Il più grande sciopero del mondo. Cosa è successo in India

Nel giorno del Samvidhan Divas (equiparabile alla Festa della Repubblica ndt), il 26 novembre, in tutta l’India i lavoratori hanno preso parte al più grande sciopero di massa del mondo per difendere i fondamenti della Costituzione. I 250 milioni di scioperanti, perlopiù aderenti alle organizzazioni sindacali del paese, hanno ricevuto il supporto anche delle contemporanee proteste dei lavoratori del settore agricolo e degli studenti. Lo sciopero è stato indetto al fine di contrastare le politiche da macelleria sociale del governo guidato dal partito nazionalista Bharatiya Janta Party (BJP). 

A settembre il governo, nel bel mezzo della recessione causata dalla diffusione dell’epidemia e con un’elevata disoccupazione, ha introdotto una serie di riforme del mercato del lavoro che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, vanno nella direzione della deregolamentazione e delle liberalizzazioni. Infatti, i provvedimenti del governo includono un indebolimento della rappresentanza, restrizioni circa il diritto di sciopero e minano le norme di sicurezza e igiene.

Il ritiro di questi provvedimenti è la richiesta principale dei manifestanti, insieme all’impegno nel contrastare una serie di privatizzazioni del settore pubblico. Secondariamente si chiedono riforme nell’emissione degli aiuti, nel sistema pensionistico, nell’occupazione rurale. 

Allo stesso tempo, i lavoratori del settore agricolo hanno marciato verso la capitale indiana, Delhi, per manifestare contro la Riforma Agricola di quest’anno: i manifestanti infatti sono preoccupati per le misure eccessivamente mercantiliste che permettono la vendita diretta dal contadino alle grandi aziende. Questo è particolarmente osteggiato dai manifestanti: il settore agricolo infatti rappresenta il 50% della forza lavoro in India ed è basato su piccole e medie aziende e su imprenditori agricoli a cui mancherebbe la forza contrattuale davanti alle grandi imprese, aprendo così la strada allo sfruttamento. Inoltre, questo sistema comporterebbe un indebolimento o addirittura una cancellazione del meccanismo che garantisce un prezzo minimo di sostentamento

La protesta di operai, studenti, contadini ha paralizzato il paese. I blocchi stradali hanno fermato il movimento di camion e veicoli privati. Laddove l’influenza sindacale era più forte, le banche del settore pubblico hanno avuto delle complicazioni. Anche i lavoratori domestici e dell’industria hanno partecipato allo sciopero con picchetti e blocchi stradali nelle aree urbane. Nel mentre si è formato tra i lavoratori agricoli il movimento “Chalo Dilli” (andiamo a Delhi) per tenere manifestazioni davanti al parlamento indiano. Poiché le trattative con il governo non sono andate a buon fine, i lavoratori agricoli hanno promesso di intensificare le proteste. 

Il governo conservatore di Narendra Modi ha reagito alle proteste con l’uso di cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, lanciati contro i manifestanti pacifici. La soppressione del dissenso in modo violento, d’altronde, non è una novità per il governo di Modi, che già durante la protesta degli studenti aveva dato prova della sua brutalità. Non solo: studenti e accademici sono stati incarcerati. Il primo ministro Canadese Justin Trudeau ha manifestato il suo dissenso, dichiarando che “Il Canada sarà sempre pronto a difendere il diritto di protestare pacificamente”. 

In conclusione, il secondo paese più popoloso al mondo è entrato ufficialmente in recessione, con i cittadini che sopportano il fardello della malagestione dell’emergenza Covid.

Le sofferenze di lavoratori e contadini, invece di essere alleviate, sono accentuate dalle riforme del governo. Se, come dichiarato, il governo ha a cuore i loro interessi, la lunga e proficua storia di dissenso e dialogo nel paese non dovrebbe essere sotto attacco con misure che limitano il diritto di sciopero e con violenze perpetuate dalle forze di polizia.

Tradotto da: Mattia Marasti

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