Recovery Fund e riforma dell’Unione: se non ora quando?

consiglio europeo

La sessione straordinaria del Consiglio europeo di luglio ha avuto come argomento principale la risposta comunitaria al Covid, concretizzatasi nel piano Next Generation EU. Questa seduta è stata particolarmente scenografica. Sono abbondate dichiarazioni muscolari della vigilia, report di interminabili sedute notturne e proclami vittoriosi (sia dei paesi del Nord, che degli altri). Ma cosa ha partorito?

Il Recovery Fund, così come concepito dall’asse Franco-Tedesco, è stato approvato, con una considerevole riduzione della quota di finanziamenti a fondo perduto (312,5 miliardi) ed un parallelo aumento della quota di finanziamenti sotto forma di prestito (360 miliardi). Il fondo ammonta quindi a 672,5 miliardi di euro.

Questa parte di accordo è una mediazione tra la proposta iniziale di Germania e Francia di 500 miliardi a fondo perduto e la posizione dell’Olanda e dei suoi alleati, che i finanziamenti a fondo perduto li avrebbero azzerati. 

Il diritto di veto, auspicato dai paesi cosiddetti “frugali”, non è presente in forma esplicita. Tuttavia, ogni paese membro dovrà presentare un “piano per la ripresa e la resilienza”, che, per accedere ai finanziamenti del Recovery Fund, deve essere approvato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata, non all’unanimità, cosa che toglie potere negoziale ai paesi frugali stessi (anche se ancora non si sa quanto questa maggioranza sarà qualificata. Per essere approvati, questi piani dovranno rispettare i criteri della “coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro”.

Questa impostazione sembrerebbe togliere qualsiasi velleità di “veto” olandese. Sembrerebbe.

Tuttavia, per controllare come vengono spesi i soldi la Commissione controlla i “target intermedi e finali” e, in caso di scostamento, può sospendere i pagamenti.

E qui arriva la vittoria “frugale”: uno stato membro, qualora ritenga che “vi siano gravi scostamenti” dai “target intermedi e finali” dei piani, può rinviare la questione al Consiglio Europeo, affinché la questione venga discussa, e bloccare così i pagamenti per un massimo di tre mesi.

Al Recovery Fund, di gran lunga la componente più importante del piano Next Generation EU, si aggiungono poi altri fondi minori, di cui il più importante è il React-EU, che è pari a 47,5 miliardi e il Fondo per una transizione giusta, per arrivare a 750 miliardi complessivi, di cui 360 erogati sotto forma di prestiti e 390 sotto forma di sovvenzioni.

Per poter raccogliere i finanziamenti per il piano Next Generation EU la Commissione europea è autorizzata a contrarre debito sui mercati di capitali, per un importo massimo di 750 miliardi, solo fino al 2026 e solo per spese legate all’emergenza Covid.

Come spesso accade in queste situazioni, tutti si sono potuti dichiarare vincitori, esaltando in un caso la bontà dell’UE che finalmente ci aiuta, e nell’altro l’aver evitato di donare troppi soldi agli spendaccioni del Sud.

A prima vista il Next Generation EU può apparire come una vittoria dell’UE, o per lo meno così è stato presentato dal governo italiano, ammesso e non concesso che si sappia di quale visione di Europa si sta parlando (lo status quo?). Ma il compromesso è ben lontano sia da chi sosteneva di utilizzare solamente il MES per fronteggiare la recessione post covid, sia da chi avrebbe voluto creare gli eurobond.

In questa situazione del dibattito è entrato prepotentemente Yanis Varoufakis, uno che di trattative europee se ne intende, che con le sue dichiarazioni punta prepotentemente il dito sull’elefante nella stanza. Quale sarà la politica economica dell’Unione nei prossimi anni?

Se infatti, da un lato, l’impalcatura dell’accordo raggiunto dal Consiglio UE contiene contributi importanti e la raccolta di fondi tramite emissione di debito comune, dall’altro lo stesso accordo sembra perfetto per non cambiare nulla della governance economica dell’Unione nei prossimi anni.

Innanzitutto, come sottolinea l’economista greco, il Recovery Fund, per quanto rappresenti un passo avanti, non è macroeconomicamente rilevante per sostenere da solo una recessione prolungata e presenta il rischio di essere bloccato dai veti incrociati dei paesi membri, creando il contesto perfetto per le critiche dei sovranisti euro-scettici di tutta Europa. Ed è curioso come il “fronte europeista”, uscito vincitore alle scorse europee ed al governo della quasi totalità dei paesi europei, sembra non curarsene.

La capacità di risposta degli stati membri dipenderà anche, se non soprattutto, dalle loro possibilità di spesa, e, ad oggi, gli scenari futuri su questo non sono chiari. La fine della sospensione del patto di stabilità e crescita significherebbe costringere i paesi membri più colpiti ad enormi aggiustamenti di bilancio, che Varoufakis stesso stima intorno al 9% del PIL per l’Italia (al netto delle maggiori entrate dal piano Next Generation UE). Altrettanto preoccupante sarebbe una riduzione del sostegno al debito pubblico da parte della BCE, ritornando a “non essere qui a chiudere gli spread”, per citare l’infelice (ma forse sincera) dichiarazione di Lagarde di inizio marzo.

In uno scenario in cui entrambe le cose dovessero verificarsi, il che non è certo improbabile, il governo italiano, insieme a quelli di altri paesi mediterranei, si ritroverebbe da un lato a dover effettuare grosse correzioni di bilancio nel mezzo di una recessione, non compensate dai nuovi fondi UE, dall’altro a fronteggiare una maggiore difficoltà nel rifinanziamento del proprio debito sul mercato. Una situazione simile a quella già affrontata nel periodo della crisi dei debiti sovrani e negli anni successivi.

Il problema di fondo delle trattative di questi mesi e del piano Next Generation EU, dunque, è che rischia di tramutarsi nel più classico dei “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Se è vero che i momenti di difficoltà sono anche quelli in cui si è costretti a fare grossi cambiamenti, quale occasione migliore di una crisi epocale per affrontare il nodo delle regole fiscali UE?

Si sarebbe potuto ragionare sui parametri di Maastricht, sostituendoli con qualcosa di più attuale, si sarebbe potuto ragionare sulla mutualizzazione dei debiti dell’Unione ed in parallelo sull’aumento della del budget dell’UE, sull’uniformazione dei sistemi fiscali, affrontando il tema della concorrenza fiscale. Si sarebbe potuto decidere del futuro dell’unione ed avviare un processo di rinnovamento delle istituzioni UE.

Si è preferito costruire un contributo una tantum, la metà del quale è composta da prestiti, mettendo subito in chiaro che ciò che è stato messo in campo rimane eccezionale e non implica nessun cambiamento strutturale dell’impalcatura dell’UE. 

Nulla, se non un po’ di realismo, impedisce di sperare che in qualche modo il “sogno europeo” alla fine prevalga.  Rimarrà tuttavia la consapevolezza che l’accordo raggiunto dal Consiglio Europeo è un’occasione mancata, le cui conseguenze, nel medio periodo, rischiano di essere drammatiche.

Clicca qui per la relazione finale del consiglio Europeo.

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