L’economia neoclassica del cambiamento climatico è fuorviante e pericolosa. Ecco perché

La cosiddetta “economia del cambiamento climatico”, vincitrice del premio Nobel con Nordhaus, è fuorviante e pericolosa. Ecco il perché.

Mentre gli scienziati del clima avvertono che il cambiamento climatico potrebbe essere catastrofico, economisti come il vincitore nel 2018 del Premio Nobel William Nordhaus sostengono che non sarà nemmeno lontanamente dannoso. In un paper del 2018 pubblicato dopo l’assegnazione del premio, Nordhaus ha affermato che 3° C di riscaldamento porterebbero a una riduzione del PIL globale di solo il 2,1%, rispetto a quanto accadrebbe se il cambiamento climatico non ci fosse. Anche un aumento di 6° C della temperatura globale, ha affermato, ridurrebbe il PIL solo dell’8,5%.

Chi si sentisse rinfrancato da queste stime dei danni, tutto sommato contenuti, stia attento. In un paper pubblicato recentemente, ho dimostrato che i dati su cui si basano queste stime poggiano su presupposti gravemente sbagliati.

Il celebre lavoro di Nordhaus, che, secondo il comitato per l’assegnazione del premio Nobel, ci ha “notevolmente avvicinato a rispondere alla domanda su come si possa ottenere una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”, offre ai governi una ragione per attribuire al cambiamento climatico una bassa priorità.

Le sue stime implicano che i costi per affrontare il cambiamento climatico superano i benefici fino a quando il riscaldamento globale non raggiunge i 4 ° C, e che una leggera tassa sul carbonio sarà sufficiente per stabilizzare le temperature a questo livello a un costo complessivo inferiore al 4% del PIL nell’arco di 120 anni. Sfortunatamente, questi numeri si basano su stime empiriche non solo sbagliate, ma irrilevanti.

Nordhaus (insieme a una ventina di economisti che la pensano come lui) ha utilizzato due metodi principali per ricavare stime ottimali delle conseguenze economiche del cambiamento climatico: il “metodo enumerativo” e il “metodo statistico”. Tuttavia la mia ricerca mostra che nessuno dei due regge al controllo.

Il “metodo enumerativo”

Nel metodo enumerativo, per citare l’economista neoclassico del cambiamento climatico Richard Tol, “le stime degli ‘effetti fisici’ del cambiamento climatico sono ottenute una per una da articoli di scienze naturali (…) e sommate”.

Questo metodo sembra ragionevole, fino a quando non si realizza che il modo in cui è stato implementato ignora industrie che insieme rappresentano l’87% del PIL, sulla base del presupposto che esse “hanno luogo in ambienti attentamente controllati che non saranno direttamente influenzati dai cambiamenti climatici”.

L’elenco dei settori che, secondo Nordhaus, non sarebbero coinvolti include tutto il manifatturiero, il minerario sotterraneo, i trasporti, le comunicazioni, la finanza, le assicurazioni e beni immobili non costieri, il commercio al dettaglio e all’ingrosso e servizi governativi. È tutto ciò che non è direttamente esposto alle intemperie: di fatto tutto ciò che accade al coperto o nel sottosuolo. Due decenni dopo che Nordhaus aveva formulato per la prima volta questa ipotesi nel 1991, la sezione economica del Rapporto IPCC l’ha ripetuta:

“Attività economiche come agricoltura, silvicoltura, pesca e estrazione mineraria sono esposte alle intemperie e quindi vulnerabili ai cambiamenti climatici. Altre attività economiche, come la produzione e i servizi, si svolgono in gran parte in ambienti controllati e non sono realmente esposte ai cambiamenti climatici”.

Questo significa confondere il tempo metereologico con il clima. Il cambiamento climatico influenzerà tutte le industrie. Potrebbe trasformare in deserti quelle che prima erano regioni fertili, costringere le fattorie – e le città che queste supportano – a muoversi più velocemente di quanto il suolo possa svilupparsi, generare tempeste che possono radere al suolo quegli “ambienti attentamente controllati” e tempeste di fuoco che li bruciano.

Ciò potrebbe costringerci a eliminare l’uso di combustibili fossili prima di disporre di sufficiente capacità installata proveniente da fonti di energia rinnovabile. La produzione di quegli “ambienti attentamente controllati” diminuirà insieme alla riduzione dell’energia disponibile. L’ipotesi che qualsiasi cosa fatta al coperto non sarà influenzata dal cambiamento climatico è assurda. E se questa è sbagliata, lo sono anche le conclusioni basate su di essa.

Lo stesso vale per il “metodo statistico“. Come ho spiegato in un precedente articolo, questo metodo presume che la relazione tra temperatura e PIL oggi possa essere utilizzata per prevedere cosa accadrà nel momento in cui cambia il clima dell’intero pianeta. Tuttavia, mentre la temperatura non è un fattore particolarmente importante nella produzione economica oggi, il cambiamento climatico farà molto di più che aumentare semplicemente la temperatura dei singoli paesi di alcuni gradi, la distruzione che causerà è enorme.

La funzione di danno

Ciò nonostante, queste stime ottimistiche sono state utilizzate per calibrare la cosiddetta “funzione di danno” di Nordhaus, una semplice equazione che prevede una riduzione piccola e lineare del PIL per un dato aumento della temperatura. Ma il cambiamento climatico non sarà un processo lineare: ci saranno “tipping points”, punti di svolta.

Nordhaus ha giustificato l’utilizzo di un’equazione lineare affermando erroneamente che gli scienziati del clima, compreso Tim Lenton dell’Università di Exeter, avevano concluso che non c’erano “punti di svolta critici in un orizzonte temporale inferiore a 300 anni fino a quando le temperature globali non saranno aumentate di almeno 3° C”. In realtà, lo stesso Lenton e i suoi colleghi hanno indicato nel ghiaccio marino estivo artico un punto di svolta critico che sarebbe probabilmente stato innescato nei prossimi dieci o vent’anni da variazioni della temperatura comprese tra 0,5° C e 2° C:

“Concludiamo che la minaccia più grande (e più chiara) riguardi l’Artico con la perdita di ghiaccio marino estivo che probabilmente si verificherà molto prima (e potenzialmente contribuirà allo scioglimento) della calotta glaciale della Groenlandia”.

La ragione per la quale questi errori sono così significativi è che, nonostante i presupposti errati su cui si basa, questo lavoro è stato preso sul serio dai politici, come dimostra il premio Nobel aggiudicatosi da Nordhaus. Per questi policymaker, una previsione dei livelli futuri del PIL è di gran lunga più facile da capire rispetto a concetti non familiari come la vitalità dell’ecosistema. Sono stati fuorviati da numeri confortanti che non hanno alcuna relazione con ciò che il cambiamento climatico, di fatto, comporterà per le nostre economie.

Pubblicato originariamente su The Conversation.

Steve Keen è un economista australiano di scuola post-keynesiana. È stato fra i pochi ad aver previsto la crisi del 2008. Insegna a Londra.

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