La finanza islamica: un’opportunità?

finanza islamica

Che cos’è la finanza islamica e in che modo si differenzia da quella tradizionale? La base dei suoi principi guida è da ricercare nelle prescrizioni del Corano e della legge islamica circa il rapporto tra l’uomo e l’economia, tanto che nel freddo gergo delle transazioni i prodotti di finanza islamica sono spesso etichettati come “sharia-compliant“.

I cinque pilastri della finanza islamica

Secondo i praticanti della finanza islamica, sono cinque i precetti di origine coranica che gli operatori devono seguire nel suo sviluppo. In primo luogo, parlando a Muhammad, Allah avrebbe vietato agli uomini il ribāovvero l’arricchimento a usura, il “fare soldi con i soldi”. Inoltre vigono i principi della liceità dell’investimento (ḥalāl) e della sua assenza di rischio (gharār). Col primo concetto si vietano gli investimenti ritenuti “impuri” dall’Islam: armi, droga, gioco d’azzardo, ma anche settori alimentari riguardanti la carne di maiale. Col secondo, invece, si invita a investire solo laddove il sottostante o il prodotto dell’attività finanziaria è noto e controllabile, ad esempio in un titolo per il finanziamento di un’opera pubblica.

Segue il quarto pilastromaysīr, che certifica il rifiuto della speculazione e, quindi, della “finanza ombra” tradizionale, dai derivati in giù. Come quinto e ultimo pilastro, la finanza islamica incorpora uno dei tradizionali cardini della religione musulmana, l’elemosina (zakāt). “Eseguite la Preghiera, pagate la Decima e prostratevi come gli altri in preghiera”, dice il Corano, e per la finanza islamica la “decima” è la devoluzione di una percentuale degli utili annui in attività caritatevoli.

Il titolo islamico per eccellenza: il sukuk

Il prodotto finanziario per eccellenza è denominato sukuk, ed è costruito per rispettare queste cinque importanti condizioni. Secondo l’approccio accademico il sukuk assomiglia a un’obbligazione per la forma dei flussi: c’è un reddito costante pagato a scadenze definite, come i flussi cedolari. Contemporaneamente ha alcune caratteristiche da titolo azionario, perché l’investitore ha diritto al rendimento solo se il bene sta rendendo effettivamente, cosa che con le obbligazioni non succede. Il sottostante di un sukuk è sempre un bene reale, come un bene immobile o un’infrastruttura.

Nel mondo le emissioni di sukuk si avviano a rappresentare un quinto del valore complessivo dei titoli: Moody’s stima che dagli 88 miliardi di dollari del 2016 nel 2018 si potrebbe essere arrivati a poco meno di 150 miliardi.

Principale piazza mondiale fuori dal mondo islamico nel settore è Londra, tanto che il Regno Unito nel 2014 è stato il primo Paese non musulmano a emettere un sukuk sovrano dal valore di 200 milioni di sterline. La crescente attenzione degli investitori per l’eticità dei prodotti e il progressivo screditamento della finanza speculativa hanno portato a ampi spazi di manovra per i sukuk: oltre il 90% dei nuovi clienti di uno dei colossi inglesi del settore, la Al Rayan Bank, è non musulmano.

Come l’Italia può sfruttare i vantaggi del settore

Una Brexit “dura” causerebbe incertezze nella finanza europea, e risulta incredibile pensare come l’Italia non abbia, in tre anni, pensato a come sviluppare un hub nazionale di finanza islamica per il dopo Brexit. Il controllo di Piazza Affari da parte della City renderebbe non ostile tale manovra, mentre al contempo una strategia nazionale per la finanza islamica consentirebbe di sviluppare a fini produttivi gli investimenti di una comunità musulmana tra le più ampie d’Europa, sottraendole al peso determinante dei fondi del Golfo Persico, rilanciare la centralità nazionale nell’economia mediterranea e dare una risposta concreta alle richieste di una finanza più etica e pulita, che i “bond verdi”, per fare un esempio, non possono soddisfare.

Dal 28 al 30 novembre Torino è stata sede della quarta edizione del Turin Islamic Economic Forum (Tief), che il sindaco pentastellato del capoluogo piemontese, Chiara Appendino, ha indicato come “un’importante occasione per moltiplicare le opportunità di investimento e di collaborazione tra istituzioni e aziende del nostro territorio con il mondo della finanza islamica”. Il Tief, infatti, è il principale forum italiano di discussione su quella che è destinata a diventare una realtà sempre più importante nella finanza mondiale.

I principi della finanza islamica, sotto diversi punti di vista, richiamano gli inviti ad avvicinare all’economia reale e umanizzare la finanza divenuti sempre più insistenti nel campo occidentale dalla Grande Recessione in avanti. Papa Benedetto XVI, nella magistrale enciclica “Caritas in Veritate” scriveva nel 2009:

L’intero sistema finanziario deve essere finalizzato al sostegno di un vero sviluppo. Soprattutto, bisogna che l’intento di fare del bene non venga contrapposto a quello dell’effettiva capacità di produrre dei beni. Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori. 

L’occasione è da cogliere al volo, specie perchè investimenti come i sukuk offrirebbero l’opportunità di finanziare quello sviluppo infrastrutturale in opere grandi e piccole di cui l’Italia ha grande bisogno e di trovare una via agile al finanziamento delle piccole e medie imprese che costituiscono il nostro sistema produttivo. Gestita politicamente e non consegnata ai “soliti noti” mediorientali, la sfida della finanza islamica può diventare un’opportunità sistemica.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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