Recovery Fund, una favola senza morale

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Chiunque abbia seguito le ultime vicende di questa fase così arzigogolata non può non essersi smarrito nella profonda giungla dell’informazione. È sufficiente riportare alcuni dei principali titoli pubblicati nelle ultime settimane per rendere l’idea di ciò che si è costretti a subire ogni giorno: 

14 Aprile: “Ue: il fondo per la ripresa da 1.500 miliardi (finanziato con «eurobond»)” – Corriere della Sera.
24 Aprile: “Recovery Fund Ue, perché per l’Italia è un’occasione da non sprecare” – Corriere della Sera
5 Maggio: “Gualtieri: da Ue quasi 200 miliardi per Italia, Mes incluso” – Corriere della Sera
19 Maggio: “Recovery fund, all’Italia 100 miliardi a fondo perduto” – Corriere della Sera
19 Maggio: “Turismo, scuola, ricerca e Green New Deal: così il governo può spendere i 100 miliardi del Recovery Fund” – La Repubblica

Bastano queste poche frasi per sentirci come Don Abbondio alle prese con il panegirico in onore di San Carlo Borromeo

Come si nota dai titoli di cui sopra, nonostante l’assenza di una documentazione ufficiale che disegni la fisionomia del cosiddetto fondo per la ripresa, i giornali sembrano quasi celebrare lo strumento proposto dalla Commissione europea. Si parla di risorse a fondo perduto (con tanto di cifre), di investimenti in turismo, scuola e ricerca e si accenna persino al “Green New Deal” (un termine ormai abusato). A questo punto la differenza tra stampa e propaganda di regime inizia a farsi veramente sottile.

Ma cosa si sa realmente del Recovery Fund? Al netto delle bozze redatte dai diversi schieramenti (Francia e Germania da un lato e Austria, Svezia, Danimarca e Olanda dall’altro) al momento sappiamo che sarà un fondo alimentato da titoli emessi dalla commissione europea e garantiti dal bilancio europeo (a cui contribuiscono i singoli stati membri). Queste sono le uniche informazioni certe da cui però non è possibile risalire ad una chiara descrizione dello strumento.

Allora potrebbe essere più utile invertire il ragionamento e riflettere su ciò che il Recovery Fund non è. In questo modo, si potrebbe certamente affermare che il fondo per la ripresa non sarà uno strumento efficace, non sarà una misura consistente e tantomeno sarà un massiccio piano di investimenti.

Ragionando per assurdo infatti, dal momento che le perdite stimate per il 2020 ammontano a 470 miliardi di euro, anche se la chiaroveggenza dei nostri giornali fosse confermata, i 100 miliardi a cui si fa riferimento potrebbero risultare insufficienti. Come se non bastasse, oltre al danno c’è anche la beffa: nel caso in cui si dovesse impiegare il bilancio europeo a garanzia dei fondi raccolti è altamente probabile che la cifra finale sia fortemente ridimensionata. L’Italia, infatti, è un contributore netto (cioè offre all’Europa più soldi di quanti ne riceve in cambio), dunque sarà necessario analizzare il saldo netto per poter risalire alla somma reale a cui il nostro Paese avrebbe accesso (una somma che potrebbe risultare più bassa del previsto). 

A fronte degli aspetti di carattere generale definiti dalla Commissione europea, ci sono le posizioni dei diversi schieramenti che si stanno definendo in questi giorni. Da un lato c’è la bozza partorita da Merkel e Macron in cui si parla di 500 miliardi concessi a fondo perduto sotto non precisate condizioni: nel documento si legge che il supporto si baserà su un chiaro impegno da parte degli stati membri a seguire sane politiche economiche e un’ambiziosa agenda di riforme. Dal momento il concetto di “sana politica” negli ambienti europei tende ad assumere un significato diverso da quello etimologico (per la Grecia si usarono le stesse parole), rimane viva quella diffidenza che tradizionalmente caratterizza le relazioni tra gli Stati della comunità europea.

Occorre precisare che la proposta Merkel-Macron ha offerto dei contributi positivi al dibattito. Come sottolineato dal professor Marcello Messori in un articolo pubblicato su Luiss Open il fondo progettato dalla commissione europea prevedeva un ammontare di 1500 miliardi, di cui una quota minoritaria a fondo perduto (probabilmente 100 miliardi) e una quota maggioritaria a titolo di prestito (1400 miliardi). In questo senso, la proposta Merkel-Macron, con i suoi 500 miliardi a fondo perduto, potrebbe segnare un passo in avanti nella discussione.

Tuttavia, come dice lo stesso professore riferendosi alla bozza franco-tedesca: “il debito di mercato della Commissione europea, ossia dell’UE, andrà coperto (in termini di pagamento degli oneri finanziari e di restituzione del principale alla scadenza) dagli stati membri in base alle loro quote di contribuzione al MFF (il bilancio europeo); come si è già detto, le risorse ottenute mediante tale debito sono invece allocate in proporzione all’impatto asimmetrico della pandemia nei diversi stati membri”.

Dunque, nonostante l’affermazione del principio solidaristico (che attribuisce maggiori risorse a chi ne ha più bisogno) la beffa rimane. L’Italia infatti, è tra i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia (dunque avrebbe diritto ad una quota maggiore di risorse) ma è anche il terzo contributore netto d’Europa. Quindi, occorre ribadire un’altra volta che soltanto il saldo finale potrà essere un indicatore della consistenza di questa proposta.

Dall’altro lato invece, c’è la bozza partorita da Austria, Svezia, Danimarca e Olanda che esclude categoricamente ogni possibilità di mutualizzazione del debito e apre all’ipotesi di prestiti concessi sotto non precisate condizioni (una formula ormai ricorrente) e il cui utilizzo dovrebbe essere sottoposto ad una stretta sorveglianza. 

Insomma, si delinea un’altra volta il dibattito ideologico di cui si era parlato già in un precedente articolo. Tuttavia, ciò che risulta veramente allarmante è la totale assenza dal dibattito dei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia: Spagna e Italia. Mentre gli Stati del nord hanno consolidato il fronte dello stolto rigorismo e l’asse franco-tedesco ha ripreso le operazioni di mediazione, Spagna e Italia stanno a guardare nella speranza che qualcosa accada. In altre parole, il nostro Paese – che rappresenta la terza economia dell’eurozona e avrebbe tutte le carte in regola per poter affermare il proprio peso nelle trattative – non sta avendo alcun ruolo nella determinazione delle misure che andranno a fronteggiare una crisi di cui l’Italia sarà la principale vittima. Dunque, il governo sta aspettando che altri Stati decidano le misure di politica economica che l’Italia dovrà adottare.

Si tratta di uno scenario che disegna un fallimento politico chiaro ed evidente, del quale la stampa (persa nell’inetta celebrazione dell’inesistente) sembra non accorgersi. Essa ci travolge con frasi ad effetto, ci riempie di nuove parole come il “Green New Deal”, senza considerare che una seria transizione ecologica necessiterebbe di somme molto più consistenti di quelle proposte in sede europea, e si serve di espressioni esagerate come l’ormai famosa “potenza di fuoco”, trascurando che dietro a questo eufemismo non ci sono altro che garanzie (non soldi). 

È un ottimismo patologico dettato dall’abisso sociale che separa lo scrittore dal lettore e da cui nasce il fiabesco mondo nel quale lo scrittore vive e che prontamente viene rappresentato nei suoi versi celebrativi. Si tratta di un distacco da sempre presente, che emerge nuovamente in occasione della discussione sul Recovery Fund. Allora, nella totale assenza del nostro governo, non ci resta che lasciarci travolgere da questo chimerico ottimismo. Magari “andrà tutto bene”, se l’Austria lo vorrà. 

Salvatore La Marca
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Sicano in ostaggio a Roma, laureato in Scienze Economiche e amante della birra (doppio malto alla Bersani). Nel tempo libero mi dedico alla ricerca della terra promessa.

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