Pakistan, le sfide di un Paese di frontiera

Il mondo dell’economia pakistana è caratterizzato da numerosi elementi di importanza primaria che permettono di guardare al Paese con attenzione: se la demografia, in questo contesto, rappresenta il caposaldo primario, anche sul piano concreto il Pakistan rappresenta un potenziale attore di statura non indifferente negli scenari regionali e internazionali. Dati e aspettative testimoniano come le prospettive del Pakistan siano fondate e, soprattutto, come la sua traiettoria vada analizzata con crescente attenzione.

Per il periodo post-Covid, la struttura economica del Pakistan sarà interessante da analizzare per capire le prospettive e le sfide su cui si dovranno incamminare le economie in via di sviluppo negli anni a venire.

L’economia pakistana risulta basata, in termini di distribuzione del PIL sulle diverse attività produttive, per il 19,5% sul settore primario, per il 22,88% sul settore industriale secondario e per oltre il 57% sui servizi e il terziario. [1]

Un’analisi di Price Water House Coopers del 2017 prevede che il Pakistan diventerà la ventesima economia planetaria entro il 2030 e si arrampicherà sino al sedicesimo posto della graduatoria nel 2050. Tale studio richiama, a numerosi anni di distanza, quanto sosteneva l’ex Presidente di Goldman Sachs Assets Jim O’Neil inserendo sin dal 2005 il Pakistan nel gruppo dei cosiddetti Next Eleven, comprendente una serie di Paesi altamente eterogenei tra loro e caratterizzati da livelli di sviluppo altamente diversificati (oltre al Pakistan, infatti, il cosiddetto N-11 comprende Corea del Sud, Vietnam, Bangladesh, Indonesia, Filippine, Turchia, Messico, Iran, Egitto e Nigeria) ma al tempo stesso unificati, secondo O’Neil, dal possesso di ampi margini di crescita e sviluppo nei prossimi decenni.

Più recentemente, in un articolo pubblicato il 31 maggio 2017 su The Diplomat, Ahmad Rashid Malik ha segnalato come, sulla scia del lancio del progetto del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), la fiducia verso il sistema economico del Pakistan, ulteriormente corroborata da risultati di primaria grandezza come gli indubbi successi nel contrasto alla povertà, sia segnalata in progressivo aumento. [2] Potrebbe essere proprio lo sviluppo infrastrutturale guidato dal CPEC a garantire un’ulteriore impennata di visibilità a un sistema che, nei diversi settori economici, offre opportunità in gran parte inesplorate. Ciò è intuibile constatando gli elevati margini esistenti per incrementare i livelli di produttività media della forza lavoro: se è vero che il 40% della forza lavoro è impegnata nel settore agricolo, è altrettanto vero che, in un processo durato sessant’anni, il settore terziario è riuscito a prevalere su quello primario rispetto alla percentuale del PIL prodotto, generando difatti il 57.7% del PIL. [3] Un dato decisamente migliorabile riguarda il settore manifatturiero, che ad oggi contribuisce solamente per il 14% del PIL, solo due punti percentuali in più rispetto a quella in media registrata negli anni Sessanta.

Industria e Servizi

La manifattura pakistana e l’industria in generale contribuiscono a generare oltre un quinto del PIL del Paese. Il Pakistan è un paese semi-industrializzato con un sistema produttivo sorprendentemente variegato. Se le origini dell’apparato produttivo si fondano sul tessile, settore ancora essenziale, la classe imprenditoriale ha saputo diversificare, e negli ultimi anni il risultato della crescente azione governativa volta a semplificare il quadro burocratico per gli investitori, a sviluppare la produzione manifatturiera e a migliorare la produttività è stato un salto di qualità da parte dell’industria pakistana, riflessa in particolar modo dai dati sull’output complessivo.

Islamabad ha posto in essere, a partire dal ritorno al governo di Nawaz Sharif e anche dopo l’ascesa di Imran Khan, politiche lungimiranti che, nel quadro di una strategia d’ampio respiro, hanno giovato all’industria pakistana: tra questi si segnalano lo Strategic Trade Policy Framework, l’Automotive Policy e la Domestic Resource Mobilization Strategy.

Il Quantum Index of Manufacturing del Pakistan Bureau of Statistics (PBS) riporta che tra il 2016 e il 2019 il Paese ha riportato un 5,06% di incremento dell’output industriale di larga scala, trainato da comparti importanti come quello dei trattori (+72,9%, buona parte della crescita in un anno solo nel 2015-2016), dei bus (+19,71%) e dei camion (+39%), ma anche dai vertiginosi picchi registrati nella lavorazione dello zucchero (+29%): dati che testimoniano come la base industriale del Pakistan non sia più esclusivamente rappresentata dalla pur fondamentale industria tessile, tuttora ai vertici nell’export nazionale.

Entro il settore industriale, il ramo delle costruzioni sta conoscendo uno sviluppo che si fonda parallelamente sulla razionalizzazione delle modalità produttive e sul più razionale impiego della forza lavoro: le costruzioni contribuiscono al 13% della produzione industriale e, nel 2018 e nel 2019, hanno generato un valore economico in crescita rispettivamente del 14% e del 9% sui valori dell’anno precedente.

Il contesto imprenditoriale è caratterizzato da una moltitudine di PME, una serie di grandi gruppi a conduzione famigliare che spesso controllano varie aziende quotate, e le filiali locali (anch’esse spesso quotate) di multinazionali.

Tra i primi, si segnalano:

  • Il Nishat Group, che fa capo a Mian Muhammad Mansha e al suo patrimonio superiore ai 2 miliardi di dollari, attivo nel settore manifatturiero, principalmente tessile, e possiede il grande Emporium Mall a Lahore.
  • L’Hashoo Group, posseduto da Sadruddin Hashwani, fondato nel 1960, che a partire dal commercio del cotone si è espanso alla gestione di catene di hotel e altri immobili di lusso nel Paese. Hashwani ha un patrimonio che sfiora il miliardo di dollari, e il suo nome è salito alla ribalta quando, assieme al figlio, è stato segnalato nello scandalo dei “Panama Papers” del 2016.
  • Lo Schon Group, che prende il nome da Nasir Schon, attivo nel real estate business dell’immobiliaristica di prima fascia,
  • Le società che fanno capo a Rafiq M. Habib e alla sua società, la House of Habib, conglomerato fondato nel 1921 che nella sua divisione “Banca e Finanza” incorpora Toyota Indus, HBL Bank e la Habib University.
  • Bahria Town di Malik Riaz, costruttore attivo tra Karachi, Lahore, Rawalpindi, che impiega nelle sue proprietà oltre 60.000 dipendenti.
  • Lakson Group, di Sultan Ali Lakhani, finanziere dal patrimonio stimato in circa 700 milioni di dollari, che detiene quote di controllo nelle sussidiarie pakistane di Colgate-Palmolive, Cybernet, Clover, McDonald’s e Tetley’s. Lakhani, a sua volta, è CEO dell’Express Media Group.
  • ChenOne, importante player del settore tessile fortemente integrato verticalmente, che controlla anche numerosi punti vendita sparsi in tutti il Pakistan ed è di proprietà di Mian Muhammad Latif.
  • Avari Group, gestore di hotel di lusso che, oltre che in Pakistan, sono presenti in Canada e a Dubai e prende il nome dal suo fondatore Byram Avari.
  • Dawood Hercules Corporation, di Hussein Dawood, che nelle sue mani raccoglie la gestione di numerose partecipazioni concentrate nel settore agroalimentare. Tra le proprietà di Dawood si segnala la partecipazione al 37% del capitale sociale della Engro Corporation, importante industria pakistana attiva nel settore agrario. Forte di un patrimonio di circa 440 milioni di dollari, Dawood è rinomato per le sue attività filantropiche concentrate nel settore educazionale.
  • Descon Group, di Abdul Razaq Dawood, conglomerato molto eterogeneo: la Descon Engineering offre servizi in settori variegati come la chimica, la fertilizzazione agraria, il tessile, l’edilizia. Gruppo fortemente internazionalizzato e presente attivamente in Medio Oriente e Nordafrica. [4]

Lo stock exchange di Karachi vede quotate nei suoi listini le filiali pakistane di numerose compagnie straniere: tra queste Honda, Suzuki, Gilette, Beema, IGI, Shell e Glaxo. [5] Alla presenza di stabilimenti e sedi di numerose compagnie occidentali fa da contraltare, paradossalmente, la carente crescita dello stock di investimenti esteri in Pakistan (esclusi quelli erogati per il complesso dei progetti legati al CPEC) e l’assenza di private equity operanti sulle compagnie nazionali, specie sulle piccole e medie imprese che faticano a procacciarsi il credito necessario allo sviluppo. Questi, uniti ai principali limiti macroeconomici del Paese, sono solo due dei limiti sistemici a cui Islamabad dovrà essere in grado di ovviare. La focalizzazione politica su tale problematica e, soprattutto, i primi risultati concreti testimoniati dalla rapida scalata del Pakistan nelle classifiche del doing business lasciano sperare in un miglioramento futuro.

Il settore dei servizi ha oramai superato ampiamente la maggioranza assoluta nella sua incidenza sull’economia del Paese. Tale dato certifica come il Pakistan abbia tutte le caratteristiche per essere ritenuto un’economia emergente promettente per il futuro. La logistica, i trasporti e la comunicazione, sulla scia del dispiegamento del CPEC, sono destinati a giocare un ruolo fondamentale nell’economia dei servizi del Pakistan negli anni a venire: rappresentano circa il 13% del PIL complessivo e oltre il 22% dell’output dei servizi. Il Pakistan è un sistema economico che si sta gradualmente aprendo al mondo e sta progressivamente scoprendo i benefici economici della connettività al sistema globalizzato, ma, al tempo stesso, deve essere in grado di tenersi al riparo dai contraccolpi che tale interconnessione comporta: nel futuro prossimo, la grande sfida per il settore dei servizi del Paese sarà il bilanciamento tra le necessità di una classe media consumatrice in continua crescita e le opportunità offerte dall’apertura ai mercati internazionali catalizzata dagli investimenti infrastrutturali cinesi e dal rafforzamento del tessuto produttivo e commerciale del Paese.

Agricoltura

Storicamente, la grande fertilità delle terre pakistane garantite dalla presenza di un’importante arteria fluviale come l’Indo ha fatto sì che l’agricoltura rappresentasse, assieme al commercio, l’elemento dominante nell’economia degli Stati che, nel corso dei secoli, si sono succeduti nel controllo dell’importante e strategica area che oggigiorno costituisce il Paese.

Le fertili pianure del Sindh e del Punjab si prestano favorevolmente alla coltivazione del riso, che impiega milioni di persone nelle due regioni meridionali ed è basata principalmente sull’apprezzata varietà “basmati”; le pianure formate dai grandi fiumi discendenti dalla catena himalayana hanno sempre garantito all’area dell’attuale Pakistan una produzione agricola notevole, che ad oggi si scontra principalmente con le numerose problematiche dell’approvvigionamento idrico.

Allo stato attuale delle cose, il settore agricolo rappresenta una quota non secondaria del complesso dell’economia pakistana: il Paese è attualmente il terzo produttore di ceci, il quarto produttore di riso, albicocche e cotone al mondo, e al tempo stesso si classifica quinto nella classifica dei produttori di latte, canna da zucchero e datteri. La regione maggiormente sfruttata a fini agricoli è il Punjab, favorito in tal senso dalla conformazione geografica e dalla maggiore facilità di approvvigionamenti idrici.

Il maggiore problema del settore agricolo, in Pakistan, è, come comprensibile, rappresentato dal diverso grado di sviluppo e tecnologizzazione delle attività nelle eterogenee regioni del Paese, che producono numerose disfunzionalità nel campo dell’impiego della forza lavoro e della profittabilità dell’output. Non è un caso, ad esempio, che la somma delle attività concernenti la lavorazione dei prodotti derivati dalle decine di milioni di capi di bestiame presenti in Pakistan, maggiormente interessate dalle politiche di sviluppo governative dei primi Anni Duemila rispetto al resto del settore primario, contribuisca a generare circa l’11% complessivo del PIL nazionale[1] e assorba oltre la metà dei dividendi generati dall’intera gamma delle attività agricole, battendo nettamente anche un’attività come la coltivazione di grano, nettamente limitata dalle tecnologie arcaiche impiegate e dalle devastazioni legate all’abuso di pesticidi. [6]

Risorse naturali

Le risorse naturali di cui il sottosuolo pakistano è ricco si prestano a uno sfruttamento decisamente ristretto da parte degli attori economici operanti nel Paese: buona parte dei giacimenti di materie prime abbondanti sul suolo pakistano (gas naturale, petrolio, rame, marmo, uranio) risultano attualmente di difficilissimo utilizzo a causa delle carenze infrastrutturali, dei ritardi tecnologici o nella gestione amministrativa.

Secondo la United States Energy Information Administration (USEIA), nel sottosuolo pakistano si troverebbero oltre 9 miliardi di barili di petrolio convenzionale e 105 trilioni di metri cubi di gas naturale e shale oil, che in caso di sfruttamento porterebbero a un notevole cambio di paradigma nel sistema economico interno. Il Balochistan e il Sindh risultano, secondo i rilevamenti, le regioni caratterizzate dal maggior sviluppo potenziale dell’industria estrattiva, notevolmente fiorente sul loro territorio rispetto al resto del Paese: dal 1955 è attiva la produzione di gas naturale nel Sui Gas Field, in Balochistan, che oggigiorno fornisce al Pakistan 450 milioni di metri cubi di prodotto all’anno, mentre 270 sono prodotti dal Sawan Gas Field sito nel Sindh, gestito da un consorzio al cui interno si segnala la presenza del ramo pakistano dell’ENI. Il potenziale di crescita dell’industria estrattiva pakistana, specie nel ramo non convenzionale, è notevole, ma molto dipenderà dalla riuscita dei progetti di ampliamento infrastrutturale che renderanno più facile, in futuro, la logistica del trasporto delle materie prime dai siti di estrazione ai centri di stoccaggio e raffinazione.

In parallelo alla crescente prospettiva del settore estrattivo, il Pakistan, per soddisfare la sua crescente sete di energia, sta individuando nell’importazione di gas naturale liquefatto (GNL) una soluzione conveniente, aprendo di conseguenza le porte di un mercato che vede attive in prima fila diverse nazioni europee. L’italiana Eni, la francese Engie e la spagnola Gas Natural Fenosa concorrono con colossi come ExxonMobil e Shell e cercano di inserire nel quadro della cooperazione euro-pakistana, che oggi è sottostante a un interscambio da circa 7,2 miliardi di dollari complessivi, un accordo per la fornitura di GNL a Islamabad. [7] Nel novembre 2017, il Primo Ministro Shahid Khaqan Abbasi ha presenziato all’inaugurazione del secondo terminal di rigassificazione di Karachi, dichiarando che il governo di Islamabad si prepara a costruire almeno altre cinque strutture simili in modo tale da portare la capacità di stoccaggio e immagazzinamento detenuta dal Paese a 3 milioni di tonnellate di GNL all’anno. [8]

Le carenze strutturali legate principalmente alle difficoltà negli approvvigionamenti energetici agli impianti rappresentano, al tempo stesso, il maggior ostacolo al decollo del tessuto manifatturiero e industriale del Pakistan, oggigiorno caratterizzato dalla preponderanza quantitativa di un settore tessile focalizzato sull’esportazione dei prodotti finiti ma potenzialmente in grado di riorientarsi verso la realizzazione di beni destinati al consumo interno della crescente classe media in via di decollo. Ancora nel 2011, ad esempio, la manifattura tessile generava 13,8 dei 24,8 miliardi di esportazioni commerciali del Paese: la constatazione più interessante da fare sul tessuto industriale pakistano, di conseguenza, è legata alla vistosa presenza di notevoli potenzialità inespresse al suo interno. [9]

Nei prossimi anni, i crescenti collegamenti infrastrutturali e i miglioramenti nel network di approvvigionamento energetico connessi allo sviluppo del progetto CPEC potrebbero contribuire ad ovviare a numerose, croniche carenze e a portare l’industria nazionale a concorrere al previsto sviluppo del Pakistan e al suo ingresso tra le principali economie planetarie preventivato da Goldman Sachs. Una branca in progressiva ascesa, la cui continua crescita funge da cartina di tornasole dello sviluppo conosciuto dal Paese, è quella automobilistica, che è arrivata ad impiegare circa 1,8 milioni di addetti e a generare, in maniera autonoma, il 4% del PIL pakistano. [10]

Dall’anno fiscale 2014-2015 in avanti il numero di autoveicoli venduti è cresciuto da 180.000 a 206.777: il piccolo mercato pakistano si sta via via espandendo, e a trainarne lo sviluppo è proprio la classe media consumatrice precedentemente citata, il cui attivismo testimonia la reale fattibilità di una politica industriale nazionale basata sull’incentivazione dell’approvvigionamento di beni alla popolazione interna. Il previsto aumento della popolazione pakistana porrà il settore industriale sotto pressione: mai come ora, Islamabad dovrà fare sì che il suo tessuto manifatturiero e produttivo sia in grado di fungere da stimolo all’occupazione e di divenire funzionale al progresso del tenore di vita della popolazione.

Turismo

Un discorso a parte merita di essere fatto riguardo il potenziale ruolo del Pakistan quale meta turistica a causa delle importantissime vestigia storiche presenti sul suo territorio e delle sue bellezze naturalistiche, possibile asset per il post-pandemia: l’industria del turismo nel Paese ha conosciuto, negli ultimi anni, notevoli sviluppi per quanto concerne i movimenti interni al Pakistan, che nel 2018 hanno interessato oltre 50 milioni di persone ma rimane di dimensioni notevolmente inferiori in riferimento agli arrivi dall’estero, notevolmente frenati dalla scarsa conoscenza del Pakistan al di fuori dei suoi confini, dalle oggettive problematiche interne al Paese e da notevoli difficoltà di accessibilità logistica.

Le vette innevate del passo Khyber, le foreste di mangrovie del Sud e le vestigia millenarie delle civiltà di Mohenjo-Daro e Harappa rappresentano veri e propri capolavori che potrebbero, in futuro, garantire il potenziale turistico del Pakistan e accrescere il peso dell’economia di un settore che, in ogni caso, risulta in espansione anno dopo anno: le statistiche per il 2019 hanno attestato che il numero di ingressi di turisti stranieri nel Paese si sia avvicinato al milione, toccando quota 965.498, con un giro d’affari indotto di circa 350 milioni di dollari. Rispetto ai 565.212 ingressi del 2013, si tratta di cifre significative: in futuro, se assieme allo sviluppo economico interno il governo pakistano saprà rilanciare, sulla scia del decollo infrastrutturale e della riforma strutturale del suo sistema produttivo, anche il nome del Paese all’estero, il turismo potrà esprimere un potenziale allo stato attuale delle cose decisamente compresso.

La questione del turismo è una cartina di tornasole ideale per mettere a confronto la continua difficoltà del Pakistan nella promozione dell’immagine del Paese al di fuori dei suoi confini nazionali: Islamabad non è infatti, sino ad ora, riuscita a mettere in campo una campagna simile a Incredible India, il massiccio programma di promozione che Nuova Delhi ha portato avanti a partire dal 2002 sotto l’impulso di Amitabh Kant, Segretario Generale del Ministero del Turismo indiano, al fine di valorizzare il suo patrimonio culturale e naturalistico interno come importante settore dell’economia.

Incredible India ha conosciuto un netto successo sin dalle prime battute, garantendo all’India un aumento del 25% dei flussi di visitatori dall’estero nel solo 2004, e ha giocato un ruolo tanto importante nella riqualificazione dell’immagine del Paese nel mondo da continuare a essere attivamente supportata dal governo centrale: la commistione tra un’adeguata campagna di promozione delle bellezze indiane, un’attenta focalizzazione sulla storia millenaria del subcontinente e sulle sue variegate dinamiche sociali e, soprattutto, un sistema di comunicazione e offerta efficiente hanno rappresentato un punto di partenza tanto importante da portare lo stesso Primo Ministro Narendra Modi a proporsi, ed essere successivamente scelto, quale brand ambassador di Incredible India nell’agosto 2016. [11]

Sulla scia di Incredible India, infatti, Nuova Delhi ha portato avanti un’ampia gamma di programmi promozionali volti a costruire l’immagine di un’India moderna, aperta all’economia mondiale, promettente per lavoratori e investitori provenienti dal campo occidentale, nonché intenta a migliorare costantemente il tenore di vita e i tassi di consumo dei suoi cittadini. Dopo Incredible India fu la volta di India Shining, l’India scintillante promossa dal governo di Atal Bihari Vajpayee nel 2004, che nonostante la sconfitta del Primo Ministro alle elezioni dello stesso anno entrò nell’immaginario collettivo come simbolo del nuovo corso assunto dal Paese.

L’evoluzione di inizio millennio ha incentivato una netta divergenza nella percezione di Pakistan e India, con quest’ultima divenuta un vero e proprio oggetto di studio da parte dei principali analisti politici ed economici internazionali nel momento stesso in cui, in Occidente, il Pakistan veniva rubricato, nonostante la sua rilevanza demografica, le potenzialità della sua economia e il suo importante ruolo strategico regionale, sulla base di stereotipi concernenti l’instabilità, il fondamentalismo, l’arretratezza. Quanto detto per il turismo vale per l’economia in generale: il Pakistan potrà, in ambito settoriale, riproporre la stessa parabola di Incredible India in quanto le sue terre mostrano le vestigia storiche, culturali e naturalistiche della civiltà e del contesto geografico dell’India storica non meno di quelle controllate da Nuova Delhi.

In campo generale, Islamabad dovrà fare in modo di promuovere una migliore visione del Paese in campo internazionale, evitando che una conoscenza superficiale del Pakistan freni l’interessamento nei suoi confronti da parte di investitori e operatori economici e, di conseguenza, la crescita sistemica: la visibilità e la rilevanza offerte al Pakistan nel contesto della Belt and Road Initiative (BRI) di matrice cinese potranno senza dubbio contribuire sicuramente alla causa. Nel 2017, un primo segnale interessante di una mutata percezione riguardante il Pakistan è stato emesso dagli operatori del turismo internazionale, che hanno aumentato il loro interesse verso il Pakistan, inserendolo nelle principali classifiche per le mete designate per un repentino sviluppo nel prossimo decennio. In particolare, decisamente significativo è stato l’inserimento del Paese in testa alla speciale classifica per le mete migliori del 2018 da parte della British Backpacker Society, che ha promosso non solo la varietà culturale del Paese ma anche la “grande ospitalità” del suo popolo. [12]

Un mercato azionario sorprendente

Il Pakistan sta segnalandosi, nel corso degli ultimi anni, per le importanti prestazioni dei suoi mercati finanziari, che hanno fatto riscontrare i più alti tassi di crescita nella regione del Sud-Est Asiatico.

La dirompente finanziarizzazione è stata una conseguenza diretta dell’accrescimento quantitativo e qualitativo dei risparmi della classe media, principalmente urbana, il cui sviluppo ha funto da traino attraverso progressivi incrementi nel volume di depositi gestito dagli istituti bancari pakistani e nella domanda di titoli a lungo termine statali od obbligazionari.

Il Pakistan Stock Exchange (PSX) si basa sulle tre borse di Karachi, Islamabad e Lahore, e nel maggio 2017 è stato riclassificato come “Mercato Emergente” da Morgan Stanley Capital International (MSCI), a testimonianza della crescente appetibilità del Paese per gli investitori internazionali. [13] Non è un caso che a trainare lo sviluppo della borsa pakistana siano le quotazioni di imprese coinvolte, come attive partecipanti ai lavori, come finanziatrici o come stakeholders, nel grande e ambizioso progetto del China-Pakistan Economic Corridor: come riportato dall’autorevole quotidiano Dawn, infatti, tra i più promettenti titoli del mercato pakistano si segnalano grandi gruppi attivi nell’edilizia o nei settori energetici, come Lucky Cement, Oil and Gas Development Company, DG Khan Cement, Kot Addy Power Company e Pak Elektron, affiancati da attivi istituti creditizi come United Bank e Habib Bank.

Il legame tra l’accrescimento degli interessi cinesi e il decollo borsistico pakistano è stato suggellato dall’ingresso di un consorzio guidato dalla Borsa di Shangai nel capitale sociale di PSX, avvenuto nel dicembre 2016 attraverso l’acquisizione del 40% delle sue quote: se il progetto CPEC andrà a buon fine, sarà proprio la Repubblica Popolare a garantire ulteriori margini di sviluppo a un mercato che, in ogni caso, attira in continuazione nuovi e interessati investitori occidentali per le sue forti potenzialità intrinseche.

Allo stato attuale delle cose, in ogni caso, non è il solo legame col CPEC a trainare il decollo borsistico pakistano. Altri settori decisamente performanti sul profilo finanziario, sviluppatisi a causa della struttura socio-economica del Paese (caratterizzata da una popolazione in larga misura giovane e dalla crescita di una classe media affamata di consumi), sono quello assicurativo, dell’automobile e del retail. Opportunità “esterne” e dinamiche interne si sommano nel determinare il crescente potenziale di una finanza giovane e rampante. Il crescente interesse per il contrasto alla corruzione e le potenzialità insite in un’economia che, ora come ora, è caratterizzata da un livello di PIL e consumi ancora sottodimensionato sono ulteriori elementi che possono segnalare come lo stock exchange pakistano crescerà ulteriormente negli anni a venire, sulla scia del crescente interesse degli investitori internazionali per il Paese asiatico.

Debolezze storiche

Fattori istituzionali, geopolitici e contingentali hanno, storicamente, costituito un grave problema per lo sviluppo del Pakistan. Basti pensare al problema che il governo centrale doveva affrontare subito dopo l’indipendenza a causa della notevole distanza che separava la parte occidentale del Paese al suo troncone orientale, coincidente con l’odierno Bangladesh, per larga parte del Novecento rimasto uno dei luoghi più poveri della Terra. A ciò si aggiunge il fatto che le numerose intromissioni delle autorità militari nel sistema politico (specie dal 1958 al 1971, tra il 1977 e il 1988 e dal 1999 al 2008), non di rado contraddistinte dalla costituzione di esecutivi guidati direttamente dagli ufficiali delle forze armate, hanno causato un grave pregiudizio all’applicazione della rule of law nella società e nel mondo economico pakistano.

Tali problemi, oggigiorno, sono stati in larga misura mitigati. La transizione democratica, dal 2008 ad oggi, si è più che consolidata; servizi segreti e forze armate giocano ancora un ruolo determinante nello Stato e non mancano di condizionarne il funzionamento, ma il governo centrale è riuscito a più riprese a rafforzare il suo controllo sulle linee di indirizzo politico-strategiche; il consolidamento della borsa di Karachi ha migliorato la finanza nazionale del Paese e nel prossimo futuro il CPEC promette di valorizzarne il posizionamento geografico e le potenziale economico.

La maggiore vulnerabilità dell’economia pakistana è rappresentata dall’assenza di un sicuro e concreto meccanismo di controllo dell’autorità pubblica sui potenziali rischi che possono inficiarne lo sviluppo: l’economia sommersa, le carenze infrastrutturali ed energetiche e le debolezze nella fiscalità rappresentano piaghe di ampia estensione che mettono a repentaglio la tenuta complessiva del sistema.

Allo stato attuale delle cose, in Pakistan la percentuale di tasse generate rispetto al PIL è pari a un misero 9,7%, a testimonianza di quanto impatti sul potenziale di sviluppo dell’economia la somma dei disservizi legati allo scarso controllo governativo sulle dinamiche sistemiche: il mercato nero è il più grande datore di lavoro del settore privato pakistano, dato che, come calcolato dalla International Labour Organization, nel 2010 il 73.5% ca. della forza lavoro non agricola era impiegata da società non regolarizzate dal punto di vista fiscale. I dati ufficiali del governo per l’anno fiscale 2016-2017 hanno in ogni caso segnalato un aumento del 23,5% nel valore complessivo delle tasse federali incassate dal governo, fatto che ha consentito a quest’ultimo di accrescere del 13,5% i trasferimenti statali agli enti regionali e locali, incrementandone la dotazione di risorse.

Per quanto concerne il mercato del lavoro, un ulteriore fattore di debolezza è la bassa partecipazione femminile: essa, secondo le stime, oscilla tra il 25 e il 30% del totale della forza lavoro femminile. Tale valore è largamente inferiore a quelli fatti registrare da altri Paesi della regione o con caratteristiche economiche simili, e non conosce sostanziali cambiamenti nelle categorie di età o di istruzione della popolazione femminile. Si tratta di uno squilibrio a cui la politica pakistana dovrà porre rimedio negli anni a venire per garantire uno sviluppo equilibrato all’interno della società nazionale.

Tradizionalmente, la vulnerabilità geopolitica di Islamabad ha rappresentato un fattore di freno per la sua economia: il perenne stato di instabilità con l’India nei primi decenni dopo l’indipendenza prima e le tensioni di confine poi, uniti alla vulnerabilità del sistema politico nazionale, hanno portato i militari ad assumere un ruolo centrale e ambiguo nella società pakistana, dando loro la facoltà di condizionare le scelte di bilancio e programmazione in loro favore.

Allo stato attuale delle cose, l’opacità nelle comunicazioni rende difficile confrontare se le comunicazioni delle forze armate e dell’ISI (Inter-Services Intelligence) sui rispettivi rendiconti di spesa corrispondano a verità: e così, appare lecito pensare che la dichiarazione di un budget di 8,78 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2017-2018 (in crescita del 7 per cento rispetto alle rilevazioni passate) possa risultare anche del 50% inferiore al reale volume di risorse destinate agli apparati militari, che con la loro influenza predominante sul bilancio statale dirottano in gore sotterranee e giri anomali fondi che risulterebbero preziosissimi per promuovere la crescita dell’economia, delle infrastrutture, del sistema educativo e del sistema sanitario. [14]

A partire da metà 2018 il Pakistan ha visto una nuova nube incombere sulle prospettive del suo futuro sviluppo economico-finanziario: nel mese di marzo, infatti, su proposta governo statunitense, con la quale la storica alleanza sembrava oramai un ricordo, Islamabad è stata inserita nella grey list della Financial Action Task Force (FATF), organizzazione intergovernativa che monitora lo stato delle transazioni finanziarie su scala planetaria. La decisione, divenuta effettiva dal successivo mese di giugno, è stata formalmente motivata con l’ambiguità delle relazioni economiche tra alcuni settori e apparati politico-militari vicini al governo pakistano e gruppi militanti come Laskhar-e-Taiba. Questo nonostante già nel mese di febbraio Islamabad si fosse impegnata per rimuovere certi coni d’ombra dall’ordinamento mettendo fuori legge due importanti organizzazioni dotate di frange eversive, Jamaat-ud-Dawa (JuD) e Falah-i-Insaniat Foundation (FIF), e appropriandosi dei loro beni. [15]

Di fatto, tale decisione appare la certificazione definitiva del distacco tra Pakistan e Stati Uniti, decisi a virare fortemente sull’India come alleata regionale numero uno nell’era Trump. Uzair Younus ha giustamente segnalato su The Diplomat come questo fatto potrebbe sicuramente creare grattacapi nel breve periodo al Paese ma non dovrebbe assolutamente frenare la sua corsa economica, ricordando come il Pakistan fosse già stato messo sotto monitoraggio dalla FATF tra il 2012 e il 2015 ma fosse riuscito, nello stesso intervallo di tempo, a restituire un prestito contratto con il Fondo Monetario Internazionale e a procacciarsi oltre 5 miliardi di dollari di credito nei mercati internazionali. Anche Ali Farid di Khadim Ali Shah Bukhari Securities si è dichiarato ottimista a riguardo, sottolineando come il fatto stesso che il Pakistan non sia stato inserito nella più stringente normativa della black list rappresenti già una risoluzione dell’incertezza che si era creata riguardo alle indagini della FATF su Islamabad, e che la strategia degli investitori in un mercato di frontiera come il Pakistan dipendano da questioni e strategie di lungo termine e sulla divergenza tra gli andamenti del mercato finanziario globale e quello interno pakistano, condizioni su cui difficilmente le indagini FATF potranno avere grande influenza.

Riferimenti

[1] Overview of the Economy 2016-2017, Ministero delle Finanze del Pakistan

[2] Ahmad Rashid Malik, “Pakistan: The Next Asian Tiger?”, The Diplomat, 31 maggio 2017

[3] Pakistan Vision 2025, One Nation – One Vision

[4] “The 12 richest and biggest business owners in Pakistan”, TechJuice, 26 settembre 2017

[5] Lista delle compagnie quotate sul sito del Karachi Stock Exchange

[6] Economic Survey of Pakistan

[7] Andrea Muratore, Gas naturale e scambi in crescita, così l’Europa scopre il Pakistan, Inside Over, 5 dicembre 2017

[8] Drazen Jorgic, Pakistan in LNG talks with France, Italy and Spain, Reuters, 30 novembre 2017

[9] Find Industry and Manufacturing expertise in Pakistan

[10] Automotive Industry Contribution to Pakistan

[11] Anindya Banerjee, It’s official. Modi to be Incredible India’s brand ambassador, India Today, 19 agosto 2016

[13] Market dips as MSCI reclassifies PSX to Emerging Markets Index, Dawn, 16 maggio 2017

[14] Franz-Stefen Gady, Pakistan Raises Defense Spending, The Diplomat, 5 giugno 2017

[15] Uzair Younus, How Will Being on the FATF Grey-List Actually Impact Pakistan?, The Diplomat, 1 marzo 2018

[16] “Macro Blogs with Ali Farid: We are bullish on Pakistan despite FATF Concerns”, Investors Lounge, 14 giugno 2018


Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.

Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia ed Intelligence e il centro studi Osservatorio Globalizzazione.

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