La grande strategia di Angela Merkel nell’anno della pandemia

Tra i leader europei c’è una sola grande vincitrice dei mesi della pandemia, ed è Angela Merkel. Il lungo anno del Covid-19 ha indirettamente consolidato la centralità tedesca in Europa e acuito la distanza tra le classi dirigenti europee e quella, consolidata, al potere a Berlino. Siamo i primi a denunciare e criticare gli errori della leadership tedesca nel Vecchio Continente, che nello scorso decennio si sono palesati a più riprese a viva forza (austerità, mercantilismo spinto, ostilità alla mutualizzazione del deficit) ma nel 2020 non possiamo che invidiare alla Germania il fatto che il Paese stia affrontando con una strategia chiara la prova del fuoco della pandemia.

E nel mondo che verrà sarà proprio la capacità di pensare strategicamente che farà la differenza tra i leader provvisori e gli statisti, tra i Paesi destinati a essere protagonisti delle relazioni internazionali e della competizione economica globale e quelli condannati a un inesorabile declino. L’Europa dei Macron, dei Rutte, dei Sanchez e Conte, più per colpa sua che per meriti della controparte, si allontana dalla Merkel in quanto a qualità e continuità della leadership e Berlino esce per una lunga serie di ragioni come nazione “decisiva” del Vecchio Continente. Vediamo di esaminarle.

In primo luogo, la Germania ha l’indubbio vantaggio di aver scampato lo tsunami pandemico vissuto dai Paesi vicini. Italia, Francia, Regno Unito e Spagna hanno subito un numero di vittime di Covid-19 dalle tre alle cinque volte maggiore, Berlino non ha mai dovuto decretare un duro confinamento nazionale ed ha mobilitato a viva forza le strategie preventive, monitorando severamente l’evoluzione dell’indice Rt e l’incidenza dei contagi per 100mila abitante per capire ove procedere a chiusure locali.

In secondo luogo, la Merkel ha capito in tempo le conseguenze politiche della pandemia. Memore degli effetti deleteri di lungo termine dell’estremismo austeritario del 2010-2012 e dell’ottusità rigorista di cui Berlino fu principale artefice la Germania si è posta in una posizione intermedia nei dialoghi europei che ne ha esaltato la centralità. Le tre istituzioni mobilitate a giugno per mettere sul campo oltre 500 miliardi di euro contro la crisi sono state la Commissione europea, il Meccanismo europeo di stabilità e la Banca europea degli investimenti. Tre istituzioni, en passant, amministrate da altrettanti tedeschi. Rispettivamente l’ex ministro della Difesa Ursula von der Leyen, il super-burocrate Klaus Regling e l’esponente liberale Werner Hoyer.

Uno specchio dell’Europa tedesca, a cui è seguita una mediazione sagace sul Recovery Fund che ha reso Berlino indispensabile per tutti gli interlocutori: l’Olanda e i “falchi” in un certo senso speravano nel vissuto della Merkel per evitare eccessiva liberalità negli aiuti; parimenti, i Paesi mediterranei hanno trovato nella Germania un interlocutore più ragionevole dei rigoristi del Nord, mentre la Francia di Emmanuel Macron si è accodata ai tempi dettati alla Cancelleria Federale. Politicamente, quello della Merkel e del Ministro delle Finanze Olaf Scholz è stato un capolavoro: l’Europa più disunita degli ultimi decenni si trova ora a dipendere dall’interlocuzione con Berlino, capitale reale del Vecchio Continente.

In terzo luogo, in Germania il dogmatismo sul pareggio di bilancio è stato ben presto dimenticato. La Germania, con una contrazione del Pil atteso vicino al 6%, nonostante gli innumerevoli interventi già messi in campo da Berlino e che hanno causato una spesa pubblica superiore ai 400 miliardi per il 2020, ha nelle scorse settimane demolito il mito dell’irrinunciabilità dello Schwarze null fino al 2024. “Nell’ambito della manovra di bilancio la Germania investirà 55 miliardi nel 2021 e 48 miliardi fino al 2024”, si legge su StartMag. L’indebitamento complessivo sarà di 96,2 miliardi nel 2021 e scenderà nei prossimi anni, restando però sempre oltre la soglia dello 0,35% di deficit che la regola federale sullo Schwarze null impone al governo. Ancora nel 2024 Berlino prevede un debito pubblico in aumento di 5,2 miliardi di euro. 

Questo nuovo deficit sarà utilizzato in maniera estremamente spregiudicata e, con una deroga sostanziale ai precetti ordoliberisti della dottrina economica tedesca, la Germania, manovrando in Europa ha incassato una sostanziale revisione a suo favore della procedura temporanea sugli aiuti di Stato, estremamente allenatata dall’Unione Europea. Lo scorso 13 ottobre, lo ha ricordato l’ex ministro Renato Brunetta in un articolo sull’Huffington Post, “la Commissione Europea ha emanato il quarto emendamento al Temporary Framework, introducendo una sezione ad hoc che consente ai governi nazionali di coprire i ‘costi fissi scoperti’ delle aziende nazionali che hanno subito un calo del fatturato superiore al 30% nell’ultimo periodo di riferimento”. Idea da tempo sostenuta dalla Germania, che consentirà  agli Stati di intervenire per coprire questi costi fino al 90%, con un massimo di importo di 3 milioni di euro a impresa e a Berlino “di versare denaro contante alle sue imprese, pagando loro i costi fissi. Alla fine, gli imprenditori tedeschi avranno potuto contare su un partner occulto, il governo di Berlino, che inietterà decine di miliardi di euro”.

In quarto luogo, vi è la questione della capacità della Germania di iniziare a pensarsi, finalmente, come attore geopolitico. Nel quadro della risposta alla catastrofe pandemica non possono essere esclusi dai calcoli l’avvio dei complessi piani di sovranità digitale europea portati avanti attraverso il progetto Gaia-X, le continue negoziazioni con la Russia per proseguire il gasdotto North Stream 2 e mosse strategiche come la scelta di occupare finanziariamente la casella fondamentale del porto di Trieste. Mosse che segnalano come a tutto campo Berlino voglia consolidare la sua posizione di piattaforma continentale cruciale per commerci, interscambio economico, traffico dati e energia. Il contraltare in termini di hard power della centralità negoziale acquisita nel contesto pandemico, secondo una logica che va oltre la mera considerazione delle strutture dell’Unione Europea, scavalcate quando capaci di rallentare i piani tedeschi. E se mosse come quella di Trieste segnalano le inquietudini tedesche per la presenza cinese in Europa, la sovranità digitale porta sulla strada di un confronto in materia con i colossi del web statunitense. Va tenuto in considerazione quanto dichiarato dall’analista geopolitico Gianni Bessi all’Osservatorio Globalizzazione:

Con una scelta comunicativa forse discutibile la Cancelliera cerca di spostare la pulsione aggressiva del suo popolo su un altro fronte, e spende il termine “sovranità” per designare il progetto tecnologico tedesco ed Europeo. Si vede che conosce pure Freud. Solo uno sviluppo nel campo dell’innovazione tecnologica può consentire di fondare una solida e necessaria autonomia. Realizzare questa indipendenza digitale non significa che in Europa dobbiamo essere capaci di fare qualunque cosa, ma che dobbiamo essere in grado di decidere da soli dove e come impostare la realizzazione di una infrastruttura di dati europea sicura e affidabile e di costruirne in prima persona solo gli elementi portanti”.

Gianni Bessi

Infine, quinto ed ultimo punto, la Merkel è stata capace, con la gestione della pandemia, di blindare per la sua Cdu una successione al potere che in passato era sembrata esser destinata a venire messa in discussione. Nella primavera del 2021 le primarie di coalizione tra la Cdu e gli alleati bavaresi della Csu segnaleranno, con ogni probabilità, chi sarà il prossimo cancelliere dopo le elezioni del 2021. Il futuro governo tedesco dovrebbe dunque nascere in totale o consistente continuità con l’era Merkel. Questo è un dato di fatto che si può affermare con decisione maggiore rispetto alla valutazione delle prospettive politiche dei ben più fragili colleghi europei della Cancelliera. Ogni discorso politico per il futuro in Europa (dall’ipotesi di un ruolo più ampio per la Bce fino al rafforzamento della mutualizzazione del deficit) non potrà dunque non tenere in considerazione il dato di fatto ineludibile del mantenimento, negli anni a venire, di una solida centralità per la Germania. Un motivo in più per portare l’Italia a cercare i suoi spazi di manovra e la necessaria complementarietà con l’egemone continentale in quegli spazi economici, geopolitici e strategici mediterranei molto spesso negletti.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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