Non solo Stato minimo: come funziona davvero la burocrazia negli Usa

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Lorenzo Castellani (classe 1989) insegna Storia delle Istituzioni Politiche alla Luiss ed è un attento osservatore della realtà nazionale e internazionale. Ha scritto per noi una breve analisi sul ruolo e le ramificazioni dello Stato americano.

Spesso si pensa che lo Stato americano sia uno “Stato leggero”. In realtà, il punto di forza dello Stato americano è la capacità di cooperazione tra settore pubblico e privato. È uno stato osmotico, che è cresciuto in parallelo allo sviluppo del capitalismo corporativo e manageriale. Già nelle colonie i privati erano assegnatari di molte funzioni pubbliche, uno schema che è proseguito fino al presente: si pensi alla Fed oppure ai contractors nel campo della difesa oppure al mix di imprenditoria privata e finanziamenti pubblici che ha spinto lo sviluppo della Silicon Valley.

Il ruolo del governo federale americano

Il governo federale gestisce prevalentemente le funzioni imperiali dello Stato americano: difesa, esteri, ricerca scientifica, militare. E funge da propulsore, da cervello per progettare le politiche sociali, che vengono poi messe in pratica dagli Stati. Negli ultimi ottant’anni il governo federale ha vissuto uno spettacolare sviluppo passando da poche decine di migliaia di civil servants a milioni di funzionari pubblici che lavorano nelle agenzie o nei dipartimenti.

L’approvazione nel 1883 del Pendleton Act, in una fase di lotta alla corruzione politica e di stabilizzazione del capitalismo, ha sancito la compresenza di due forme d’accesso alla burocrazia: meritocratica (attraverso concorso) e per cooptazione politica (spoil system). All’inizio del ventesimo secolo i funzionari selezionati per concorso sono esponenzialmente aumentati, prendendo il sopravvento sul patronage politico. La politica ed il grande capitalismo richiedevano all’amministrazione più competenze specialistiche e maggiore stabilità.

Poi le due guerre mondiali, la seconda in particolare, sono state fondamentali per la sua evoluzione. L’accrescimento dell’apparato federale accumulato nei conflitti non è mai regredito, né nei settori tecnici né in quelli civili. Inoltre, un’altra pietra miliare è stato il New Deal di Roosevelt che ha creato oltre 60 agenzie per sviluppare politiche sociali, industriali ed infrastrutturali. Nessuno, nemmeno i Repubblicani più liberisti, sono riusciti a far regredire i cambiamenti occorsi tra il 1915 ed il 1945. In questo scenario, le vittorie hanno svolto un ruolo fondamentale: un impero politico ed economico alla guida del mondo non poteva ammettere reali smantellamenti dell’apparato pubblico. Troppi gli incentivi interni ed esterni nel mantenerlo o accrescerlo.

Il ruolo della Banca centrale

La Fed è il punto di snodo tra la finanza privata e pubblica. Negli ultimi anni è stata sotto pressione da parte della politica ed ha assunto un ruolo più centrale e politicizzato, soprattutto nel perseguire la crescita dopo la crisi del 2008. Ad ogni modo non dobbiamo mai dimenticare, quando parliamo di America, dell’importanza della grande finanza privata. Cruciale nella gestione del debito e nella spinta espansionistica oltre confine dell’economia americana.

La burocrazia di Washington

Ad oggi i burocrati federali di carriera rappresentano i competenti al governo, in quanto vengono selezioni meritocraticamente per concorso. Essi sono la categoria professionale più istruita del paese (il livello di master e PhD è molto elevato), vengono da un background famigliare medio-alto borghese, hanno frequentato scuole ed università di prima o seconda fascia (predomina la formazione in scienze sociali), sono ancora in nettissima maggioranza bianchi. Si mescolano però con gli appointees, cioè quegli uomini nominati dalla presidenza (con l’advise and consent del Senato). Questi burocrati, che si situano in cima alla piramide amministrativa, sono a termine: decadono con la fine della presidenza che li ha nominati, secondo le antiche regole dello spoils system.

In conclusione, considerata la volatilità della politica e la crescente polarizzazione dei due partiti, il ruolo del cosiddetto permanent government è probabilmente destinato ad essere sempre più influente nel processo decisionale e a garantire continuità sia nelle politiche imperiali (intelligence, militari, tecnologia) che in quelle socioeconomiche.

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“Americana”, il dossier congiunto di Kritica Economica e Osservatorio Globalizzazione, è realizzato col patrocinio dell’associazione culturale “Krisis“.

E’ assegnista di ricerca in Storia delle Istituzioni Politiche presso la Luiss Guido Carli di Roma. Nel 2017 è stato Postdoc Researcher presso l'Einaudi Institute for Economics and Finance dalla Banca d'Italia. Nel 2016 ha conseguito il dottorato in Political History presso l'IMT di Lucca. Dal 2014 al 2016 è stato visiting scholar presso il King's College di Londra. Si occupa prevalentemente di storia anglo-americana e di analisi di scenari politici. Cura il Monthly Report on Italy della Luiss School of Government e scrive di politica e storia per varie testate nazionali.

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