Dai fallimenti agli oligopoli: l’eredità pericolosa della crisi

Crisi, fallimenti, fusioni, concentrazione di potere. I sogni di ripresa che avrebbero dovuto accompagnare l’anno post-pandemico rischiano di trasformarsi in nuovi incubi. Come nei peggiori film dell’orrore, la speranza che arrivi il tanto atteso finale è continuamente strozzata dall’ennesima scena ancor più agghiacciante.

Secondo una ricerca di Allen & Overy rilanciata da Affari e Finanza di Repubblica, l’anno da poco iniziato vedrà una vigorosa impennata di acquisizioni e fusioni (M&A, merger and acquisitions). Dopo un lieve calo nel primo semestre del 2020, la ripresa del mercato globale di M&A, già avviatasi nell’ultimo trimestre dello scorso anno, subirà una forte accelerazione nel corso del 2021 e interesserà soprattutto tre settori: banche, meccanica e trasporti. Per restare in Italia, si consideri ad esempio le due grandi operazioni andate in porto lo scorso anno: l’acquisizione di Ubi da parte di Intesa San Paolo e la fusione transfrontaliera FCA-Peugeot, che ha dato vita al quarto gruppo automobilistico al mondo per volumi di produzione e fatturato.

L’imminente ondata di aggregazioni industriali è uno dei tanti effetti perversi della crisi pandemica che porta con sé il rischio di vedere alterate le regole della concorrenza e di plasmare le future prospettive economiche e politiche. Le grandi imprese che per diverse ragioni stanno fronteggiando con successo la crisi, infatti, sono pronte ad investire la liquidità in eccesso per crescere di dimensione. Dall’altro lato, un numero crescente di piccole e medie imprese fatica a rimanere sul mercato per via della congiuntura avversa dettata dal Covid e si trova costretta a chiudere o vendere a prezzo di saldo.

L’effetto di questa nuova ondata di acquisizioni e fusioni sarà quello di imprimere una brusca sterzata alla struttura di mercato dell’economie avanzate, rafforzando il processo già in corso di concentrazione e favorendo il consolidamento dei grandi oligopoli industriali e finanziari. Come già Marx aveva preconizzato, è specialmente nelle fasi di crisi che si mette in moto la tendenza del capitale a centralizzarsi in sempre meno mani, favorendo l’ascesa di quello che Baran e Sweezy definirono con il nome di “capitale monopolistico”.

Il processo di concentrazione e l’emergere del capitale monopolistico non solo producono effetti distorsivi sull’economia, nella misura in cui le grandi imprese, operando in un regime di mercato non competitivo, sono incentivate a difendere i propri margini di profitto non tramite l’innovazione bensì comprimendo i salari e tagliando investimenti e occupazione. Oltre a ciò, se il potere economico è concentrato in sempre meno mani, esso sarà in grado di esercitare una maggiore influenza sul processo politico.

Come sostiene Stiglitz nel suo ultimo libro (“Popolo, potere e profitti”, pubblicato in Italia da Einaudi), il divario economico ha portato ad un crescente divario politico, che a sua volta rafforza e alimenta il divario economico. Questo perché “coloro che hanno soldi e potere hanno usato il proprio potere in politica per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio”.

In questo contesto, a fronte di un accentramento del potere economico in poche grandi imprese, si rende ancora più urgente la necessità di unire e organizzare il movimento del lavoro e portare avanti azioni collettive a difesa dei diritti sociali e della democrazia, tanto nella società quanto nei luoghi di lavoro, dallo strapotere esercitato da parte delle oligarchie economiche e finanziarie.

Studente di dottorato tra l’Università di Amsterdam e l’Università Cattolica di Milano. Laureato in Economia all’Università Cattolica di Milano. Già membro di Rethinking Economics Italia e Young Scholars Initiative.

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