Dov’è finita la pioggia di dollari in Afghanistan?

L’avventura occidentale a trazione Usa in Afghanistan termina con immagini tragicomiche: è degli ultimi giorni un filmato che riprende i talebani, che per anni hanno terrorizzato uomini e donne del paese, celebrare il successo della presa di Kabul sulle auto scontro di un luna park per poi passare al carosello e concludere con un gelato.

Il nome ufficiale dell’occupazione militare USA in Afghanistan era Operation Enduring Freedom. Quale fosse la libertà che gli yankees intendevano esportare è tutt’ora un mistero.

Gino Strada ci aveva avvertiti sugli esiti barbari dei conflitti armati: “La guerra genera guerra, un terrorismo contro l’altro, tanto a pagare saranno poi civili inermi”.

I costi della guerra in Afghanistan non sono stati soltanto umani – si pensi alle centinaia di civili uccisi dalle truppe di coalizione in incidenti non documentati – ma anche economici, con gravi ricadute sulla società. Nel marzo 2018 Shubham Chaudhuri, direttore della World Bank in Afghanistan, spiegava: “Gli alti tassi di povertà rappresentano l’effetto combinato di un’economia stagnante, pressioni di aumento della popolazione e un deterioramento continuo delle condizioni di sicurezza”. I dati confermano la situazione drammatica.

  • La Asian Development Bank mostrava che nel 2020 in Afghanistan il 47,3% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Dando per buona l’elaborazione di Worldometers sui dati delle Nazioni Unite,  parliamo di una popolazione di 40 milioni di persone, cioè circa 19 milioni di persone sotto la soglia di povertà, equivalente alle popolazioni di Lombardia, Lazio e Toscana messe insieme
  • Aspettativa di vita di 63 anni, mortalità materna di 638 donne ogni 100.000 parti e tasso di arresto della crescita infantile del 38%
  • Elaborazioni del World Inequality Database fotografano disuguaglianze drammatiche di un paese in cui il 10% più ricco della popolazione guadagna ogni anno il 43% del reddito nazionale, mentre il 50% della popolazione più povera solo il 16%.
  • Una delle questioni più urgenti riguarda il ruolo della donna nell’Afghanistan in mano ai talebani. Il Gender Inequality Index (GII) – l’indice di Gini delle disuguaglianze di genere, elaborato dal programma di sviluppo delle Nazioni Unite – mostra un GII pari a 0,655: è sopra la media mondiale di venti punti percentuali.

Jeffrey Sachs, presidente del Network per le soluzioni di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, in un suo articolo per Project Syndicate ha spiegato come di 946 miliardi di dollari investiti in vent’anni dagli Stati Uniti in Afghanistan, solo il 2% abbia raggiunto la cosiddetta società civile nella forma di infrastrutture o servizi per il contrasto alla povertà, mentre l’86% è servito per finanziare le truppe targate Usa.

Non è una sorpresa se si ricordano gli interventi di Julian Assange – giornalista e fondatore di Wikileaks – nel 2011. Assange spiegava che l’obiettivo in Afghanistan è sempre stato quello di lavare il denaro degli introiti fiscali di USA ed Europa tramite l’invasione del paese, per poi metterlo nelle mani di quella che il giornalista definiva come una elite di sicurezza transnazionale. Proprio nell’ottobre 2009 il vice presidente Ahmad Zia Massoud veniva fermato a Dubai con 52 milioni di dollari statunitensi in cash, in un contesto in cui l’ambasciata statunitense registrava centinaia di milioni di dollari entrare e uscire dal paese.

Jeffrey Sachs si chiede come sarebbe cambiata la situazione se invece gli Stati Uniti d’America avessero investito quei soldi in acqua pulita, sanità, infrastrutture, accesso all’istruzione, digitalizzazione, in un Pnrr all’afghana. Intanto però, osservando la contrazione del Pil (circa -2% nel 2020), il rappresentante del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite Abdallah Al Dardari, ha dichiarato che servirebbero “quattro anni di progressiva crescita“, per tornare alle condizioni economiche pre-COVID del paese, cioè ad un PIL di 19 miliardi (nel 2019, anno in cui si osservò una crescita del 3,19%), pari alla somma dei PIL di Molise e Basilicata.

Se come afferma Noam Chomsky, gli USA non hanno imparato nulla dalla storia, una volta terminate le evacuazioni dall’Afghanistan potranno trarre una lezione fondamentale dalla saggezza popolare del paese occupato. Come dice un proverbio afgano: “Non fermare un asino che non ti appartiene”.

Giorgio Michalopoulos è laureato in Economia alla Bocconi. È nato, legge libri, morirà

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