in quanto ha radicalmente trasformato la sua politica economica – abbandonando la sua economia mista, riducendo i suoi sistemi sanitario e pensionistico, liberalizzando i sistemi finanziario e industriale, e limitando il controllo democratico e parlamentare sulle sue politiche macroeconomiche”.

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