Il mondo dopo la pandemia: torna il primato della politica?

Il ristabilimento del primato della politica aiuterà a rilanciare l’Italia e i Paesi occidentali dopo la crisi pandemica? Su questo tema presentiamo oggi un estratto del nuovo saggio di Aldo Giannuli, docente di Storia del mondo contemporaneo all’Università degli Studi di Milano e direttore dell’Osservatorio Globalizzazione, “Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti”, pubblicato di recente da “Ponte alle Grazie”. Buona lettura!

In tutto il mondo il COVID-19 ha prodotto forti spinte autoritarie e militariste. E le cose non solo non torneranno come prima, ma peggioreranno seccamente. Il COVID ha inasprito la lotta per l’egemonia e innescato una crisi economica e finanziaria fra le più gravi della storia, dunque ha ridotto fortemente i margini di mediazione. Una miscela che lascia intendere chiaramente che dinamiche si profilano. Non c’è bisogno di una grande preveggenza per capire il grande balzo che abbiamo fatto verso una guerra generalizzata. Certamente, occorre fare tutto il possibile per mantenere il conflitto sul terreno della politica e contrastare bellicismi e militarismo, ma questo non è possibile senza una coscienza precisa della situazione, dei suoi rischi e delle sue tendenze. Gli slogan pacifisti e le buone intenzioni non hanno mai evitato nessuna guerra: la linea di separa- zione fra mondo politico, mondo militare e mondo degli affari, già troppo esile prima, ora si sta riducendo ulteriormente.

La possibilità di evitare il peggio è affidata a un antibellicismo realista, che consideri l’opzione militare come qualcosa che fa parte del campo del possibile e con la quale misurarsi in termini di economia della violenza: non sempre il rifiuto di un intervento militare limitato e minore è una vittoria della pace. Qualche volta apre la porta a una guerra peggiore.

E qui si pone il problema della capacità (oltre che delle intenzioni) della classe politica, che oggi è a una svolta.

Riflettiamo su un dato facilmente verificabile da tutti, considerando l’indice di stabilità degli attuali governanti a breve termine (poniamo due anni):

  • sicuramente uscirà di scena la Merkel non più rieleggibile per limite costituzionale (e in Germania la Costituzione non si cambia ogni volta che fa comodo);
  • nel resto del campo UE gli attuali leader (Macron, Conte, Johnson ecc.) escono dalla prova COVID come figure di rara inconsistenza e quanti sono prossimi a elezioni difficilmente saranno confermati;
  • segni di cedimento danno anche i governanti del gruppo di Visegrád dove si manifestano le prime sconfitte elettorali;
  • in Turchia Erdoğan non è nel momento migliore (sia sul piano dello scontro con l’opposizione legale che su quello della guerriglia curda, ed è sempre a un passo dal default);
  • a forte rischio appare Bolsonaro in Brasile (che, al di là del calo di popolarità seguito alla gestione criminale dell’epidemia, rischia un prossimo deferimento alla Corte suprema);
  • il governo argentino ha appena dichiarato il default ed è difficile dire se resisterà o verrà spazzato via;

Dunque, è realistico pensare che nel giro di due anni le classi di governo dei principali paesi saranno in buona parte sostituite, anche se non è affatto semplice dire chi le sostituirà, dato che, per ora, di alternative convincenti non sembrano esser- cene molte.

E qui facciamo i conti con la «crisi della politica» di questo trentennio. C’è stata una evidente perdita di qualità, un appiattimento sul vento neoliberista che ha segnato un sostanziale regresso culturale.

Quella di questo trentennio è stata una politica apparente- mente disintermediata, per il collasso dei corpi intermedi classici e, in primo luogo, dei partiti, ridotti a un intruglio fra confederazione di comitati elettorali, apparati di impresa e clan affari- stici. Apparentemente disintermediata, dicevamo, ma, in realtà, intermediata da televisioni, rete web e, per quel che ne rimane, stampa. E in un momento in cui, per di più, la qualità dei mass media è precipitata: sempre più intrattenimento e sempre meno informazione. Non è solo un fenomeno italiano, ma generale. Tutto questo ha prodotto una spoliticizzazione di massa che ha reso deboli le società, come la prova del COVID ha mostrato in particolare in Occidente.

[…]

Comunque, non si può tornare indietro, anche perché la so- cietà attuale ha bisogni e domande diversi dal passato e a cui occorre rispondere. E il primo problema è come formare le classi dirigenti perché, per quanto sia sicuramente auspicabile un certo tasso di democrazia diretta, è inevitabile che ci siano delle élite: non si può fare a meno degli specialisti della politica più di quanto non si possa fare a meno di medici, giuristi, ingegneri ed economisti. E la questione non si risolve, facendo un esempio astratto, prendendo un venditore di bibite e nominandolo di colpo ministro degli Esteri.

Dunque, servirà porsi il problema di produrre un vero ceto di governo e certamente anche di controllarlo ed evitare che si impossessi della cosa pubblica espropriando il popolo della sua sovranità che, al contrario, va difesa e riaffermata. La risposta non è il semplicismo populista che porta con sé un inevitabile tasso di straccioneria culturale.

Bisogna ripoliticizzare le masse, obbligare le élite a render conto del loro operato e pretendere che abbiano la necessaria preparazione.

Tratto da “Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti”, Ponte alle Grazie, Milano 2020.

Nato a Bari nel 1952, Direttore dell'Osservatorio Globalizzazione, è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. E’ stato consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi ed è salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato “archivio della via Appia”.

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1 COMMENT

  1. Concordo pienamente! E’necessaria una pedagogia della Cosa Pubblica e della partecipazione democratica tornando a discutere di democrazia, di valori, di politica, di Economia e di societa’. Bisognerebbe cominciare dalle scuole; per esempio, a mio avviso, Diritto Costituzionale, Filosofia ed Economia dovrebbero essere insegnate nelle scuole ed assumere lo stesso status delle altre materie come la Storia. Dal lato della politica, a mio avviso, per migliorare almeno a livello culturale la qualita’della nostra classe Dirigente occorrerebbe rendere obbligatoria la Laurea per accedere agli incarichi politici piu’importanti come l’Ufficio di Parlamentare,e di Ministro per esempio. E’assurdo che per diventare Funzionario Amministrativo nella Pubblica Amministraziome oggi sia necessaria la Laurea,e per fare il Ministro degli Esteri, o il Parlamentare, nel 2020 basti ancora la terza media! E non mi si venga a a dire che, in passato,molti politici preparati (tipo Craxi) non erano Laureati! I tempi sono cambiati,siamo nell’era della complessita’, del populismo semplificante e della post-democrazia, tra poco occorrera’la Laurea anche per fare il cameriere, per cui occorre adeguarsi. Per migliorare la qualita’della Democrazia occorrono sia cittadini piu’partecipi e preparati, sia politici piu’competenti ed acculturati.

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