Il Recovery Fund è davvero la soluzione? Ecco criticità e tecnicismi

Nelle ultime settimane il dibattito economico e politico si è focalizzato sul Recovery Fund (o più correttamente Next Generation EU), lasciando però molte parti in ombra. Il Next Generation EU è il piano della Commissione Europea per la resilienza dei paesi UE colpiti dal Covid-19. È stato approvato dal Consiglio Europeo straordinario il 21 luglio di quest’estate e successivamente confermato dal Parlamento Europeo.

Il Next Generation EU è un quindi un’estensione del bilancio della Commissione europea, che si aggiunge al quadro finanziario pluriennale (QFP). Le risorse del Recovery Fund sono 750 miliardi di euro, divise in 390 di sovvenzioni a fondo perduto e 360 di prestiti.

La differenza tra prestiti e sovvenzioni a fondo perduto esiste, ma è più labile di quel che si pensa. La Commissione europea è stata incaricata di poter contrarre, per conto dell’Unione e tramite la BEI (Banca Europea per gli Investimenti), prestiti sui mercati dei capitali per 750 miliardi di euro al fine di finanziare il piano di aiuti.

Partendo dai 360 miliardi di prestiti, la Commissione dopo averli raccolti sui mercati finanziari li destinerà ai paesi richiedenti dell’Unione. Proprio perché sono prestiti, essi dovranno essere restituiti. Le restituzioni partiranno dal 2028 fino a completarsi obbligatoriamente nel 2058.

Emettere titoli di stato o prendere soldi a prestito dalla Commissione Europea è praticamente la stessa cosa: entrambi devono essere restituiti ed entrambi aumentato il debito pubblico dello Stato. Allora quali sono le differenze tra queste due fonti di finanziamento?

Una prima differenza è che gli aiuti del Recovery Fund hanno delle condizionalità, come previsto per il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), ovvero la coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro. Anche l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva. (A 19, Conclusioni finali del Consiglio Europeo di luglio).

Per questi fondi le condizionalità sono diverse rispetto a quelle del MES, quali la transizione digitale e green, la creazione dei posti di lavoro e la resilienza che sono di certo obiettivi auspicabili per l’Italia. Ma a differenza del Next Generation EU e del MES, il finanziamento tramite titoli di Stato non prevede alcuna condizionalità di spesa: quindi il governo sarebbe libero di spendere a suo piacimento, senza alcun vincolo.

Un’altra differenza sono i tassi di interesse che richiede in cambio il mercato alla Commissione Europea e ad un singolo Stato. Il tasso di interesse dei prestiti concessi alla Commissione Europea dovrebbe essere vicino allo zero. Proprio per questo ad alcuni Paesi potrebbe convenire prendere questi prestiti, poiché i loro tassi di interesse sui titoli di stato sono più alti. Ad altri invece non dovrebbe risultare utile. Questo è uno dei possibili motivi per cui il Presidente spagnolo Sanchez è in forte dubbio sul ricorso alla parte dei prestiti del Recovery Fund. I tassi di interesse sui titoli di Stato sono al minimo storico in molti paesi. In Italia i tassi dei decennali non sono mai stati così bassi dal 1310 secondo la Deutsche Bank.

Infine, non sembra che la BCE sia intenzionata a diminuire la portata del PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) nel breve periodo. I tassi di interesse del debito acquistato dalla BCE sul mercato secondario vengono restituiti al Tesoro, pertanto essi risultano uguali a zero.

L’altra possibile motivazione del rifiuto è che le condizionalità del prestito non sono ben chiare.  Il governo di Madrid è dunque preoccupato per le possibili pretese future di aggiustamenti profondi sui bilanci e sul debito da parte dell’Unione Europea. Questo aspetto, se risultasse vero, farebbe diventare qualsiasi prestito della Commissione svantaggioso rispetto all’emissione dei titoli di debito per ogni singolo paese, anche se gli ultimi fossero più costosi in termini di tassi di interesse.

In merito alle sovvenzioni a fondo perduto, invece, queste sono state considerate la parte più importante del piano di resilienza: all’inizio della contrattazione tra Paesi frugali e i favorevoli al Recovery Fund, le sovvenzioni erano fissate a 500 miliardi, per poi scendere nell’accordo finale a 390.

L’espressione “fondo perduto” è ingannevole, poiché di solito si pensa a somme versate senza impegno di restituzione. Leggendo superficialmente le modalità delle sovvenzioni del Next Generation EU, questa espressione sembra essere corretta: la Commissione Europea prenderà in prestito dai mercati finanziari gli importi che le servono per finanziare le sovvenzioni a fondo perduto e li darà agli Stati richiedenti. Al contrario dei prestiti precedenti, questi non dovranno essere restituiti. Il problema non ben evidenziato è che la Commissione dovrà in futuro restituire i soldi presi in prestito dal mercato. E in che modo?

Per ripagare ai mercati 390 miliardi delle sovvenzioni, la Commissione Europea dovrà aumentare il proprio bilancio e non viene spiegato precisamente come verrà finanziato quest’ampliamento. Le soluzioni sono due: la prima è l’aumento dei contributi versati dagli Stati, e la seconda è l’imposizione di nuove tasse stabilite dalla Commissione sul territorio europeo.

Nell’ultimo caso, dichiarato possibile nel documento della Commissione Europea del 21 Luglio, sarebbero in gran parte i cittadini europei a ripagare quell’aumento di tassazione, e quindi anche quelli italiani. Sono già state programmate imposte in base al peso dei rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati a partire dal 1° gennaio 2021 e un possibile prelievo sul digitale.

Nel caso in cui venisse invece ampliato il bilancio europeo mediante i contributi, sarebbero direttamente gli Stati europei a finanziarlo secondo le proporzioni ante Covid-19, ovvero in base al RNL (Reddito Nazionale Lordo). Ma le sovvenzioni, essendo erogate secondo quanto gli Stati sono stati colpiti dalla pandemia, porterebbero ad avvantaggiare alcuni paesi rispetto ad altri, quale l’Italia.

Infatti, come deciso nell’accordo finale del Consiglio Europeo di luglio, l’Italia riceverà  circa 209 miliardi, suddivisi in 81,4 di sovvenzioni a fondo perduto e 127,4 di prestiti. Ipoteticamente, se tutto l’aumento del bilancio europeo per gli aiuti a fondo perduto fosse coperto dall’aumento dei finanziamenti dei singoli Paesi, il guadagno netto per l’Italia sarebbe di un importo tra i 28 e i 30 miliardi. Ovviamente gli aiuti netti sono minori degli 81,4 miliardi indicati, ma sono sicuramente maggiori di zero.

In ogni caso, gli aiuti per l’Italia rappresentati dal Recovery Fund non sono la pioggia di soldi rappresentata dalla stampa e non sono neanche paragonabili al Piano Marshall del dopoguerra in cui gli stanziamenti erano davvero a fondo perduto.

Gli aiuti europei poi arriveranno forse dall’inizio del primo trimestre del 2021, e non saranno la totalità, bensì il 70% che dovrà essere erogato tra il 2021 e 2022. Il restante 30% potrà essere usato nel 2023.

Pertanto, nella migliore delle ipotesi i primi sussidi arriveranno a inizio 2021: i fondi verranno erogati su richiesta degli Stati, che dovranno predisporre dei piani nazionali di spesa. Entro due mesi dalla presentazione saranno valutati dalla Commissione Europea in base alla coerenza con le condizionalità imposte, come la transizione verde e digitale. Successivamente a questa valutazione, il Consiglio Europeo dovrà approvare a maggioranza qualificata la valutazione della Commissione, entro quattro settimane. Quindi il tempo massimo sarà di tre mesi per la conclusione della procedura di approvazione dei piani nazionali.

Ma i paesi frugali hanno insistito per poter aggiungere il cosiddetto “freno a mano”, ovvero l’opzione per cui uno o più degli Stati membri possano richiedere il rinvio dell’approvazione dei piani nazionali al successivo Consiglio Europeo nel caso in cui ritengano che vi siano gravi scostamenti dai target stabiliti.

Questo strumento concesso ai Paesi frugali farà allungare ancora di più i tempi dell’approvazione e della successiva erogazione dei fondi, mentre la crisi economica dilaga dall’inizio della pandemia e le manovre fiscali non sono state assolutamente adeguate a contrastarla.

Altro aspetto avverso nel caso in cui uno Stato faccia ricorso al “freno a mano”, e non è difficile aspettarselo da uno dei Paesi frugali, è il conseguente effetto comportamentale dei mercati finanziari, decisamente negativo. Esattamente il contrario del whatever it takes di Mario Draghi, allora Presidente della BCE, che nel 2012 salvò l’euro, influenzando positivamente i mercati con una semplice dichiarazione.

Ma nell’ultimo periodo abbiamo assistito anche a dichiarazioni che definire inopportune sarebbe riduttivo. Un esempio è quello dell’attuale presidente della BCE Christine Lagarde, la quale dichiarò che non era compito della banca centrale abbassare gli spread nazionali. Nel giro di quindici minuti il differenziale italiano si alzò di circa 36 punti base. La stessa cosa potrebbe succedere se un qualunque stato membro tirasse il freno a mano, creando un whatever it takes al contrario, con effetti forse ben più negativi di quelli della frase della Lagarde. Di fatto ci sarebbe una vera e propria rottura all’interno dell’Europa.

In conclusione, il Recovery Fund non è di certo la panacea che salverà l’Italia dalla crisi economica, come non sarà il MES a risolvere i problemi della sanità nazionale. Certo è che gli aspetti negativi esistono e spesso non sono affrontati. E non vengono neanche considerate alternative valide a quelle finora proposte, una delle quali potrebbe essere la monetizzazione del deficit.

Classe ‘99, sono uno studente di economia politica presso l’Università degli studi Roma Tre. Sono stato in Erasmus alla Vrije Universiteit Brussel.
Ho la passione per l’analisi economica, politica e finanziaria.

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3 COMMENTS

  1. Ciao Alessandro, grazie della risposta, il confronto dialettico è utile e foriero di arricchimento reciproco! Mi spiace solo che i commenti agli articoli sono molto rari, sarebbe utile avere qualche scambio critico. La tua replica è ineccepibile dal punto di vista logico nel senso che se si assume che la nostra classe Dirigente è mediocre, è altamente probabile che utilizzerebbe male anche i finanziamenti vincolati. E’vero, ma io credo che, avendo un vincolo esterno condivisibile (non è che mi piace il vincolo esterno, anzi: sono sempre stato contrario al Fiscal compact e a tante altre cose della UE) la nostra mediocre classe Dirigente forse farebbe meno danni (perchè, pur in maniera inefficiente e con ritardo sarebbe costretta comunque a fare delle assunzioni nella Sanità, a mettere a posto qualche Ospedale, a comprare qualche Tac di ultima generazione, a fare qualche tampone in più, etc,etc) e qualcosa migliorerebbe. Invece, a mio avviso (sono ultra pessimista in questo senso) sono sicurissimo che potendo disporre liberamente dei fondi, i danni sarebbero ben maggiori, e già se ne vedono le avvisaglie: riduzioni fiscali non necessarie, anzi dannose secondo me; proroga di quota 100; fondi a pioggia a questo o a quello (hanno tolto l’Irap anche ai settori che con la pandemia hanno aumentato i profitti!); bonus a pioggia anche a chi ha 300.000 euro sul conto corrente, etc, etc; pezze e rattoppi qua e là,etc. Ma non è tutta colpa del Governo, dipende anche e soprattutto da un’opposizione men che mediocre che abbiamo che chiede, ancora oggi che lo Stato è sotto pressione, di istituire la Flat Tax per tutti, anche per gli evasori (invece di chiedere di combattere sul serio l’evasione!). Comunque, vedremo cosa succede, lo scopriremo solo vivendo (Battisti docet!).

  2. Ciao Ettore! Grazie per la risposta al mio articolo, mi fa molto piacere avere una discussione.
    Hai affrontato vari temi e cercherò di dirti la mia su ognuno di essi:
    per quanto riguarda il PEPP della BCE, la Lagarde ha detto nei giorni scorsi che rimarrà fino a Giugno 2021 e in ogni caso durerà finché non finirà la crisi causata dal coronavirus(https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2020/html/ecb.mp200910~f4a8da495e.en.html) e, aggiungo io, sarebbe un suicidio non continuarlo. L’Europa però ci ha sempre sorpresi in fatto di masochismo, quindi dovremmo aspettare per capire se verrà prolungato ulteriormente.

    Sono d’accordo che il Recovery fund sia positivo poiché per la prima volta c’è una grande emissione di titoli di stato europei o eurobond, anche se non penso che l’integrazione economica porti all’integrazione politica. Questo l’abbiamo visto con la nascita dell’Euro: i padri della moneta unica credevano che l’integrazione economica avrebbe portato ad un’Europa più unita politicamente, il che non è del tutto avvenuto. Io sono dell’idea che bisognerebbe intraprendere il processo inverso e non penso che con moneta unica ed eurobond arriveremmo ad un’Europa federale.

    A proposito del vincolo esterno, dovremmo fare un discorso separato per il MES e per il Recovery fund: il primo ha condizionalità non solo di spesa come è stato detto nei vari articoli di Kritica Economica. Per il Recovery fund i vincoli sono invece puramente di spesa, ovvero per la transizione green e digitale. Io spero che vedremo nel prossimo futuro le transizioni e sono contento che le condizionalità di spesa siano positive, nel senso che riguardano progetti su cui l’Italia, secondo me, doveva puntare anche prima della crisi. Inoltre, nel documento della Commissione Europea si fa riferimento alla diminuzione della disoccupazione come obiettivo (finalmente!).
    Però c’è da dire che se il Governo italiano volesse fare altro con quei prestiti dell’Europa, non potrebbe, mentre emettendo titoli di Stato sì.

    La critica che fa lei è che la classe dirigente e politica italiana, se prendesse i soldi sul mercato dei titoli di stato e non dalla Commissione, non avendo vincoli andrebbe ad usarli per progetti di breve periodo e probabilmente li userebbe male. Ma la stessa cosa potrebbe succedere con i soldi europei! Perché se la classe politica non è idonea, allora potrebbe spendere nel settore giusto i soldi grazie al vincolo esterno (transizione green e digitale, sanità, scuola…) ma nel modo sbagliato, di fatto sperperando i soldi che ci verrebbero dati.
    Comunque, il mio obiettivo era quello di evidenziare i punti negativi del Recovery Fund, ma ovviamente ci sono aspetti positivi da non sottovalutare. All’Italia converrebbe prendere tutte le sovvenzioni a fondo perduto e prendere i prestiti cercando di capire prima se i dubbi del Presidente spagnolo Sanchez siano fondati o no.

  3. Non concordo del tutto, per varie ragioni. E’ vero che, in termini strettamente Economico-contabili i finanziamenti della EU non rappresentano un grande vantaggio in termini di risparmio della spesa per interessi (perchè i tassi, attualmente, sono quasi a zero sul mercato), tuttavia noi non sappiamo in futuro se questi tassi continueranno a rimanere bassi perchè dipende dall’intervento della BCE: siete proprio certi che il PPE continuerà per i prossimi anni con queste modalità, io non ci giurerei (la Corte Costituzionale Tedesca potrebbe mettersi di traverso!). Poi, l’emissione di Bond Comuni rappresenta un grande passo avanti simbolico, potrebbe fare da apripista ad ulteriori progressioni verso una Europa più federale e solidale. Per quanto concerne il Mes ho avuto già un confronto con l’estensore di un articolo dedicato (la vostra linea anti-Mes è compatta e coerente), io non sono pregiudizialmente contrario alle condizionalità se esse sono finalizzate a realizzare obiettivi condivisibili perchè nutro profonda sfiducia nei partiti politici italiani, e nella attuale classe dirigente che ci ritroviamo che considero la peggiore degli ultimi 30 anni ( e quelle precedenti non brillavano certo, ma quella attuale è ancora peggio: Di Maio agli esteri è un pugno in un occhio, un non Laureato che non conosce l’Inglese che occupa il Ministero più importante del Governo, dopo quello dell’Economia!). Per cui considero positiva la condizionalità del Mes per utilizzare i fondi solo nella Sanità: la Sanità è un servizio essenziale devastato da 15 anni di tagli, lo stiamo vedendo con la pandemia :la situazione è la stessa di marzo, non è stato fatto nulla per potenziare la Sanità, mancano almeno 80.000 tra medici e infermieri, occorre un massiccio piano pluriennale di ristrutturazione ospedaliera che rende i 37 miliardi del Mes appena sufficienti; occorrono investimenti per riorganizzare la rete territoriale e rinnovare le apparecchiature diagnostico-medicali. La ristrutturazione del comparto sanitario potrebbe fare da volano e da apripista per tutti gli altri settori strategici welfare-orientati:Trasporti (età media dei bus 14 anni, la media UE è 8 anni), Scuola e ricerca scientifica, riforma ammortizzatori sociali,transizione ecologica,etc. L’unico modo di fare tutte queste cose è avere un vincolo esterno condivisibile altrimenti, se ci finanziamo sul mercato, con la mediocre classe dirigente che ci ritroviamo, useremo i fondi per dare prebende a questa o quell’altra categoria in funzione della prossima scadenza elettorale senza alcun impatto macroeconomico di rilievo: mandare tutti in pensione a 62 anni, o anche prima magari ripristinando le pensioni Baby del pubblico impiego; fare sconti fiscali non necessari per stare dietro alla moda di tagliare le tasse ( i dati ci dicono che la metà dei contribuenti non versa tasse, e tra quelli che le versano, la metà paga un’aliquota reale (non teorica) intorno al 15%; e via di questo passo.

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