Esiste un’identità tedesca? Radici e contraddizioni di un popolo

Puntualmente, ogni autunno le principali testate giornalistiche celebrano festanti le ricorrenze della caduta del Muro di Berlino (9 Novembre 1989) e della riunificazione della Germania (3 Ottobre 1990). Dipinte come una straordinaria vittoria della democrazia e della libertà contro le barbarie dei regimi comunisti, sono due eventi con i quali la propaganda liberale instilla facilmente nelle menti meno attente concetti necessari a reggere l’architettura europea, come ad esempio la presunta superiorità morale di una società senza confini.

Per allontanarsi dalla propaganda ed avvicinarsi il più possibile alla realtà, è utile fare un salto nel passato e provare a ricostruire le origini dell’identità tedesca. La Germania ha una storia complessa. L’immaginario collettivo si focalizza eccessivamente sui dodici anni di dittatura nazionalsocialista, dimenticando i dieci secoli intercorsi dalla dinastia ottoniana. La narrazione dominante è molto semplice: in Germania ci fu il nazismo, quindi i tedeschi sono cattivi. Le follie hitleriane vengono trasformate in una caratteristica ontologicamente tedesca. Il motivo per cui nessun tedesco scherza sul proprio recente passato è che vive quel periodo come una colpa, un trauma che mina le radici stesse della sua identità nazionale.

Ma ha senso incolpare il popolo tedesco per i crimini della dittatura nazista? E soprattutto, esiste un’identità tedesca?

Con la fondazione del secondo Reich nel 1871, nel cuore dell’Europa nasce un’enorme potenza militare ed economica. Otto Von Bismarck, dopo aver condotto tre guerre di unificazione, opta per una politica difensiva, conscio del rischio di frammentazioni nella sua nuova creatura. Il suo successore, Kaiser Guglielmo II, calca la mano sul nazionalismo, nella speranza che la “nazione tardiva” [1] recuperi coscienza di sé.

Allo scoppio della Grande Guerra, i tedeschi all’estero sono tanto temuti quanto derisi, e la propaganda avversaria non perde occasione per descriverli come dei militaristi assetati di sangue. A seguito della sconfitta e con la fine della monarchia, l’identità tedesca risulta estremamente fragile, al punto che nemmeno gli intellettuali teutonici riescono a metabolizzare razionalmente la disfatta e recuperare un senso di comunità nazionale. Al contrario, si preferisce optare per la via dell’auto-razzismo. A questo proposito, Ernst Bloch definisce la Germania di quel periodo come “radicalmente cattiva, una nazione egoista e quanto mai assetata di potere“[2], sullo sfondo di un dibattito politico interno passivo rispetto a osservazioni simili.

A dare il colpo di grazia al senso di identità tedesca ci pensano le durissime politiche di austerità di Heinrich Bruning, il cancelliere della fame. Nel 1930, attraverso una riduzione della spesa pubblica del 15%, Bruning fa aumentare la disoccupazione dal 13% al 22,7%, determinando un drastico crollo del Pil. Oltre che a un peggioramento della crisi economica, le politiche di austerità tedesche contribuiscono alla crescita dei consensi di Hitler dal 18% al 33% nell’arco di un solo anno. Alla luce di quanto esposto, è lecito considerare le politiche di austerità di Bruning tra le cause principali dell’ascesa al potere di Hitler – tesi sostenuta dal premio Nobel Paul Krugman, in contrasto con la visione dominante che considera come principale causa l’iperinflazione del 1922-23.

All’indomani della Seconda guerra mondiale, tutti gli intellettuali sono concordi nel sostenere che la disfatta tedesca è totale, e spazia dalla dimensione militare a quella culturale. Per rendersene conto, basti guardare ai titoli delle pubblicazioni più significative uscite di quel periodo: “L’aberrazione di una nazione” di Alexander Abusch, “La distruzione della ragione” di György Lukàcs, “La catastrofe tedesca” di Friedrich Meinecke, “Congedo dal passato” di Alfred Webe . I rigidi processi di Norimberga contro gli ex nazisti hanno lo scopo di convincere gli altri paesi della buona volontà dei tedeschi così da ottenere sostegno dagli alleati e misericordia dagli avversari. Sulle macerie reali ed ideologiche del nazismo si gioca la più importante partita geopolitica del dopoguerra, quella tra Stati Uniti e URSS. La Germania ci arriva con il morale sotto i tacchi, dilaniata da una guerra che ha minato ogni sua certezza.

Stalin nutre molti dubbi sulla risoluzione della questione tedesca tramite l’esportazione del socialismo nella parte orientale della Germania. È infatti  convinto che l’ideologia marxista non possa funzionare in una società come quella tedesca, arrivando a sostenere che il socialismo si adatti ai tedeschi come “la sella alla vacca”, e preferirebbe una Germania unita e neutrale, di stampo democratico-borghese, così da poterla poi portare sotto l’influenza di Mosca e trarre vantaggio dalle sue ricchezze minerarie e industriali.

Nonostante ciò, si creano due repubbliche a sovranità diversamente limitata, la Repubblica Federale di Germania (BRD) e la Repubblica Democratica Tedesca (DDR), inglobate rispettivamente nella sfera di influenza americana e sovietica. Fin da subito vanno a formarsi due schieramenti opposti, che si riflettono sul dibattito intellettuale teutonico. Da una parte i marxisti, che identificano le radici socio-economiche del regime di Hitler nella proprietà privata dei mezzi di produzione e che dunque vedono di buon grado l’espropriazione delle industrie e delle grandi aziende agricole nella parte della Germania occupata da Stalin. Dall’altra parte, nella Germania Federale, si mette in atto un massiccio programma di propaganda per mezzo di radio, stampa e istruzione, con lo scopo di far recepire a tutti i valori fondanti dell’Occidente liberale.

Nel 1958 i sovietici consegnano un ultimatum alle forze alleate, chiedendo loro di ritirare le truppe da Berlino Ovest per trasformarla in città libera. Al contrario, il primo cancelliere tedesco Konrad Adenauer vorrebbe costringere l’URSS a cedere la Germania orientale. La crisi berlinese pare irrisolvibile, al punto da presentarsi la concreta possibilità di un olocausto nucleare, finché i sovietici, nel 1961, iniziano la costruzione del Muro. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti preferiscono dunque trattare con Mosca sul disarmo nucleare e il passaggio ad un clima più disteso, e quindi accettano la spartizione tedesca. L’opinione pubblica rimane disillusa dalla creazione del Muro e teme il verificarsi di nuovi scontri.

Tra i testi più rilevanti per il secondo dopoguerra tedesco troviamo “La situazione dei profughi e la relazione del popolo tedesco con i propri vicini orientali” [2], pubblicato dalla Chiesa evangelica con l’obiettivo di riconoscere la colpa tedesca e rinunciare alle pretese sulla Polonia per gettare le basi di nuovi rapporti diplomatici. Sulla base di quest’opera, il cancelliere Willy Brandt inizia una nuova politica rivolta alla sfera orientale (Ostpolitik), ma l’aver risolto una spinosa questione politica nella dimensione religiosa ha la negativa conseguenza di rafforzare la convinzione per cui la spartizione della Germania sia da considerare come un vero e proprio castigo divino per il popolo tedesco. Tale concetto verrà consolidato negli anni da altri autori tra i quali Hannah Arendt, che ricollegherà l’Olocausto all’idea kantiana di volontà malvagia per eccellenza. È dunque evidente come la storia recente del popolo tedesco sia segnata da sensi di colpa per gli errori del passato e da una fragile identità nazionale.

Sussiste un legame tra orgoglio nazionale, preparazione militare, fiducia nelle istituzioni e lealtà. Se a reggere una nazione è l’opposto – la convinzione di essere un’aberrazione storica – si va verso l’autodistruzione. L’idea di Europa sembra un compromesso di comodo“. [3, p. 62]

Nel corso dei ventotto anni di vita del Muro il già fiacco sentimento unitario va man mano riducendosi. Nessun comune destino lega le due Germanie ritagliate a tavolino. Oltre ad essere sotto influenze ideologiche opposte, le due aree tedesche sono infatti molto diverse tra loro. La Bundesrepublik vanta il doppio del territorio della DDR, il triplo della popolazione, e il quintuplo del Pil. Dall’altro lato, i tedeschi dell’Est sono parte sì di uno degli stati con il tenore di vita più alto tra le repubbliche popolari socialiste, ma ai pochi fermamente convinti della superiorità ideologica dell’esperimento comunista va aggiunta una fetta della popolazione sempre più consistente che si è passivamente adattata ai suoi metodi coercitivi, sopravvivendovi rassegnata.

La DDR si fonda su solide basi marxiste-leniniste: economia pianificata, disoccupazione pressoché inesistente, industrie pubbliche, istruzione, sanità e trasporti pubblici e gratuiti, uno stato sociale capace di garantire diritti ad oggi inimmaginabili. Nonostante ciò, soprattutto a Berlino, il contrasto negli stili di vita tra i residenti Est e Ovest è troppo marcato per evitare che l’invidia sociale porti buona parte dei primi ad ambire al sogno di una vita più libera e improntata al benessere individuale.

Le scellerate decisioni politiche di Gorbaciov, la sua scelta di ritirare le truppe sovietiche dall’Europa orientale lasciando di fatto il continente nelle mani della Nato, e la conseguente definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica portano alla fine della Guerra fredda e dell’esperimento socialista in Germania Est. A seguito della caduta del Muro, in moltissimi si riversano ad Occidente, spinti dalle aspettative di un maggior tenore di vita. Ben presto la realtà si rivelerà ben diversa rispetto alle aspettative, e alle convinzioni che vedevano ricchezza e prosperità al di là del Muro si sostituirà una diffusa disillusione.

Il Cancelliere Helmut Kohl vuole essere ricordato come l’eroe della riunificazione ed ha fretta di realizzare l’unione per potersi assicurare i consensi necessari ad essere rieletto. Per tale motivo non dà alcun peso alle raccomandazioni di carattere monetario del presidente della Bundesbank, Karl Otto Pöhl, che lo mette in guardia sulla realizzazione affrettata di un’unione monetaria tra due economie così diverse. Kohl è infatti convinto che basti creare una salda unione politica per fare in modo che anche l’economia regga.

Purtroppo invece, l’unione monetaria realizzata con eccessiva frenesia comporta conseguenze negative, soprattutto per gli abitanti dell’ex DDR.  “Il periodo di transizione fu piuttosto duro e doloroso. Un lavoratore su due della Germania dell’Est perse il posto”, scrive Thomas Ahbe in “Ostalgie . Sulle esperienze e sulle reazioni dei tedeschi dell’Est dopo la svolta“[4]. Ancora ad oggi, i tedeschi dell’Est sono il 17% della popolazione ma occupano solo l’1,7% degli incarichi di vertice. Molti tedeschi occidentali non hanno mai considerato autentici compatrioti i cugini orientali. Angela Merkel, che non rievoca volentieri la sua giovinezza nella DDR, ricorda così, il 3 Ottobre 2019, la cerimonia di riunificazione del 1990:

Tutti erano in festa. D’improvviso sentii mescolarsi in me la preoccupazione alla gioia, quasi un senso d’oppressione. Perché avevo appena scoperto che nottetempo i poliziotti del popolo della DDR (i Volkspolizisten, famigerati guardiani del Muro) erano stati vestiti con uniformi di Berlino Ovest. Le loro facce tradivano però chiaramente, in ogni caso per me, di chi si trattasse. Vestire di notte tutti i poliziotti del popolo con divise diverse – ma si poteva indossare di notte anche un altro modo di pensare e di sentire? (…) Avevamo valutato a sufficienza che la singola persona – e certo non solo ufficiali e poliziotti, ma noi tutti che abbiamo vissuto nella DDR – non può semplicemente consegnare al guardaroba il suo pensiero, il suo sentimento, la sua esperienza? E che forse nemmeno lo vuole? (…) L’unità statale tedesca è compiuta. L’unità dei tedeschi, il loro essere uniti – questo il 3 Ottobre 1990 non era compiuto. E non lo è tuttora“.[5]

Il Muro è caduto, ma mentalità e cultura degli abitanti delle due zone restano profondamente diverse. La storia non può cancellarsi in un giorno né in decenni. Più si tenta di sotterrare il passato in profondità, più aumenta il numero di archeologi del sapere interessati a riesumarlo e riviverlo. E’ grazie a un simile processo che cresce l’Ostalgie, la nostalgia del primo stato tedesco degli operai e dei contadini da parte degli abitanti dell’Est, per il 41% dei quali oggi non vi è più libertà di espressione di quanta ve ne fosse sotto Honecker.

Si possono unire con una moneta due stati che fino al giorno prima erano organizzati in modo diametralmente opposto l’uno dall’altro?

“Che poi uno Stato comprendente gli spazi di Repubblica Federale Tedesca, Repubblica Democratica Tedesca e Grande Berlino non sia mai esistito, che l’Europa dall’Atlantico agli Urali o in qualsiasi altra convenzione accademica non abbia mai risposto a un solo potere – tutto questo appariva e a molti tuttora appare trascurabile. O forse nell’immaginifica neolingua dell’europeisticamente corretto che offre il dover essere come dato di realtà, si può riunire ciò che unito mai fu“. [3, pp. 7-8]

Ad un occhio attento la Germania appare una nazione insicura e contraddittoria, fondata su teorie economiche profondamente antisociali e del tutto inadeguata a ricoprire il ruolo di leader strategico continentale. Poiché dunque un’Unione Europea senza i tedeschi al timone non è contemplata, i politici dei singoli stati membri che abbiano a cuore il futuro dei propri cittadini dovrebbero adoperarsi per smantellare l’Unione. La propaganda per i partiti è a basso costo. Quando però essa si discosta troppo dalla realtà, sono i popoli a pagare il prezzo più elevato. Senza un’identità né un chiaro progetto collettivo le comunità soffocano.


Bibliografia:

[1] Plessner, H. (1959). Die verspätete Nation: über die politische Verführbarkeit bürgerlichen Geistes.

[2] Chiesa Evangelica (1965). La situazione dei profughi e la relazione del popolo tedesco con i propri vicini orientali.

[3] Limes (2019). “Il Muro Portante”. Limes, rivista italiana di Geopolitica, 11 Novembre.

[4] Ahbe, T. (2018). Ostalgie: Zu ostdeutschen Erfahrungen und Reaktionen nach dem Umbruch. Landeszentrale für politische Bildung Thüringen.

[5] Merkel, A. (2019). Rede von Bundeskanzlerin Angela Merkel anlässlich des Festakts zum Tag der Deutschen Einheit am. 3 Ottobre, Kiel: Die Bundeskanzler [www.bundekanzlerin.de]

Sono stato seduto composto in diverse aule universitarie, per la maggior parte del tempo a Bergamo, un annetto anche in Germania. A volte ho preso appunti, mi hanno consegnato dei fogli bianchi e li ho riempiti, li hanno letti, ci hanno scritto sopra dei voti e alla fine ho ricevuto un pezzo di carta un po’ più grande; non so dire se mi sarà utile ma almeno mi ha dato un motivo socialmente accettato per bere Braulio irresponsabilmente, almeno per una sera. Follemente innamorato delle Prealpi orobiche dove sono cresciuto e tornato a vivere dopo l'università, quando non lavoro di solito faccio cose non indispensabili allo sforzo produttivo del paese, come andare in montagna e studiare macroeconomia, ma niente di serio.

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