Un Natale mutilato per i lavoratori italiani

Sarà davvero un Natale mutilato per i lavoratori e per le famiglie in Italia.

Il Cdm ha recentemente approvato il nuovo decreto contro il Covid-19, con il divieto a tutte le persone fisiche, dal 21 dicembre fino al 6 di gennaio, di spostarsi tra Regioni e province autonome se non per lavoro, salute e “situazioni di necessità”, oltre che per tornare nella propria residenza, domicilio o abitazione.

Ma non solo. Il governo aveva altresì deliberato che nei giorni del 25, 26 dicembre e per Capodanno, fosse vietato spostarsi persino tra comuni diversi all’interno della stessa Regione. Non stupisce, però, che il governo abbia fatto, su questo, quasi subito dietrofront. Di fatto queste misure prescindono dalla “colorazione” delle singole Regioni e saranno applicate a livello nazionale.

È già facile immaginare come scelte del genere colpiranno innanzitutto i lavoratori e le famiglie dei lavoratori italiani che, per garantirsi un lavoro, sono costretti fuori dalla loro regione d’origine, fuori dal loro comune di residenza. E svantaggerà certamente chi vive in piccoli comuni, lontani dalle metropoli e dalle grandi città.

I lenitivi introdotti nelle settimane precedenti le festività, come la divisione tra giorni “rossi” e “arancioni” nel contesto delle vacanze natalizie, la concessione di spostamenti quotidiani di due persone nel raggio di 30 km dal proprio comune (purchè si vada in abitazioni private altrui una volta al giorno) e il tentativo di sommergere con l’alta marea del via libera ai consumi pre-natalizi il senso di insoddisfazione generale non hanno tolto la sensazione che ci si trovi davanti a misure profondamente ineguali. Dato che nella normalità dei casi la mobilità interna ai comuni resterà sempre sottoposta alle vecchie restrizioni da zona rossa e arancione.

Un tema fondamentale da tenere in considerazione nel valutare queste misure del governo è quello della distribuzione della popolazione. Nei comuni con meno di 5mila abitanti, che rappresentano il 69,53% del numero totale dei comuni italiani (5495) vivono poco meno di 9,8 milioni di persone, all’incirca quante abitano i 15 centri urbani principali. Sono 18 milioni, invece, gli abitanti dei centri urbani sotto i 10mila abitanti. Sommati, sono quasi 30 milioni di abitanti, ovvero la metà della popolazione italiana.

Vincolare questa consistente parte del Paese nel proprio comune di residenza durante le festività avrebbe rappresentato una misura dall’impatto direttamente proporzionale alla ridotta dimensione del centro urbano di riferimento. La pandemia ha, in un certo senso, ridato vita ai borghi anche grazie al ritorno a casa di molti lavoratori urbani delle grandi città. Non stupisce che, con queste misure, siano giunte innumerevoli lamentele dai sindaci, dai rappresentanti dei territori e anche da alcuni ministri, in quanto avrebbero comportato una evidente disparità di trattamento con i connazionali urbani.

In effetti paragonare in quanto a criticità una metropoli come Roma, città di circa 3 milioni di abitanti, e un piccolo centro della Val Trompia, delle Madonie o della Majella e applicare a entrambi i contesti le medesime restrizioni segnala una certa difficoltà decisionale da parte del nostro governo. Senza considerare, poi, tutti i lavoratori che resteranno confinati fuori dalla propria regione per tutto il periodo delle vacanze, non potendo andare a trovare i propri genitori o la propria famiglia.

Non dimentichiamo poi una particolare categoria di lavoratori, quelli delle forze dell’ordine chiamate a “vigilare” sul Natale e sulle festività, impossibilitati a svolgerlo a fianco delle proprie famiglie e costretti, in molte circostanze, a doversi comportare come “sceriffi” e a dover applicare regolamenti che, nel ginepraio di riferimenti normativi venutosi a creare (decreti legge, Dpcm, ordinanze regionali e comunali e quella nuova, strana fonte del diritto che sono le Faq online), mancano del pre-requisito della chiarezza e della certezza.

Insomma, la volontà di non apparire eccessivamente riduzionista e la pigrizia nell’affrontare la complessità di un DPCM diversificato hanno spinto il governo Conte a misure eccessivamente omogenee, ma che avrebbero il solo effetto, in un contesto complicato sul piano psicologico e sociale, di impedire o rendere difficile alle famiglie di riabbracciarsi e celebrare assieme le festività natalizie.

D’altro canto crediamo che siano del tutto inappropriati i paragoni che molti media, cartacei e televisivi, hanno operato rievocando la presunta “fuga al Sud” di inizio pandemia, ovvero a marzo, subito prima del lockdown. Le “immagini di persone che correvano verso l’ultimo treno in partenza la notte del 7 marzo prima della chiusura della Lombardia” erano state associate all’isteria e al panico generali e ritenute, con vago sentore moralista, l’inizio di una grande calata del virus al Sud, la quale però non si è mai verificata.

Ebbene, i dati della svizzera Teralytics, società che ha monitorato gli spostamenti tra le celle telefoniche, hanno evidenziato che tra i soli 835 partenti da Milano quel giorno di marzo furono “solo 166 quelli che salirono su un treno contro i 414 che scelsero di volare e i 257 che optarono per l’autostrada”. Segno che anche il sistema mediatico dovrebbe dare una copertura più pragmatica e meno allarmista di una vicenda che, per parafrasare Giulio Andreotti, “è un po’ più complessa”.

Ma proviamo a fare mente locale: finora abbiamo assistito a delle chiusure a macchia di leopardo, non più a quella (inequivocabilmente efficace, ma ormai considerata dannosa per l’economia) generalizzata su tutto il territorio nazionale. E mentre solo due settimane fa eravamo il terzo paese al mondo per letalità del virus (4 morti ogni 100 casi), il 29 novembre si annunciano distensioni sulle misure per le Regioni (guarda caso, durante la settimana del Black Friday), in cui le Regioni rosse da 8 passavano a 5 e quelle gialle da 5 a 7. E tutto questo mentre l’Italia resta tra i 5 paesi al mondo con più contagi da Covid-19. Al mondo. Sopra di noi solo Stati Uniti, India e Brasile. Sotto c’è la Russia.

Parliamoci chiaro: le misure di contenimento servono, le restrizioni sono efficaci, e lo dimostrano i risultati con cui il nostro paese ha affrontato la prima ondata del virus. I paesi che meglio hanno sconfitto l’epidemia sono stati quelli più inflessibili e con regole precise e mirate (vedasi la Cina). Ma se il nostro paese è sull’orlo di una gravissima recessione economica, queste misure possono essere sospese solo per garantire il benessere di tutta la popolazione, e non di una esigua parte di essa.

E invece il governo italiano mostra intenzioni del tutto diverse. A pagare le misure saranno ancora una volta le piccole famiglie e i lavoratori, non certo i più ricchi. Ma quel che più è assurdo è che nonostante si sia dato il via libera allo shopping e agli acquisti (e in città come Milano, Torino e Genova i negozi si riempiono con file di cento metri dall’ingresso), il governo ha il coraggio di annunciare chiusure proprio nel momento di più intensa convivialità nella tradizione del nostro paese: il Natale.

Insomma, sembra che Conte voglia dirci: “Andate liberi a comprare, acquistare, fate pure i regali ai vostri parenti e amici. Poi, però, se lavorate fuori dalla vostra regione e siete costretti a farlo oltre il 21 dicembre, beh peggio per voi. Se siete dei lavoratori in un piccolo comune e volete andare a festeggiare il Natale con la vostra famiglia in un altro comune limitrofo, beh mi dispiace ma dovete stare a casa. Nel frattempo godetevi i vostri acquisti fatti per il Black Friday”.

Insomma, la libertà dalle restrizioni va bene solo se si usa per comprare, comprare, comprare: sulla scia del peggior capitalismo consumista.

Studente di filosofia all'Università di Catania, nasco ad Agrigento, città di Empedocle e Pirandello. Da buon appassionato di Hegel e Marx, rimango un sincero rompiscatole per tutti i fedeli del pensiero unico filosofico, economico, politico.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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