Sviluppo economico o salvaguardia ambientale? Il caso della Norvegia

È possibile un sana convivenza tra tutela ambientale e crescita economica? Prendiamo in esame il caso dei ricorsi degli attivisti in Norvegia contro lo sviluppo del settore del fossile.

Lo scorso 4 novembre potrebbe entrare nella storia moderna della Norvegia. In quella data, infatti, la Corte Suprema norvegese, il massimo organo competente per le locali questioni giudiziarie, ha preso in esame i ricorsi di alcuni gruppi ambientalisti.

Come ha riportato la testata online The Local, la quale copre i principali avvenimenti nell’attualità del Paese scandinavo, associazioni come Greenpeace e Natur og Ungdom – tra le altre – contestano da tempo la concessione di licenze per estrarre gas e petrolio nel mar Artico. La motivazione alla base dei ricorsi, ognuno dei quali è stato presentato da una singola associazione ambientalista, è la seguente: le attività estrattive sarebbero profondamente in disaccordo con le misure dell’accordo di Parigi del 2015. Com’è noto, in occasione di quella conferenza mondiale si decise di mantenere il surriscaldamento globale ben al di sotto del tanto temuto incremento di 2 gradi centigradi della media della temperatura annuale del Pianeta.

Ci sarebbe poi dell’altro. I gruppi ambientalisti che hanno compilato i ricorsi di cui sopra, sostengono infatti che l’assegnazione delle licenze estrattive violi la Costituzione norvegese. Tale documento, di ispirazione assolutamente scandinava, sancisce il diritto a vivere in un ambiente sano, nel quale la natura sia salvaguardata. Questo è il principale elemento che sottende alle proteste ambientaliste.

Come ogni medaglia, però, anche quella  dell’ambiente norvegese ha due facce. Vi è infatti una importante porzione dell’economia norvegese – diciamo pure quella più ampia – che dipende dall’estrazione e dalla esportazione di idrocarburi. Ancora una volta ci troviamo di fronte alla più nota delle dicotomie che compongono la questione ambientale: è davvero possibile fare prosperare l’economia staccando la spina al settore del fossile? È futile sottolineare quale dibattito sia già nato su questa – spinosissima – decisione che la Corte Suprema si appresta prendere. Politici ed economisti, non solo norvegesi, hanno già cominciato a schierarsi con l’una o l’altra parte: c’è chi appoggia le risoluzioni dei gruppi ambientalisti e chi dà priorità all’introito economico. Le udienze presso la Corte Suprema si sono concluse lo scorso 12 novembre. Ora non resta che attendere il verdetto del massimo tribunale statale.

L’importanza di questa causa è tutt’altro che sottovalutabile. Ci troviamo di fronte ad uno dei processi della maggior portata, per il Paese scandinavo; tanto che alcuni giornalisti hanno già cominciato a definirlo il caso del secolo. I ricorsi non riguardano soltanto il delicato tema della tutela ambientale, bensì toccano anche le più salde corde economiche norvegesi, portando alla luce un’incoerenza di fondo non trascurabile, un paradosso molto sentito in Scandinavia. La Norvegia è infatti un Paese in prima linea nella lotta al cambiamento climatico: nella sua Costituzione sono presenti svariati principi ambientalisti – lo abbiamo visto poc’anzi – e lo Stato è leader in Europa per quanto riguarda la mobilità sostenibile. Eppure la prima voce della sua economia è quella che raccoglie i proventi dell’industria del gas e del petrolio. La questione rappresenta dunque un caso giuridico di peso, infatti sono ben 15 i giudici della Corte suprema norvegese che si stanno occupando della vicenda: si tratta della prima volta nella storia del Paese che un caso riguardante problematiche prettamente ambientali sollevi problemi di natura costituzionale. Il verdetto finale dei giudici potrebbe fortemente condizionare il futuro dell’attività economica più redditizia del Paese.

La Norvegia è il principale produttore di gas e petrolio in Europa Occidentale. Circa il 25% del gas utilizzato nel vecchio continente è di origine norvegese. Nel mondo ci sono solo due Paesi che esportano più gas naturale degli scandinavi: Russia e Qatar. I proventi ricavati dalla produzione e dall’esportazione delle fonti energetiche fossili sono accumulati nel fondo sovrano norvegese. Si tratta del fondo di investimento sovrano più grande al mondo, il cui valore è superiore ai 1000 miliardi di dollari – in euro parliamo di ben 850 miliardi, al cambio attuale. Chiunque voglia prendere atto del suo peso può visitare il sito della Norges Bank (la Banca di Norvegia) e cercare la sezione dedicata al Government Pension Fund Global, il nome completo del fondo sovrano. È impressionate vedere con quale frequenza si aggiorni l’ammontare del deposito. Non serve rivangare ancora quale porzione della ricchezza norvegese derivi proprio dal settore dei combustibili fossili. Similmente, è cosa nota quale impatto abbiano sull’ambiente tutte le attività connesse all’estrazione e all’utilizzo degli idrocarburi.

Le frizioni che hanno portato ai ricorsi risalgono al 2013, anno in cui il governo della Norvegia aveva autorizzato la costruzione di impianti per la trivellazione di diverse aree nel mare di Barents, l’area del mar Artico che si trova tra Norvegia e Russia. La misura fu poi ritenuta colma tre anni dopo, quando alcune compagnie ricevettero la licenza per portare avanti esplorazioni petrolifere. L’articolo 122 della Costituzione, quello visto prima che insiste sulla salvaguardia ambientale, è entrato in vigore nel 2014, dunque 2 anni prima che le licenze furono assegnate. Alla luce di ciò, il governo andrebbe contro quella stessa Costituzione su cui ha giurato, mettendo a rischio i diritti umani dei cittadini presenti e futuri.

Il New York Times ha  intervistato a questo proposito Esmeralda Colombo, esperta di cambiamenti climatici che lavora presso l’Università di Bergen, in Norvegia. Secondo la sua esperienza, la Corte suprema tende sempre a privilegiare l’ambiente, questa volta però le è molto difficile pronosticare cosa sarà deciso. Bisogna infatti considerare anche a cosa si rinuncerebbe. Sentito da Il Post, il professore di legge Hans Petter Graver, titolare di una cattedra all’Università di Oslo, ha sottolineato come una vittoria ambientalista segnerebbe l’inizio del declino per le attività estrattive ed esplorative nazionali. Gli idrocarburi, però, sono i pilastri dell’economia norvegese.

La posizione di Greenpeace è netta. È inaccettabile aprire l’Artico a nuove trivellazioni, in un periodo come questo di crisi energetica e climatica, ha scritto il gruppo locale dell’associazione. Il governo norvegese sa bene quale impatto abbiano gas e petrolio per l’ambiente e sarà ritenuto responsabile qualora si renda complice di chi contribuisce ad aumentare le emissioni inquinanti.

La posizione del governo, naturalmente, è diametralmente opposta. A loro dire, l’articolo 112 non vieta l’avviamento di attività dannose per clima e ambiente ma si limita a obbligare le autorità a porre rimedio a tutti gli eventuali effetti negativi. Saranno autorizzati alcuni interventi, in altre parti del Paese, per compensare buona parte delle emissioni dovute all’esplorazione.


Fonti:

Mattia Mezzetti è uno dei redattori de L’EcoPost, webzine che si occupa di sostenibilità ambientale ed ecologia. Per la testata si occupa principalmente di economia, tecnologia e attualità, sempre legato alla complessa questione ambientale.

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