La Corea del Sud è davvero un successo del libero mercato?

Il confronto tra Corea del Nord e Corea del Sud è spesso utilizzato dai sostenitori del libero mercato come esempio definitivo di superiorità del modello liberista su quello statale e centralizzato. Il Sud è infatti una democrazia solida, con una delle economie più tecnologicamente avanzate e aperte del pianeta, in netto contrasto con la dittatura nordcoreana. Questo nonostante i due paesi siano sostanzialmente partiti dalla stessa situazione economica nel dopoguerra: quella caratterizzata da un tessuto fortemente agricolo in una penisola coreana ancora sottosviluppata.

Ad un primo sguardo superficiale, quello delle due Coree può essere visto come un esperimento naturale sulla validità di due sistemi economici opposti. Si può dire, tuttavia, che dietro al successo sudcoreano vi siano politiche di libero mercato? La realtà è che la Corea del Sud ha avuto un modello di sviluppo agli antipodi di quello cosiddetto liberista.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la resa del Giappone, che aveva fatto della penisola una colonia dal 1910, la Corea venne occupata dall’Unione Sovietica a nord e dagli Stati Uniti a sud. L’impossibilità di trovare un accordo a livello internazionale per la riunificazione delle due aree portò alla fondazione di due stati separati, il nord filosovietico ed il sud filoamericano, che si fronteggiarono in una guerra conclusasi nel 1953 senza che una delle due parti fosse riuscita a prevalere. Dopo il conflitto, l’economia del Sud versava in uno stato disastroso: circa un milione di vittime civili tra morti e feriti, il 25% delle proprietà andato distrutto ed un PIL pro capite di $82, qualificando il paese come uno dei più poveri del pianeta. La difficile situazione economica unita al trauma della guerra, della spartizione della penisola e del colonialismo giapponese produssero istituzioni politiche fragili, raccolte attorno al perno centrale dell’anticomunismo. In breve tempo, il paese andò incontro ad una spirale di autoritarismo sempre più ferreo interrotta brevemente dalle proteste degli studenti del 1960, a cui fece poi seguito il colpo di stato militare del generale Park Chung-hee, che instaurò progressivamente una vera e propria dittatura, sciogliendo i partiti politici e sospendendo le libertà fondamentali. È in questo periodo, dal 1961 al 1979, che l’economia sudcoreana cambiò drasticamente.

La posizione in “prima linea” della Corea del Sud nella guerra fredda le garantì grandi vantaggi. Innanzitutto, gli Stati Uniti sostennero la dittatura con pacchetti di aiuti quasi della stessa portata dell’intero bilancio statale del paese, sullo sfondo di programmi di assistenza militare e una politica accomodante verso le esportazioni.

Nel periodo dal 1946 al 1978 gli USA donarono al governo 6 miliardi di dollari: una cifra senza precedenti. Come termine di paragone, complessivamente a tutta l’Africa vennero donati 6,89 miliardi1. Questi fondi furono centrali nel processo di industrializzazione del paese, venendo gestiti attraverso un modello di economia fondata sui piani quinquennali la cui organizzazione venne affidata ad un organo centrale, l’Economic Planning Board (EPB).

Le banche principali vennero nazionalizzate per poter veicolare il denaro al fine di raggiungere gli obiettivi stabiliti dal governo. Sfruttando le contraddizioni geopolitiche della guerra fredda, Park Chung-hee rimodellò l’economia del paese attraverso un’industrializzazione orientata alle esportazioni (EOI). Da un lato, si pianificò centralmente la creazione di un’industria che potesse essere competitiva sui mercati mondiali. Dall’altro, si protesse rigidamente il mercato nazionale dalle importazioni con dazi proibitivi e controlli di capitale “draconiani” col fine di raggiungere l’autosufficienza.

Lo Stato aveva il controllo pressoché completo del settore finanziario e di larga parte dell’industria pesante, con un ruolo che col tempo andò espandendosi: nel 1975, dodici delle sedici aziende più grandi della Corea del Sud erano di proprietà statale. La volontà di Park Chung-hee era, tuttavia, anche quella di lasciare spazio a un limitato ruolo dei mercati sotto il rigido controllo governativo, favorendo l’ascesa di una borghesia nazionale che aveva acquisito capacità manageriali durante l’epoca del colonialismo giapponese.

Il risultato fu lo sviluppo dei chaebol, conglomerati industriali solitamente di proprietà di una sola famiglia, che ancora oggi caratterizzano il capitalismo sudcoreano e che in breve tempo composero un blocco a supporto del regime, a cui erano strettamente legati economicamente per via della protezione dalla competizione estera, i larghi sussidi statali e la repressione dell’attività sindacale.

Nonostante ciò, la sopravvivenza delle aziende non era primariamente stabilita da criteri di profittabilità, ma era decisa arbitrariamente dal governo centrale a seconda della loro capacità di espandere le esportazioni2. Nel primo piano quinquennale (1962-1966) vennero delineate le priorità del nuovo modello economico: in particolare l’industria pesante, le infrastrutture, l’educazione, la produttività agricola e lo sviluppo tecnologico. I chaebol ricevettero trattamenti speciali in termini di sussidi e prestiti a basso interesse. Attraverso questo peculiare sistema di pianificazione con meccanismi di mercato corporativi e finanziamento attraverso aiuti esteri, la percentuale dell’agricoltura sul PIL crollò dal 45% al 25% in 10 anni, mentre quella della manifattura salì dal 9% al 27%. La crescita del PIL raggiunse picchi del 12-14% annui3. Il cosiddetto “miracolo sul fiume Han” stava prendendo forma.

La repressione del regime era volta in particolare alla frammentazione del movimento operaio, con la distruzione di ogni attività sindacale indipendente. I sindacati erano infatti visti come istituzioni di sinistra, sovversive e filocomuniste, contrarie agli interessi della dittatura militare e dei chaebol. Come riportato da un rapporto dello Human Rights Watch4, alcuni dei maggiori conglomerati industriali sudcoreani non permettevano alcun tipo di attività sindacale affidandosi alla violenta repressione statale che, con arresti di massa e violazioni dei diritti fondamentali, assicurava la loro profittabilità.

La liberalizzazione dell’attività sindacale arrivò solamente a metà degli anni ’90, a democratizzazione già inoltrata. La sistematica violazione dei diritti dei lavoratori nella Corea del Sud autoritaria è un riflesso di un aspetto centrale dello sviluppo del paese: la volontà della dittatura di tenere sotto rigido controllo i salari, impedendo che un aumento elevato degli standard di vita dei lavoratori danneggiasse i profitti dei conglomerati industriali e facesse perdere al paese un vantaggio competitivo in termini di manodopera a basso costo.

Nonostante la “Labour Standard Law” del 1953 prevedesse la giornata lavorativa di 8 ore con un massimo di 48 ore a settimana, con il progredire della dittatura nuove misure permisero l’estensione a 60 ore senza il pieno pagamento degli straordinari e senza reali pene per i datori di lavoro in caso di violazione di queste norme. Le imprese sotto i 15 dipendenti furono esentate da tutte le già misere garanzie per i lavoratori, addirittura permettendo loro il lavoro minorile nella prassi5.

A seguito dell’assassinio di Park Chung-hee nel 1979, avvenne l’ascesa al potere del militare Chun Doo Hwan, che governò il paese fino al 1988 mantenendo una politica economica simile a quella del suo predecessore. Il quinto piano quinquennale venne orientato verso lo sviluppo di un’industria nazionale ad alta intensità di capitale, spostando risorse dall’industria pesante. Era periodo di grandi cambiamenti: a livello internazionale, gli Stati Uniti di Reagan avevano radicalmente mutato la propria strategia commerciale, mostrando sempre meno tolleranza verso una Corea del Sud diventata uno dei più grandi paesi costruttori di navi ed esportatori di acciaio, ma che comunque limitava in modo sostanziale l’importazione di prodotti americani6.

A livello domestico, gli anni ’80 segnarono la solidificazione di un movimento politico pro-democratizzazione che trovò negli studenti i più grandi sostenitori. Punto di svolta furono le manifestazioni in tutto il paese per l’abolizione della legge marziale del 1980, alle quali il governo di Chun Doo Hwan rispose con la forza. Nella città di Gwangju, a seguito dell’apertura del fuoco dell’esercito sugli studenti, avvenne un tentativo di insurrezione armata che si concluse in un bagno di sangue, con un bilancio che va dalle mille alle duemila vittime civili.

Al tempo dell’inizio della democratizzazione nel 1987, la Corea del Sud era ormai un’economia avanzata. Una graduale deregolamentazione finanziaria iniziò, insieme ad una piena integrazione del paese nell’economia mondiale. I limiti delle riforme neoliberiste non tardarono ad evidenziarsi: la rimozione dei controlli di capitale causò un brusco incremento del debito estero. Questo elemento, unito ad un alto livello di indebitamento societario dei chaebol e ad istituzioni finanziarie particolarmente esposte, resero l’economia fragile e suscettibile allo shock che arrivò nel 1997 con la grande crisi finanziaria asiatica7. L’economia pianificata venne progressivamente abbandonata: il settimo piano quinquennale (1992-1996) concentrato sull’alta tecnologia fu l’ultimo attuato dalla nuova democrazia. Le liberalizzazioni continuarono nel corso degli anni 2000, interfacciandosi al mercato mondiale da una posizione di forte vantaggio tecnologico e industriale accumulato in pochi decenni.

Alla luce di quanto detto, è quindi chiaro che il successo economico della Corea del Sud lunge dall’essere dovuto a politiche di libero mercato. Al contrario, si è trattato di un risultato ottenuto attraverso la loro negazione: un modello di sviluppo dirigista fondato su aiuti senza precedenti da parte degli Stati Uniti, gestiti attraverso una rigida pianificazione economica e un’alleanza tra le grandi imprese e i militari orientata all’esportazione, con gli USA che hanno acconsentito a deficit commerciali in funzione geopolitica anticomunista.

Un sistema fondato sullo sfruttamento diffuso della larga maggioranza dei lavoratori, mantenuto con la repressione della dittatura. È quindi necessario smontare narrazioni semplicistiche, sia per restituire una lettura dignitosa alla tragica storia della penisola coreana, sia per evitare che la propaganda neoliberista si appropri a posteriori di meriti per fenomeni storici con cui non ha nulla a che fare.


Fonti:

1 Sial, Farwa. “Historicising the Aid Debate: South Korea as a Successful Aid Recipient”. Developing Economics. November 12, 2018.

2 Hart-Landsberg, Martin. “The Rush to Development: Economic Change and Political Struggle in South Korea”. Monthly Review Press. January 1, 1993.

3 World Bank. “GDP growth (annual %) – Korea, Rep.” World Development Indicators, The World Bank Group, https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG?locations=KR

4 Human Rights Watch, “South Korea: Labor Rights Violations Under Democratic Rule”. Vol. 7, No. 14, November 1995.

5 Lehberger, Kurt. “The Working and Living Conditions in South Korea in the stage of the export-oriented Industrialization (1965-1980)”. GRIN publishing. 1984.

6 Seth, Michael J. “South Korea’s Economic Development, 1948–1996”, Oxford Research Encyclopedia of Asian History. December 19, 2017.

7Cha, Myung. “The Economic History of Korea”. EH.Net Encyclopedia, edited by Robert Whaples. March 16, 2008.

Classe '99, studente di economia con un debole per la storia contemporanea. Ostinato, analitico, con tante ambizioni. Sempre pronto alla discussione, ancora meglio se davanti ad una birra.

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