La moneta è politica: lezioni dal Trecento

moneta medievale oresme
Crediti: CNG (From the Norman Frank Collection)

Chi cede il suo pane o il lavoro del proprio corpo in cambio di moneta, non appena la riceve essa è cosa sua, come suoi erano il pane o il lavoro fisico di cui era libero di disporre.

Nicole Oresme, De Moneta, VI

Lo studio di una fonte storica risalente quale un trattato monetario trecentesco può apparire, ad un primo sguardo, come uno sforzo erudito di dubbia consistenza e di ancor più discutibile utilità pratica. Certo, non è un esercizio che possa parlare immediatamente alla modernità. Una presunzione del nostro tempo è quella di credere di compendiare in sé stesso quanto di meglio abbiano prodotto le epoche precedenti, sia quanto ad analisi teorica, sia quanto a complessità ed adeguatezza delle proprie strutture istituzionali.

Come se non bastasse, le volte in cui andiamo poi ad interrogare effettivamente il passato, spesso lo facciamo sulla scorta di questa presunzione, cercandovi, alla luce delle idee contemporanee, i germi della modernità. È un utilizzo delle fonti che potremmo dire carismatico, che spesso mira alla caccia anacronistica di ideali e precorritori, forse alla ricerca di conferme per lo sconcerto teorico che, per dirla con Marx, specie negli ultimi anni si è aggiunto al panico pratico di fronte all’enigma della moneta.

Per quanto sia inevitabile avere delle pre-comprensioni e dei pre-giudizi, un’analisi consapevole dei propri limiti e quindi scevra da ogni intento carismatico permette una duplice relativizzazione. Essa consente di mettere in discussione la categoria di “progresso” sia dal punto di vista istituzionale e sociale, sia dal punto di vista della conoscenza teorica dei pensatori coevi. L’analisi del fenomeno monetario dispiegata da Nicole Oresme (c. 1320-1382), gran maestro del collegio di Navarra, consigliere di Carlo V il Saggio di Francia, vescovo di Lisieux, si colloca pienamente entro il linguaggio teorico e nelle problematiche pratiche del mondo tardomedievale.

È in questo contesto che si sviluppa il suo approccio originale alle questioni monetarie. La sua è una peculiarità che non si sostanzia nell’essere il precursore di qualcuno, di un Gresham o di un Copernico, bensì nell’essere un attento conoscitore del sistema monetario del suo tempo e di aver elaborato una riflessione compiuta su ciò che la moneta significhi per chi la usa, quale sia il suo statuto, quale il rapporto con le persone e con le cose, in che rapporto stia con la sovranità.

È questa ricollocazione di un pensiero e del suo autore nel suo tempo, nella sua piena autonomia teorica, che permette una seconda operazione: si può infatti porre in relazione con il presente questo suo linguaggio e questa sua analisi. L’opera di Oresme permette di annodare ed arrischiare oggi una riflessione sulla natura della moneta e sul suo legame con il potere, la sovranità, l’attività valutativa ed il perimetro di ciò che si può definire propriamente economico, una riflessione che non è meno attuale, urgente od originale per via dello strumento teorico, ossia l’analisi storica, di cui si fa forte.

Il trattato oresmiano si apre con una domanda chiara: “propter quid moneta sit inventa”, perché la moneta sia stata inventata. In questo contesto l’inventio ha un portato semantico che non si può ricondurre all’invenzione nel senso del ritrovamento, della scoperta, del colpo di genio. La moneta non è inventata in laboratorio da un Archimede Pitagorico, la moneta è inventata nel modo dell’istituzione, è istituita socialmente, consapevolmente, attivamente. A che fine, dunque, esiste la moneta? Qual è lo scopo di questa istituzione? La moneta è una “ricchezza artificiale” il cui unico scopo è di servire allo scambio delle ricchezze naturali; chi ne ha in abbondanza, d’altronde, potrebbe pur sempre morire di fame, come ricorda il vescovo di Lisieux richiamando la figura di re Mida attraverso la Politica di Aristotele.

La moneta quindi ha il suo fine e la sua necessità nell’aprire lo spazio dello scambio, nel permettere che lo scambio abbia luogo. È importante notare come la moneta sia necessaria: la figura del baratto, così come la citazione di Genesi in apertura, non sono che strumenti per introdurre il concetto dell’istituzione monetaria; non c’è in Oresme, così come in nessun altro pensiero coevo, l’idea mengeriana che una moneta possa emergere in modo a-nomico come frutto di ripetute interazioni bilaterali nel mercato in virtù del suo grado di commerciabilità (Absatzfähigkeit).

La moneta è quindi un’istituzione, «instituée selon composicion ou convencion humaine», nota sempre Oresme nella sua traduzione in volgare francese dell’Etica Nicomachea per il sovrano francese. E continua: «elle n’a pas son pris ne son cours par nature, mais par la loy et par ordenance humane» («la moneta non assume il suo prezzo o corso per natura, ma per legge e attraverso umane ordinanze»), glossando poi: «elle a son pris par la loy et non par nature» («il suo prezzo segue dalla legge, non dalla natura», Le Livre de Ethiques d’Aristote, v.xi).

La moneta emerge dal discorso oresmiano non come merce dotata di un valore intrinseco. La scelta di composicion (composizione) per definire il processo istitutivo della moneta è particolarmente utile per chiarire in quale senso la moneta sia misura: essa, infatti, com-pone – cioè tiene insieme –, interessi altrimenti divergenti, quelli dell’acquirente, del venditore e delle rispettive dotazioni materiali – o meglio, del lavoro che vi sta dietro. La moneta è dunque quell’istituzione che permette innanzitutto di misurare la distanza tra le persone, che dà un’unità allo scambio, facendo sì che questa distanza sia nota e sia espressa in un linguaggio condiviso.

Assume la forma del medio, nella doppia accezione che si può dare a questa medietas: quella di medio strumentale che interviene materialmente nella relazione di scambio, e quella di termine mediano nella relazione sociale di cui stiamo trattando, quindi elemento politico di riequilibrio degli interessi ora convergenti ora confliggenti tra coloro i quali accedano, utilizzino, fruiscano, governino la moneta. Non è un caso che la composizione rimandi all’istituto dell’arbitrato, al riequilibrio degli interessi di due parti contrapposte in un processo giudiziale-negoziale, una semantica che, peraltro, rinvia direttamente alle prassi mercantili medievali.

La moneta consente dunque di superare, ponendosi quale misura istituita convenzionalmente, quella radicale e ineliminabile diversità tra coloro i quali partecipano allo scambio, ognuno portatore di una propria specifica percezione delle cose oggetto di scambio. Donde la possibilità di mutare la moneta, di riformarla, di riarticolare, di quando in quando, la relazione tra la moneta quale unità di conto e le monete che occasionalmente fungono da mezzo di pagamento, producendo così una possibile perdita o un guadagno per alcune parti sociali, una possibilità di rédressement del sistema monetario – e quindi della relazione tra debitori e creditori – che trova una eco moderna nelle prime pagine del Treatise on Money del 1930 di John Maynard Keynes.

La moneta è misura degli scambi e come tale non emerge dallo scambio stesso, è antecedente logicamente ad esso e terza rispetto agli scambianti e alla loro opera. È proprio nell’antecedenza della moneta rispetto allo scambio che trova sostanza la questione della sovranità. La moneta, come nota Oresme sempre in sede di glossa all’Etica, in greco si dice nommisma, «et est dit de nomo, qui signifie loy»: la moneta è la legge che viene data allo scambio. Ne consegue che essa è il perimetro che viene dato allo scambio, e quindi a ciò che può essere oggetto di scambio, e quindi a ciò di cui si può fare mercato e ciò di cui non si può fare mercato (qui si apre una parentesi, che non possiamo chiudere, sulla forma assunta dal credito in epoca preindustriale: basti dire che si può pensare a un mondo in cui della moneta, e quindi del credito, non si fa mercato, ma segue principi altri). Come legge dello scambio, essa è un fatto eminentemente giuridico e intrinsecamente legato alla sovranità.

Al capitolo sesto del trattato Oresme si chiede «cuius sit ipsa moneta?», di chi sia questa moneta? In questo passaggio, chiave di volta dell’intera struttura argomentativa dell’opera, il vescovo di Lisieux avanza un pensiero ponderato (e ponderoso) intorno a chi sia sovrano sulla moneta, su chi ne disponga, secondo quali modalità e con quali limiti. Di chi è la moneta? La moneta non può essere considerata un attributo privato del monarca, praecipue regis, bensì come un attributo della sovranità nel senso del corpo politico del re.

In questo senso, egli dispiega un’importante teoria della sovranità monetaria il cui scopo non è negare la politicità del governo della moneta, ma sottrarlo all’arbitrarietà di un monarca che, attraverso l’abuso del diritto di coniazione, negli anni in cui il trattato stesso è stato redatto, si è appropriato della moneta al fine di trarne un indebito, temporaneo (e discutibile) vantaggio fiscale. Il teologo normanno vuole quindi sottrarre lo ius imponendi valorem al re per consegnarlo al corpo politico della comunità, costituendo un diritto della moneta sovraordinato al corpo terreno del re, un diritto che troverà poi oltre i Pirenei nel frate minore Francesc Eiximenis una formulazione tale da indurre alla condanna per lesa maestà del monarca falso coniatore.

In Oresme la moneta, bene immateriale, «ricchezza artificiale», chiamata a circolare di modo da scomparire nello scambio, è posta in mano a tutta la comunità, riconducendo il suo buongoverno alla categoria del bonum commune. Questo del bene comune è un orizzonte civico e civile che esclude l’arbitrio della persona fisica e monocratica del re. La moneta è dunque legge stabilita dalla comunità per se stessa, una legge aristotelicamente e teologicamente buona, ossia giusta e ragionevole.

È in questa chiave che va letta la difesa oresmiana dell’intrinseco contenuto delle pezze monetali, una difesa che una certa storiografia ha spesso esagerato alla caccia del gold standard e di una visione della moneta quale merce, il cui valore dipende solo dal metallo contenutovi. Invero, è la dimensione fiduciaria della moneta che richiede che il mezzo di pagamento, le monete metalliche, siano amministrate non arbitrariamente, perché sottostanno esse stesse a un vincolo: quello di essere realizzate in un metallo che ha un uso commerciale.

Una moneta deve pesare, per Oresme, affinché non la si debba pesare mai più, ma possa correre utilmente di mano in mano, contandola e numerandola. Senza che nessuno possa, sulla scorta di discrepanze tra i contenuti metallici, dissimetrie di sorta, variazioni nel prezzo delle singole pezze rispetto all’unità di conto, costruire una ricchezza speculando su qualcosa che ricchezza non è.

Tommaso Brollo è dottorando in economia politica presso l’Università di Siena, dopo aver studiato a Trento e Milano. Si occupa di storia della moneta e del credito tra tardo medioevo e prima età moderna.

2 Commenti

  1. Interessante, la moneta è da sempre uno dei grandi argomenti di ontologia sociale. E forse c’è anche una patologia sociale in cui il mezzo diventa fine, anche se sicuramente a suo modo questa patologia ha mosso la storia umana anche da un punto di vista della velocità degli avanzamenti e delle intraprendenze. Centralizzare l’oggetto del desiderio, dai molti all’uno, ha fatto veramente la differenza.

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