Irlanda e Perù, le nuove frontiere del populismo di sinistra

Dopo la sconfitta di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico americano, la disfatta di Jeremy Corbyn nel Regno Unito, la capitolazione di Syriza in Grecia alle ultime elezioni, il calo della spinta propulsiva di Podemos, a scapito di partiti più regionalisti, tutti i giornali liberali hanno rilanciato l’eco della morte del populismo di sinistra. Ma è davvero così? È davvero fondato questo crudo requiem che galvanizza le testuggini dei giornalisti liberal e conservatori?

Propongo invece di andare ad osservare più attentamente ciò che è accaduto e sta accadendo a cavallo del 2020 e di questo 2021: il populismo di sinistra è più vivo che mai, ha solo cambiato forma ed epicentro, o meglio, è ritornato al suo alveo naturale, extraeuropeo e dunque distante dall’eurocentrismo liberalconservatore.

Innanzitutto, occorre prima sottolineare come il populismo di sinistra non sia affatto scomparso nemmeno in Europa, per due motivi che mi piacerebbe in questo contesto ribadire. Il primo è sicuramente il caso del Sinn Féin irlandese, che durante la crisi e la rabbia per il coronavirus, ha raggiunto il suo apice storico nei sondaggi. Nonostante le misure del governo anti-Sinn Fein composto da Verdi, Finn Gael e Fianna Fáil, è innegabile come le disuguaglianze sociali nel paese si stiano allargando sempre di più, oltre al fatto che non siano stati pagati i tirocinanti irlandesi che hanno operato durante la pandemia.

“Pay Student Nurses Now!” tuona la campagna populista lanciata dai repubblicani irlandesi, mettendo in evidenza lo stridore rispetto alle opposizioni populiste di destra nel nostro paese in tempo di Covid.

È interessante notare come in Irlanda ci siano tutte le condizioni per un partito di estrema destra, dall’irredentismo alla crescente immigrazione. Salvo un piccolo dettaglio: non ne esiste uno! Ciò è dovuto alla forte base elettorale esercitata da parte del Sinn Fein sugli sconfitti della globalizzazione, che ha spostato il conflitto contro gli immigrati a quello contro i Landlords. La forza politica di MaryLou McDonald oscilla verso il plateau del 30%, risultati che fino a 5 anni fa parevano inimmaginabili. Con l’ascesa di forze reazionarie come Vox e Chega, neppure la penisola iberica pare risparmiata dalle nuove mode nazionalconservatrici. L’eccezione irlandese mostra come il populismo di sinistra, grazie a una forte base elettorale tra i giovani e la classe sanitaria, sia riuscito a sradicare sul nascere la xenofobia.

L’altra importante considerazione da fare, rimanendo in Europa, è che i voti che Podemos ha perso in Spagna sono sì andati a partiti regionalisti ed indipendentisti, ma (e questo spesso lo si omette!) anch’essi tendenzialmente populisti di sinistra: mi riferisco ad EHBildu nei Paesi Baschi e al Blocco Nazionale Gallego, forze localiste, progressiste e populiste.

Insomma, fino a qui abbiamo visto che anche in Europa l’espressione “il populismo di sinistra è morto”, come vorrebbero certi giornalai, in realtà necessita di precisazioni.

Se però spostiamo lo sguardo fuori dall’Europa notiamo come il ritorno al potere dei peronisti in Argentina, l’elezione di Arce in Bolivia, il mantenimento di un elevato consenso da parte di Amlo in Messico, le rivolte in Cile, in Perù e le grande mobilitazioni della sinistra radicale in USA rendano il populismo di sinistra più vivo che mai. A tutto ció aggiungiamo le proteste anti-liberiste in India e i moti studenteschi in Turchia per capire quanto fragile e sciocca sia l’interpretazione eurocentrica della politica. L’economista João Pedro Stedile ha sostenuto che il 2021 potrebbe essere l’anno di profondi cambiamenti in America Latina.

Nuovi rapporti di forza, ha detto, potrebbero crearsi con le possibili vittorie elettorali della sinistra radicale alle presidenziali di febbraio in Ecuador, poi a quelle di aprile in Perù e alle regionali e comunali in Cile. Il governo di Bolsonaro, già indebolito dai pessimi risultati delle municipali, sarà sempre più ostracizzato e isolato nell’area, circondato da paesi a lui ostili.

La leader della sinistra radicale peruviana Verónika Mendoza sta svolgendo una eccellente campagna, proponendo un profondo cambio della Costituzione, lotta alla corruzione e una nuova riforma agraria. Ella potrebbe trovare sul proprio cammino la sua vecchia rivale di estrema destra Keiko, figlia del dittatore peruviano Alberto Fujimori, sicuramente pronta ancora a tentare di espugnare la presidenza del Perú.

Quando oltre cinque anni fa l’Europa e il mondo intero erano rimasti scossi dai risultati di Podemos e di Syriza le aspettative erano state altissime. Da allora e dalla performance pietosa di Syriza al governo molto è cambiato.

Ma le grandi conquiste dei nuovi movimenti radicalmente democratici – da Black Lives Matter alla goliardia degli studenti turchi della Bogazici – devono essere un invito a non analizzare mai il mondo con superficialità e visioni riduttive.

Queremos trasladar la política a la calle, a la gente”

Veronika Mendoza

Yahia Al Mimi è nato a Pavia il 2/3/1999. Scrittore e teorico, studia Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Genova. Autore di “Storia di Miraggi Interplanetari e Interspecie” - racconto segnalato e inserito nella raccolta “Terra Viva” (2017) - e di “Over The Politics. Populismi, sovranismi e regionalismi nel mondo globale” (Santelli, 2020), si occupa di tematiche inerenti al socialismo, al bioregionalismo e all’adattamento del pensiero di Mouffe-Laclau alle realtà mediterranee. Fa parte di Foreign Friends of Catalonia e indaga la dimensione agonistica del Politico, reinventando il concetto di “democrazia radicale”.

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