La rivoluzione incompiuta di Keynes: saggio sulla metodologia

Nella sua introduzione alla serie di Manuali Economici di Cambridge (1922-3), Keynes scrive: La teoria dell’economia non fornisce un corpo di conclusioni stabilite immediatamente applicabili alla politica. È un metodo piuttosto che una dottrina, che aiuta il suo possessore a trarre conclusioni corrette” (CW XII, 856).

Questo passaggio evidenzia la continuità tra il Trattato sulla probabilità e le opere economiche di Keynes. Nella sua discussione con Roy Harrod nel 1938, cioè nel suo manifesto metodologico più maturo e schietto, quando afferma che “l’economia è una branca della logica, un modo di pensare, piuttosto che una scienza pseudo-naturale”, Keynes sta semplicemente riaffermando la sua posizione precedente (CW XIV, 296).

La visione di Keynes della teoria economica è quindi quella di un metodo o logica, forse meglio descritta come un apparato di ragionamento probabile. Nel capitolo 21 della Teoria Generale, scrive che l’oggetto dell’analisi economica “non è quello di fornire una macchina, o un metodo di manipolazione cieca, che fornirà una risposta infallibile, ma di fornire a noi stessi un metodo organizzato e ordinato di pensare a problemi particolari”. Aggiunge che “dopo aver raggiunto una conclusione provvisoria isolando i fattori complicati uno per uno, dobbiamo poi ritornare su noi stessi e permettere, meglio che possiamo, le probabili interazioni dei fattori tra di loro”. Egli sottolinea che “questa è la natura del pensiero economico” e che saremmo persi nel bosco senza un ragionamento astratto e logico: “Qualsiasi altro modo di applicare i nostri principi formali di pensiero (senza i quali, comunque, saremmo persi nel bosco) ci condurrà in errore” (CW VII, 297).

Keynes sostiene che l’economia non è una scienza naturale e che i metodi positivisti non possono essere applicati ad essa. La discussione sui limiti dell’applicazione dell’ipotesi atomica all’interno della stessa scienza fisica appare nei suoi primi scritti sulla probabilità, oltre alla sua interpretazione non positivista del metodo di Newton (TP, 276-7 on the atomic and organic hypotheses; Carabelli 1988, 100-102, 109). Inoltre, un riferimento molto precoce alla “teoria meccanica” della scienza fisica, e la sua distinzione tra qualità primarie e secondarie, si può trovare nei Manoscritti di Keynes (19.9.1905) Miscellanea Ethica: “Si suppone spesso che nella forma, dimensione e movimento gli oggetti siano come le sensazioni, e che nel colore, sapore, odore, calore e freddo siano diversi. Questa è la teoria meccanica del mondo esterno”.

Cos’è dunque l’economia per Keynes? La risposta è che egli considera l’economia sia una scienza morale che una branca della logica. È una scienza morale nella misura in cui si occupa di valori etici e di introspezione (CW XIV, 300). E, allo stesso tempo, è un ramo della logica, un modo di pensare. È fondamentalmente un metodo, che aiuta gli economisti a trarre conclusioni logicamente corrette per evitare di cadere in fallacie logiche nel ragionamento, come la fallacia additiva della probabilità o la fallacia della composizione in economia.

Il punto chiave, secondo Keynes, è che senza tale logica, gli economisti potrebbero perdere la strada nel bosco empirico e matematico, come, secondo lui, era stato il caso di econometristi come Tinbergen e Colin Clark, e degli economisti matematici. Il problema, secondo lui, è che l’applicazione di linguaggi matematici e statistici con i loro presupposti di omogeneità, atomismo e indipendenza a materiale economico che è essenzialmente “vago” e “indeterminato”, dà luogo a fallacie logiche, una delle quali è la fallacia dell’”ignoratio elenchi” nella teoria economica classica (Carabelli 1991). La definizione di Keynes della matematica ne La teoria Generale come “imprecisa” significa che la cieca applicazione della matematica e della statistica all’economia, con i suoi aspetti non numerici, non comparativi e non ordinali, richiede attenzione logica (CW VII, 298; Carabelli 1995).

In questo libro sosterrò che la vera novità della teoria di Keynes è il suo metodo, che rappresenta un nuovo modo di ragionare in economia. Si tratta di una logica non dimostrativa, basata sulla probabilità. Il Trattato sulla Probabilità di Keynes è il suo “saggio sul metodo”. C’è una continuità tra il metodo del Trattato sulla Probabilità e i suoi scritti economici, così come una continuità tra questo metodo e quello della sua etica ed estetica e il suo approccio alle relazioni internazionali.

Qui sottolineo la rilevanza del Trattato sulla Probabilità come approccio metodologico generale, un aspetto che è stato trascurato dagli economisti. Se si dovesse chiedere l’impatto del metodo di Keynes sui successivi sviluppi della macroeconomia, la risposta sarebbe, come dice Dow (2010, 283): “non c’è stata una rivoluzione keynesiana a livello di metodologia che sia coerente con l’approccio di Keynes all’economia”.

Avanzo un’interpretazione basata anche sulla coerenza. Oltre a sottolineare la continuità metodologica di Keynes, direi che il metodo di Keynes è coerente nei vari aspetti del suo ragionamento (razionalità, misurazione e confronto di grandezze complesse, dilemmi morali e razionali e conflitti irriducibili, multilateralismo). Si tratta, in particolare, di complessità, incommensurabilità e apertura. Keynes si occupa, in modo coerente e continuo, di grandezze multiformi, eterogenee e organicamente interdipendenti. Nel Trattato sulla Moneta, le chiama magnitudini complesse o molteplici (TM, CW 8, 88). Queste grandezze sono la probabilità, la bontà, la bellezza, l’utilità, il livello generale dei prezzi, il capitale reale e il reddito o la produzione aggregata. Come vedremo, sono grandezze incommensurabili.

Keynes ritiene che l’ignoranza e l’incertezza siano le due questioni più difficili da affrontare in economia. Entrambe sono legate alla limitata conoscenza umana.

L’ignoranza è una mancanza di ragioni conosciute. L’incertezza di Keynes è un concetto molto più intrigante della semplice ignoranza. L’incertezza, come vedremo, è l’intrinseca incommensurabilità delle probabilità. Essa è collegata alla filosofia della misurazione di Keynes, a cui è dedicata gran parte del mio nuovo libro Keynes on Uncertainty and Tragic Happiness. Questa incommensurabilità intrinseca non è dovuta a una mancanza di potere di ragionamento o all’incapacità pratica di conoscere o misurare le probabilità. È dovuta alla natura stessa del materiale della probabilità logica di Keynes. Il materiale consiste in proposizioni e ragioni parziali, non in eventi empirici.

Come vedremo, questo materiale è non omogeneo, non divisibile in parti omogenee uguali e indipendenti, non finito, non chiuso, ed è caratterizzato da interdipendenza organica (parziale o totale). Così, nel Trattato sulla Probabilità Keynes non è un atomista nel suo approccio alla probabilità. La materia della probabilità è “complessa o molteplice”, per prendere in prestito le parole che Keynes usa nel suo Trattato sulla Moneta. Non esiste un’unità comune per misurare le diverse quantità di probabilità. l’enfasi costante di Keynes sull’indipendenza organica delle variabili eterogenee (parti) di grandezze implica che nessun riduzionismo tacito è possibile. Altrimenti, le fallacie logiche si mettono in mezzo. Keynes si concentra sempre sull’eterogeneità e la varietà. Questa è anche una ragione per cui rimane un liberale, un liberale incorporato come vedremo nel capitolo 8, nonostante il suo socialismo.

L’incertezza di Keynes caratterizza anche i dilemmi razionali tragici. In situazioni di dilemmi tragici, non possiamo formare giudizi ragionevoli basati sulla probabilità logica (che non sono calcolabili numericamente); prevalgono l’indecisione e la vacillazione del giudizio. Nei dilemmi morali, il conflitto è tra rivendicazioni morali contrastanti ed eterogenee; nei dilemmi razionali, il conflitto è tra ragioni parziali opposte. Il conflitto è irriducibile: non può essere riconciliato attraverso la composizione o il compromesso. In Keynes il conflitto rimane aperto, come il conflitto tra interessi individuali e aggregati nella sua macroeconomia. Né la Provvidenza né la mano invisibile smithiana intervengono a comporre questi interessi contrastanti.

La materia dell’economia, come quella della probabilità, è ugualmente “complessa o molteplice” e richiede una teoria economica complessa. Keynes trasferisce la sua filosofia di misurazione della probabilità alle grandezze economiche. Non esiste un’unità comune per misurare ogni grandezza economica complessa: livello dei prezzi, utilità, capitale e reddito aggregato. Quindi, non c’è un unico livello dei prezzi, ma molti livelli dei prezzi. Non c’è un’unica misura di utilità, ma utilità incomparabili. Non c’è un’unica misura del capitale e un’unica misura del reddito aggregato, un’idea che è centrale nel suo malinteso capitolo 4 della Teoria Generale.

Di nuovo, nessun riduzionismo tacito è possibile. Non è possibile alcun riduzionismo a una singola unità di misura. L’affascinante discussione di Keney sui problemi della scelta delle unità di misura nel Capitolo 4 della Teoria Generale (un capitolo totalmente trascurato dagli economisti e anche dagli interpreti di Kyenes) assume un nuovo senso metodologico, come del resto la metodologia di Keynes di citare la teoria economica classica in confronto al suo modo di ragionare nella Teoria Generale.

In questo libro mi oppongo ad alcune diffuse interpretazioni errate del modo di ragionare di Keynes. Argomento contro la cosiddetta tesi della discontinuità difesa da autori come Bateman 1987, 1991, ODonnell 1989 e Winslow 1986. Secondo Bateman, nella Teoria Generale Keynes abbandona l’approccio logico della probabilità del Trattato sulla Probabilità per abbracciare una concezione psicologica della probabilità alla Ramsey. Secondo ODonnell, nella Teoria Generale Keynes abbandona la visione di razionalità forte del Trattato sulla Probabilità per accettare un concetto debole di razionalità. Secondo Winslow, nella Teoria Generale Keynes abbraccia un approccio decisamente irrazionale.

Qui sostengo, al contrario, che la visione della razionalità del Trattato sulla Probabilità di Keynes è basata sulle nozioni aristoteliche di ragionevolezza ed esattezza. La ragionevolezza differisce sia dalla razionalità forte che dall’irrazionalità, mentre l’esattezza differisce dalla precisione. Fin dall’inizio delle sue riflessioni sulla probabilità, Keynes rimane costantemente contrario a un concetto numerico e calcolabile di probabilità, tranne in alcuni casi molto limitati che sono logicamente irrilevanti per la macroeconomia. Keynes non è contrario all’uso della matematica in linea di principio, anche se preferisce la logica simbolica all’algebra e ai calcoli. È contro l’applicazione cieca della matematica alla macroeconomia e preferisce il discorso ordinario per evitare fallacie logiche e una falsa aria di precisione. Per lui, è meglio avere approssimativamente ragione che precisamente torto. Gli interessa l’esattezza, non la precisione.

In questo libro discuto contro l’interpretazione della concezione di Keynes dell’ “incertezza radicale” basata su processi statistici non ergodici dell’universo materiale-empirico, avanzata da Davidson (1995, 2015) e dai suoi seguaci (vedi Rosser 2015; Davis 2017). La mia opinione è che le aspettative economiche di Keynes sono basate sull’epistemologia e sulla conoscenza limitata. Per Keynes, l’incommensurabilità intrinseca della probabilità deriva dalla natura delle ragioni e dei fondamenti della probabilità logica e non dalle irregolarità empiriche statistiche. Inoltre, Keynes non è interessato al realismo empirico delle ipotesi in economia. Questo è abbastanza chiaro nella sua metodologia di critica della teoria classica. Keynes non è né un empirista né uno strumentista.

Mi oppongo alla visione che vede la nozione di Keynes delle convenzioni nel capitolo 12 della Teoria Generale come un comportamento di mercato positivo e stabilizzante degli agenti economici di fronte all’incertezza. Secondo questa visione, le convenzioni si basano sul ruolo spontaneo o tradizionale/abituale delle norme e regole sociali, secondo la linea di pensiero Hume-Hayek. Questo è in contrasto la visione di Keynes sulle convenzioni di mercato, ritenendo che le convenzioni possono essere ragionevoli da un punto di vista individuale per far fronte all’ignoranza e all’incertezza ma sono negative e destabilizzanti per il sistema economico nel suo complesso. Keynes sostiene che le convenzioni sono un “idolo di facciata” e che dovrebbero essere contrastate con la teoria e la politica economica non convenzionali. I mercati sono convenzionali mentre Keynes è non convenzionale. Un passaggio dell’articolo del Quarterly Journal of Economics del 1937 mostra questa distinzione:

“Forse il lettore sente che questa disquisizione generale e filosofica sul comportamento dell’uomo è un po’ lontana dalla teoria economica in discussione. Ma io penso di no. Poiché questo è il modo in cui ci comportiamo nel mercato, la teoria che elaboriamo nello studio di come ci comportiamo nel mercato non dovrebbe essa stessa sottomettersi agli idoli del mercato” (CW XIV, 115).

Il lettore vedrà quanto sia centrale la logica fallacia della composizione (la fallacia additiva) nel modo di ragionare di Keynes. La politica economica in generale, e la politica monetaria in particolare, dovrebbero andare contro le convenzioni del mercato, cercando di cambiare le credenze convenzionali del mercato (specialmente le credenze del mercato nel tasso di interesse monetario convenzionale; se il tasso di interesse monetario a breve o a lungo termine, a seconda delle circostanze mutevoli). Per Keynes, la teoria economica è la diagnosi “logica” (“l’Apparato di Pensiero”, come lo chiama anche lui), mentre la politica economica fornisce la cura (l”L’Apparato d’Azione), che varia a seconda delle mutevoli circostanze empiriche (vedi anche Carabelli e Cedrini 2015).

Le interpretazioni positive e stabilizzanti della nozione di convenzione di Keynes formano un gruppo piuttosto ampio nella letteratura su Keynes. Queste interpretazioni vanno dai post-keynesiani ai neo-keynesiani, passando per l’idea hayekiana di norme sociali emergenti e per il moderno approccio della finanza comportamentale à la Simon-Kahneman-Twersky, basato sulla razionalità limitata (su Keynes come comportamentista, si veda Akerlof e Shiller 2009, Pech e Milan 2009, Schettkat 2018).

Essi leggono Keynes come un pensatore humeano (si veda, in particolare, Andrews 1999, Meeks 1991 e Dow 2009). La mia interpretazione contrastante si basa, in primo luogo, sull’interpretazione di Keynes stesso di Hume come pensatore scettico (che Keynes stesso abbia ragione o torto, ciò che conta qui è la sua interpretazione di Hume) e, in secondo luogo, la mia è un’interpretazione di Keynes come un seguace dell’approccio realista common-sense di Thomas Reid e G.E. Moore, utilizzando il linguaggio quotidiano (vedi anche, per un’indagine più dettagliata, Carabelli e Cedrini 2013).

Argomento contro l’interpretazione di Keynes come un realista ontologico critico à la Roy Bashar, avanzata da Lawson 1997, 1999, 2019 e seguita anche da Pratten 2015 e Crespo 2008 (vedi anche Blakenburg 2002). Keynes è abbastanza interessato al dibattito tra il critico Kant e lo scettico Hume ma, contro Hume e Kant, difende la visione realista di senso comune di Thomas Reid e G. E. Moore, che non ha nulla a che vedere con l’ontologia sociale un approccio di senso comune che Keynes condivide anche con la posizione filosofica del lae Wigenein nelle sue Philosophical Investigations. E si accorda anche con l’antipatia di Keynes per il Tractatus Logical Philosophicus (1921) (su Keynes e Wittgenstein, vedi Carabelli 1988).

Infine, mi oppongo all’interpretazione di Keynes come un keynesiano, come uno di quei “keynesiani bastardi”, appellativo usato da Joan Robinson per indicare la sintesi neoclassica IS/LM. Keynes non è certamente un keynesiano. E la sua Teoria Generale non è un libro di politica economica e di politica fiscale, incentrato sulle spese statali.

Sono d’accordo con Leijonhufvud; nel suo libro del 1968, On Keynesian Economics and the Economics of Keynes, per la prima volta distingue l’economia keynesiana da quella di Keynes. Sostiene che la formulazione IS/LM della Teoria Generale di John Hicks non è sufficiente a spiegare la disoccupazione involontaria di Keynes. Ma sono d’accordo con Leijonhufvud per ragioni totalmente diverse. La sua lettura di Keynes enfatizza i fenomeni di disequilibrio, che non possono essere affrontati nel quadro IS/LM.

Tuttavia, egli sostiene un approccio “cibernetico” alla macroeconomia di Keynes in cui prezzi e quantità si adattano, permettendo di studiare l’economia dinamica senza imporre il concetto standard di equilibrio walrasiano. Egli modella il processo attraverso il quale l’informazione si muove nell’economia. Tuttavia, come vedremo nel capitolo 2, l’informazione non corrisponde alla nozione di conoscenza di Keynes. Io sostengo che la sintesi neoclassica e la rilettura walrasiana-disequilibrio di Keynes sono basate su una lettura riduzionista della Teoria Generale che nega il metodo e il modo di ragionare di Keynes.

Il mio libro è il risultato di oltre quarant’anni di ricerca sul metodo di Keynes. Si basa su una lettura ravvicinata del metodo di Keynes in tutti i suoi scritti e a partire dall’inizio delle sue prime riflessioni. Alcune di queste riflessioni sono ancora inedite, quindi farò anche ampio uso dei manoscritti di Keynes. Quasi tutto il materiale di questo libro è stato pubblicato in precedenza, sparso in molte pubblicazioni (“molti alberi”, per usare una metafora evocativa). Al momento di scrivere questi “alberi” isolati, non avevo in mente il quadro completo dell’intero progetto (“il legno”, continuando con la metafora). Ora il libro riunisce i “molti alberi sparsi” rendendo evidente il bosco. Questo bosco può essere difficile da afferrare per i lettori di Keynes che lo vedono essenzialmente come un economista e politico. Questo libro è per gli specialisti di Keynes, ma spero che i lettori che sono interessati a Keynes l’economista apprezzeranno anche il complesso, multiforme e molteplice Keynes, il filosofo-economista.

La mia interpretazione di Keynes è nuova e non convenzionale. È filosofica, logica, etica, estetica e si basa anche sul ruolo della religione, proponendo così nuove basi (nuove radici, per tornare alla metafora degli alberi/legno) per l’economia di Keynes. La linea principale del mio ragionamento si basa sulla sua filosofia della misura, il problema dell’incommensurabilità delle grandezze e la ricerca delle unità di misura di probabilità, bontà, bellezza, utilità e grandezze economiche (capitoli 2 e 3). La sua filosofia della misura è strettamente connessa alla negazione keynesiana dell’economia come scienza naturale da trattare necessariamente in termini matematici.

La mia interpretazione del metodo di Keynes sottolinea il suo modo logico di ragionare come una logica non dimostrativa, basata sul suo concetto di probabilità, persuasione e linguaggio ordinario. Tutti conosciamo i Saggi sulla Persuasione di Keynes (CW IX). Ora la persuasione acquisirà nuove dimensioni. La sua logica non dimostrativa del è molto più pervasiva negli scritti economici di Keynes.

Una delle implicazioni della mia interpretazione di questo nuovo Keynes è che l’economia (interna e internazionale) di Keynes e la sua politica economica non devono essere intese nel modo usuale. In primo luogo, come abbiamo visto, Keynes non è né un keynesiano standard né un post/neo-keynesiano o un comportamentista. In secondo luogo, Keynes non è solo un economista. È un logico, un filosofo, un filosofo della misura, uno scienziato morale. L’economia e il denaro sono solo mezzi materiali e precondizioni per raggiungere il bene e la felicità. Ma lui non vede la felicità come comodità; è una felicità tragica. La tragedia greca pervade il pensiero di Keynes e la sua economia.

In terzo luogo, la sua economia dipende strettamente dalla sua filosofia, dalla sua logica non dimostrativa, dalla sua etica come etica della virtù, dalla sua felicità come eudaimonia tragica aristotelica. E non è sorprendente scoprire che la sua economia dipende da dilemmi morali e razionali e da conflitti insanabili e scelte tragiche.

Il caso dell’asino di Buridano è uno di quei dilemmi razionali da lui indagati. La macroeconomia di Keynes è il dominio dell’indecisione, della vacillazione del giudizio e della volontà. Come vedremo, i tragici dilemmi morali e razionali sono uno degli eco della nozione keniana di incertezza. Dilemmi e conflitti sono anche la base teorica della fallacia di composizione di Keynes (la fallacia additiva).

Nella sua macroeconomia, il tutto non è uguale alla somma delle sue parti. La fallacia della composizione è collegata ai paradossi logici del ragionamento di Keynes. Essi sono il ben noto (agli economisti) paradosso logico della parsimonia (più si spende a livello individuale più si risparmia a livello aggregato); il paradosso logico dei salari (i salari sono un concetto bifronte; sono sia costi che spese; se gli imprenditori riducono i salari ridurranno i loro costi ma ridurranno anche la domanda effettiva aggregata con effetti negativi sul loro stesso reddito; quindi i salari sono costi da abbassare, ma sono anche spese da aumentare); il paradosso della liquidità (nei mercati monetari ci può essere liquidità per il singolo agente ma non c’è liquidità per il mercato nel suo complesso). Ciò significa che non si può applicare la logica microeconomica per spiegare la macroeconomia di Keynes.

Per Keynes, la teoria economica dovrebbe riflettere la complessità, l’interdipendenza organica, della materia economica. Il suo metodo deve essere complesso. Il rischio è di cadere in fallacie logiche e di trarre conclusioni errate come quelle che Keynes imputa alla teoria economica classica.

Nel capitolo 4 del libro ho analizzato cosa significa una teoria generale per Keynes e come ragionare in modo tale da evitare le fallacie logiche in macroeconomia. Una teoria generale è una teoria che non introduce tacite ipotesi di omogeneità e indipendenza logica. Poiché la materia della macroeconomia è organica e il sistema economico è aperto e non finito, dobbiamo considerare le retrocause. Questo esercizio di ragionamento richiede più livelli di astrazione. Prima, come suggerisce Keynes nel capitolo 18 della Teoria Generale, dobbiamo isolare i fattori complicati uno per uno e raggiungere una conclusione provvisoria. Poi dobbiamo tornare indietro e permettere le probabili interazioni dei fattori tra di loro.

E, come ci si potrebbe aspettare, in questo esercizio infinito di giocare con tutte le retrocause, Keynes lascia l’ultimo interminabile compito, in tutti i suoi scritti economici, ai suoi lettori cooperativi. Nelle parole di Keynes, “uno scrittore economico richiede dal suo lettore molta buona volontà e intelligenza e una grande misura di cooperazione” (Keynes CW XIII, 470).


Note:

Abbreviazioni utilizzate: CW seguito dal numero del volume, The Collected Writings of J. M. Keynes (Gli Scritti Raccolti di J. M. Keynes); TP, A Treatise on Probability (Trattato sulla probabilità); PP, Principles of Probability (Principi di Probabilità); ECP, The Economic Consequences of the Peace; (Le Conseguenze Economiche della Pace) TM, A Treatise on Money (Trattato sulla Moneta); GT, The General Theory (La Teoria Generale); MSS, Keynes’s manuscripts (I Manoscritti di Keynes), King College, Cambridge.


Questo articolo costituisce l’introduzione del volume di Anna Carabelli “Keynes on Uncertainty and Tragic Happiness” (2021), pubblicato da Palgrave Macmillan. La traduzione è di Alessandro Guerriero.

Professore ordinario di economia politica presso il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa, Università del Piemonte Orientale.

Aiutaci a realizzare la rivista!

Ti potrebbe interessare

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here