La sporca guerra economica contro Allende

Emanuel Pietrobon è uno tra gli analisti emergenti che si occupano di questioni geopolitiche e strategiche da tenere maggiormente d’occhio nel panorama italiano. Classe 1992, collaboratore de “Il Giornale”, “Inside Over”, “Osservatorio Globalizzazione”, “Vision and Global Trends” e “Opinio Juris”, Pietrobon ha recentemente pubblicato il saggio L’arte della guerra segreta in cui tratta approfonditamente il tema dell’eversione statunitense contro il governo cileno di Salvator Allende, destituito nel 1973 dal sanguinoso golpe di Augusto Pinochet. Un’eversione in cui l’economia è stata usata sistematicamente coma arma contro il primo presidente socialista eletto in un Paese occidentale, e della cui preparazione si sa, negli ultimi tempi, sempre di più grazie a nuovi documenti desecretati dagli USA. Di questi temi parliamo oggi con Pietrobon.

Nuovi documenti de-classificati negli USA sembrano confermare il ruolo di Washington nella deposizione di Allende nel 1973. Quali furono le motivazioni strategiche che indussero Richard Nixon e Harry Kissinger a questa mossa?

La guerra coperta al Cile è da inquadrare in due contesti: uno macro – che è la guerra fredda – e uno micro, che è l’operazione Condor. Quest’ultima nasce nel 1968 con l’obiettivo di contrastare con ogni mezzo l’espansione del comunismo in America Latina.

“Perché Allende”, è presto detto: fu il primo politico dichiaratamente marxista ad essere eletto in elezioni democratiche, libere e prive di brogli; un evento storico e senza precedenti. Allende fu la dimostrazione vivente che il socialismo e il comunismo avrebbero potuto prevalere e trionfare anche in maniera nonviolenta se solo fossero riusciti a rendersi credibili agli occhi della gente comune.

Nel mio libro, che ho scritto basandomi anche sul rapporto conclusivo della Commissione Church, parlo di come Kissinger fosse terribilmente spaventato da quello che potremmo definire il “caso Allende”, più che per la sola America Latina anche per l’Europa occidentale. Gli Stati Uniti, colpendo Santiago, vollero inviare un messaggio anche a Roma e Parigi, capitali dei due Partiti Comunisti più importanti, seguiti e influenti dell’Europa occidentale.

Il Cile di Augusto Pinochet, dopo il golpe, divenne un bastione anti-comunista e la prima nazione ad adottare radicali riforme neoliberiste. Santiago divenne un laboratorio per l’Occidente economico degli anni successivi. In che modo le contraddizioni del Cile post-golpe sono arrivate fino ai giorni nostri?

Il Cile diventò il laboratorio della cosiddetta scuola monetarista capitanata dal premio Nobel per l’economia Milton Friedman. Quest’ultimo è noto per aver popolarizzato l’idea che le riforme liberiste, implementate “traumaticamente” da Pinochet, abbiano dato luogo ad un miracolo economico. È vero: il Cile è stato sede di una crescita economica positiva e straordinaria nel dopo-golpe. Oggi sappiamo, però, che si trattò di una crescita non arricchente. L’aumento del pil, in pratica, non si tramutò in un miglioramento delle condizioni di vita dei cileni.

Nel 1988, a quindici anni dal golpe, il 48% dei cileni viveva sotto la soglia di povertà. Fra il 1973 e il 1989 i salari reali si ridussero di otto punti percentuali. E dovremmo anche parlare dei diversi periodi recessivi avuti fra il 1974 e il 1989, causati dall’esposizione dell’economia cilena alle fluttuazioni dei mercati internazionali e dall’assenza di uno scudo protettivo di natura statale per ammortizzare i colpi.

Arrivando ad oggi, il popolo cileno sta ancora pagando il prezzo di quel golpe e delle politiche dei Chicago Boys di Friedman. Il Cile è, giusto per elencare qualche elemento, il paese con il più alto indice di disuguaglianza all’interno dell’OSCE ed è al 30esimo posto nella classifica mondiale delle disuguaglianze basata sul calcolo del coefficiente di Gini.

Il giornalista investigativo del New York Times Seymour Hersh rivelò appena un anno dopo il colpo di stato (nel 1974) le operazioni segrete della CIA per rovesciare Allende, generando un grande scandalo nazionale e internazionale. Di queste operazioni hai parlato nel tuo libro. Come si strutturò la “guerra coperta” degli Usa contro Allende?

Nixon, rivolgendosi a Kissinger durante una discussione sul Cile di Allende, è ricordato per avergli detto: “Fa’ che la loro economia gridi!”. Partiamo da questa citazione entrata nella storia per un semplice motivo: la chiave di (quasi) tutto fu l’economia.

Il Cile era dotato dell’economia più avanzata e fiorente dell’America Latina, caso eccezionale di comparto industriale in grado di competere a livelli simil-occidentali, classe media abbastanza sviluppata e settore dei servizi in fase di espansione. Dietro la vetrina luccicante, però, si nascondeva una realtà tutt’altro che rosea: la produzione industriale dipendeva più dalla domanda dei mercati mondiali che da quella interna. l’economia era troncata – quasi interamente dipendente da capitale e investimenti stranieri – e i grandi produttori nei settori strategici erano di origine statunitense.

Allende era consapevole della situazione e fece delle nazionalizzazioni il principale strumento della sua politica economica. Una volta riportate le banche e le industrie sotto il controllo statale, però, Allende dovette affrontare il problema dell’assenza di personale qualificato – perché gli Stati Uniti inaugurarono una “campagna acquisti” offrendo vitto, alloggio e salario fuori mercato a migliaia di persone, in particolare professionisti nell’agro-industria, nella finanza, nel bancario e nel minerario – e il cosiddetto “embargo invisibile”, ossia una guerra economico-finanziaria da parte statunitense basata su attacchi speculativi, manipolazione dei prezzi del rame (principale esportazione cilena), pressioni sulle organizzazioni internazionali e sulle istituzioni multilaterali affinché non concedessero prestiti al governo, e pressioni sugli alleati affinché cessassero ogni forma di import-export con il Cile.

Il Cile non ebbe modo di fronteggiare l’embargo invisibile: la sua economia si reggeva su una perfetta simbiosi con gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, e riorientare le esportazioni altrove si rivelò impossibile – le economie latinoamericane erano simili a quella cilena, quelle africane sottosviluppate, e il mondo sovietico poté colmare il vuoto lasciato dall’Occidente soltanto in minima parte.

Abbiamo quindi un’economia che grida, esattamente come voleva Nixon, ma abbiamo anche una società che spara. Il mondo dell’informazione fu utilizzato per polarizzare l’opinione pubblica, diffondendo in maniera costante e continuativa bufale anche molto gravi, e furono finanziate la nascita di organizzazioni terroristiche, come Patria y Libertad, e la radicalizzazione di sindacati, partiti e movimenti sociali. Allende si ritrovò con un doppio problema: un’economia ridotta allo stato brado in circa un anno e mezzo, una società divisa in due opposti estremismi sul punto di far detonare una guerra civile.

Le forze armate furono infiltrate anch’esse e il fronte lealista, ossia fedele alla costituzione e contrario ad ogni interferenza straniera, fu spaesato attraverso operazioni psicologiche e ridotto numericamente attraverso omicidi. È il caso, ad esempio, di René Schneider, sostenitore della prima ora di Allende, che fu ucciso quattro settimane dopo le elezioni per bloccare la procedura di riconoscimento del nuovo presidente.

Furono le forze armate, alla fine, a consumare il colpo di stato: un po’ perché effettivamente spaesate, in quanto vittime per tre anni di quella che in gergo specialistico si chiama “intossicazione ambientale”, e un po’ perché infiltrate.

In che modo la guerra coperta contro Allende è stata da esempio per ulteriori manovre di guerra coperta compiute in seguito? Come si è inserita nella strategia regionale di Washington?

Come ho spiegato in precedenza, la guerra coperta al Cile è da inquadrare in due contesti: uno macro – che è la guerra fredda, e uno micro – che è l’operazione Condor. Quest’ultima nasce nel 1968 con l’obiettivo di contrastare con ogni mezzo l’espansione del comunismo in America Latina.

Nessuno – a parte JFK – credeva nel potere “anticomunista” della creazione di prosperità e benessere: dopo la morte violenta del presidente di origine irlandese, lo Stato profondo americano abbandonò rapidamente il proposito di favorire lo sviluppo del subcontinente per mezzo dell’Alleanza per il Progresso, preferendogli uno strumento più diretto: la forza.

Allende fu scelto come agnello sacrificale la cui tragica fine, secondo Kissinger, avrebbe dovuto intimorire i movimenti rivoluzionari di estrema sinistra e spronare i governi socialisteggianti a riorientare celermente i propri obiettivi.

Degno di nota è il fatto che il sistema di controllo della popolazione di natura orwelliana instaurato da Augusto Pinochet fu elevato a modello dalle altre dittature militari sorte grazie all’operazione Condor, in particolare da quella argentina.

Che significato ha avuto per l’America Latina il golpe contro Allende? Sotto il profilo politico, si può dire che abbia gettato i semi per la rivolta populista di fine XX secolo?

Certamente la fine prematura e violenta di Salvador Allende è stata vissuta come un trauma generazionale e nazionale, dove per nazionale si intende l’intera realtà latinoamericana. Allende è stato, ricordiamolo di nuovo, il primo politico dichiaratamente marxista ad essere eletto in elezioni democratiche, libere e prive di brogli; un evento storico.

Allende ha avuto un impatto culturale profondo e duraturo, che continua a sopravvivere ancora oggi, e il suo progetto di socialismo democratico ha funto da ispirazione per personaggi del calibro di Hugo Chavez e Rafael Correa, i principali volti della cosiddetta “nuova sinistra”.

Chavez parlava ampiamente di Allende nei suoi scritti, lo citava nei suoi discorsi, lo elevava a esempio di tipico profeta-guerriero latinoamericano. Non possiamo capire l’America Latina del 2020 trascurando gli accadimenti del 1973, perché l’America Latina è, oggi come ieri, terra di esperimenti politici, populismi e rivoluzioni.

Allende, del resto, altro non era che un “tata”, un padre della nazione, al pari di Getulio Vargas, Juan Domingo Peron, Lazaro Cardenas, Fidel Castro e Hugo Chavez. L’unica differenza tra il defunto presidente cileno e loro è che a lui non fu permesso di proseguire il suo esperimento – gli Stati Uniti non potevano permettersi una seconda Cuba – e che lui stesso, inoltre, cercò fino alla fine il compromesso con i suoi rivali, pur essendo stato avvertito da Castro dei preparativi golpisti e aver assistito ad un triennio di puro terrore.

Allende, ripeto, è stato un “tata”, ma non è stato un caudillo: questa peculiarità sui generis, atipica nel contesto latinoamericano, ne ha determinato la rovina e la morte. È importante parlare di questo perché Allende è ricordato più per il suo martirio che per il suo vissuto; quel colpo di stato fece scuola e spronò Chavez a investire il bolivarismo di una vena militarista, di elevare le forze armate al rango di guardiane della rivoluzione. La storia gli ha dato ragione: il bolivarismo è sopravvissuto a Chavez non per merito di Nicolas Maduro, ma perché le forze armate non hanno tradito l’ideale e lo hanno dimostrato in più occasioni.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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