L’omeostasi del potere da Lacan a Piketty

Zizek ricorda come nelle antiche corti reali il sovrano aveva spesso un buffone con la funzione di distruggere la nobiltà con considerazioni perverse e battute di cattivo gusto: questo portava ad innalzare per antitesi l’immagine della nobiltà e del sovrano, come i giusti e i puri.

Si potrebbe dire che oggi in molti leader della alt-right vi sia stata una ripresa di questo meccanismo di rivitalizzazione, ma in maniera diversa: esso è divenuto autonomo ed autoportante. Quello che intendo dire è che il leader autoritario ha visto un ribaltamento della tradizione stalinista-bolscevica, in cui doveva sforzarsi ad ogni costo di essere immacolato, puro e perfetto, quasi a sprigionare la sua potenza semidivina; un’immagine che le dittature staliniste avevano imposto come condizione da rispettare. Oggi, invece, la situazione è profondamente cambiata: per poter comprendere cosa sta succedendo occorre riprendere in mano alcune analisi sul potere dell’ideologia.

La figura di quello che definisco come il “dominus immundus”, ovvero del ‘nuovo padrone osceno’, consiste proprio in questa inversione del mito stalinista autoritario: Trump, la cui immagine pubblica veniva screditata volta per volta, non diventava sempre più reietto, ma da stimare e da imitare. Matteo Salvini, mentre si strafogava di ciliegie parlando di morti di bambini, diventava l’idolo e il modello della lotta al sistema. Il Padrone Osceno non ha bisogno del buffone di corte, è molto più forte del signore feudale medievale: è contemporaneamente padrone e giullare, e qui sta la sua forza.

“Perfino un uomo potente come me è capace di fare il buffone” è l’immagine della “castrazione simbolica” lacaniana. Secondo la psicanalisi lacaniana sono un re non perché lo sono, ma perché gli altri mi trattano da re. La castrazione di Lacan è dunque un divario tra il ruolo psico-sociale (potenzialmente miserabile) e l’identità (il mio mandato simbolico). Così, Bolsonaro non soffre una caduta pubblica della sua dignità, ma la padroneggia con spavalderia e un astuto lacaniano compiacimento. Lacan individua nella “castrazione simbolica” uno scarto profondo tra l’identità psicologica e quella simbolica, lo stesso Simbolico attraverso il quale può originarsi l’Egemonia.

Considerando che per capire il populismo bisogna capire l’Egemonia, ma per capire l’Egemonia bisogna comprendere Lacan, illuminante è un ulteriore esempio fornito da Zizek: le telenovelas messicane vengono registrate a un ritmo estremamente frenetico, ovvero 25 minuti al giorno, a tal punto che, per questioni di tempo, agli attori non viene nemmeno fornito il copione. Questi ultimi indossano però dei piccoli auricolari, che possano guidarli e fornire loro delle direttive. È una metafora per provare a capire il “Grande Altro”, ovvero la costituzione non scritta dietro a ciascun essere parlante, data dalla società e dalle sue norme interiorizzate.

Le regole che seguo, nella psicanalisi lacaniana, sono segnate da una profonda linea di divisione: esistono regole e significati seguiti per cieca abitudine, ma che, se mi fermo un attimo, riesco a cogliere, anche se magari non fino in fondo. Ne esistono altre che invece sono impercettibili. Ciascun essere parlante non è mai solo “un piccolo altro” che parla ad un “piccolo altro”: esiste il Grande Altro, che può essere personificato in un “agent” e in un ideale più alto.

Il desiderio dell’Altro muove l’identificazione collettiva, un godimento umano parziale e misterioso, ma fa anche crollare la visione dogmatica del rapporto struttura/sovrastruttura del marxismo classico. Non si può ignorare che da parte dei dominati vi sia stata una forte autogiustificazione ideologica nel tenere in piedi le ragioni della disuguaglianza. Nell’analisi di Piketty si dedicano ampie descrizioni delle antiche società trifunzionali nell’imporre un modello basato sul ruolo prestabilito della Nobilità, del Clero e del Terzo Stato.

L’immagine suggerita dai detentori del Potere era quella “omeostatica” che rappresentava la società come il corpo dell’essere umano, con i Nobili che impersonavano il capo e gli umili gli arti inferiori. La fisiologia della disuguaglianza si rappresentava perfettamente in un crudo modello di omeostasi del potere. Se qualsiasi soggetto avesse osato mettere in discussione l’ordine materiale e divino, ci sarebbe stato il decesso immediato della società-corpo.

Appare oggi sbalorditivo come le società neoproprietariste si reggano su una giustificazione ideologica simile a quella dell’ordine trifunzionale degli “oratores”, dei “bellatores” e dei “laboratores”: l’idea dell’ipermeritocrazia dei multimiliardari che non deve essere attaccata perché “porterebbe al collasso della società” è una versione moderna di quanto sancito dal Manusmriti nel I secolo a.C., quando, in India, ancor prima dell’avvento del Cristianesimo, vennero codificate le linee “omeostatiche” su cui poggerà l’ordine supremo trifunzionale.

Ma quello che Piketty sottolinea è che il modello dominante, che sia proprietarista o trifunzionale – o quadrifunzionale in un caso particolare – deve godere comunque di un minimo di appoggio da parte della popolazione, proprio come oggi sono i ceti più poveri della società italiana a schierarsi spesso contro una patrimoniale. La leadership politica deve sempre rispecchiarsi in qualche forma di leadership morale, impegnata a garantire il “bene comune” che nelle forme reazionarie di identificazione collettiva consiste nel mantenimento dell‘omeostasi del potere.

Il Bene Comune non esiste in quanto tale in termini assoluti, ma è “ciò che si dice sia il Bene Comune”. Proprio in “quel che si dice” troviamo lo spazio del Grande Altro di Lacan, laddove sono codificate le norme sociali. Non è forse questa l’Egemonia? Ci accorgiamo davvero di ciò che ricade nel Grande Altro?

Prima dei concetti di disuguaglianza economica e tecnologica, la disuguaglianza è ideologica e politica: Piketty invita a prendere sul serio l’ideologia, malleabile e non scientifica. Guidata dunque dalle passioni umane e dalle pulsioni di Lacan, non dalle leggi di Marx ed Hegel.

Il mercato, la concorrenza, il profitto, il salario sono categorie sociali e dinamiche che dipendono dal sistema fiscale, politico e dell’istruzione, legati a fattori ideologici ed intellettuali. Mi permetto di dissentire da una persona che stimo come il professor Brancaccio nel non credere nella scientificità marxista della storia, in nessun ordine messianico già stabilito come in nessuna giustificazione “naturale” della disuguaglianza da parte opposta.

Le serie ripercussioni di Lacan sul discorso politico non coinvolgono solo la costruzione delle iperboliche volontà collettive, ma perfino la rimozione e il ritorno del rimosso. E qui Zizek fornisce un ulteriore esempio, ovvero quando nel febbraio del 2003 Colin Powell si rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite, sostenendo con impeto la necessità dell’attacco contro l’Iraq. Allora la delegazione statunitense chiese che la grande opera di Guernica alle spalle dell’interlocutore fosse coperta.

Nonostante le scuse “estetiche” il motivo era chiaro: la delegazione USA temeva che il quadro, che evocava durissimi e sanguinosi bombardamenti, potesse portare ad un’associazione sbagliata. La realtà è che senza la presa di coscienza da parte della delegazione americana nei confronti del Simbolico, probabilmente pochi spettatori ci avrebbero fatto caso.

Per capire come i dominati sono sottoposti al gioco dei dominatori dobbiamo provare ad esplorare le radici del Simbolico, distinto tanto dal Reale lacaniano quanto dall’Immaginario. Smettiamo di sottovalutare il potere dell’ideologia, in modo tale da combattere la disuguaglianza con l’emancipazione e mandare in crisi l’omeostasi del Potere.

Yahia Al Mimi è nato a Pavia il 2/3/1999. Scrittore e teorico, studia Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Genova. Autore di “Storia di Miraggi Interplanetari e Interspecie” - racconto segnalato e inserito nella raccolta “Terra Viva” (2017) - e di “Over The Politics. Populismi, sovranismi e regionalismi nel mondo globale” (Santelli, 2020), si occupa di tematiche inerenti al socialismo, al bioregionalismo e all’adattamento del pensiero di Mouffe-Laclau alle realtà mediterranee. Fa parte di Foreign Friends of Catalonia e indaga la dimensione agonistica del Politico, reinventando il concetto di “democrazia radicale”.

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