Reddito di cittadinanza e workfare: una nuova questione meridionale

reddito di cittadinanza

Il Reddito di cittadinanza è tutt’oggi una misura che suscita molte polemiche e che si pone, almeno nel nome, in controtendenza con la logica antiwelfaristica che ha caratterizzato le politiche delle cancellerie europee negli ultimi 30 anni.

Innanzitutto dovremmo però fare una differenza fra il reddito di base (concesso a tutti e tutte) e il reddito minimo (concesso sulla base di talune condizioni socioeconomiche): essi rispondono infatti a due diversi principi, che chiameremo come Dardot e Laval, razionalità. La prima protegge l’occupato in quanto soggetto-consumatore, rispondendo ad una razionalità fordista-keynesiana mentre la seconda protegge l’occupabilità del soggetto-produttore al fine di incentivare il suo movimento sul mercato del lavoro attraverso le condizioni-ingiunzioni del sussidio stesso, rispondendo ad una razionalità postfordista-neoliberale.

Nonostante il RdC ponga già una propria condizionalità intrinseca nel nome, la cittadinanza, esso era stato narrativamente costruito come “misura redistributiva universale”.  Durante la discussione parlamentare però la sostanza ha tradito la forma: per bocca dello stesso ministro Di Maio nell’ottobre 2018 tale misura avrebbe seguito il modello tedesco ovvero l’Arbeitslosigkeitgeld II, parte del programma Hartz IV (2005), che inaugura la trasformazione del welfare (misure di sostegno al reddito, i cosiddetti ammortizzatori sociale) in workfare (misure di attivazione del lavoro) nell’Europa Continentale (nonostante la trasformazione del welfare tedesco fosse iniziata con le politiche di contenimento della spesa pubblica volute dai governi Kohl nell’allora Germania Ovest) .

Il fatto che tale programma sia stato implementato dal governo Schröder (SPD-Verdi), attraverso un taglio dei sussidi di mero Welfare e l’implementazione di un programma che collegasse i sussidi ad una ricerca attiva di lavoro, ci dice molto sulla potenza della razionalità neoliberista, che si esprime attivamente nelle politiche socialdemocratiche della terza via, di cui la SPD tedesca è piena espressione. Addirittura si arriva al paradosso quando tale legge viene bloccata al Bundesrat (Camera Territoriale ove la CDU aveva la maggioranza) perché il centrodestra riteneva che il sostegno alle famiglie (in nome del conservatorismo “paternalista” di cui la CDU è un esempio) fosse troppo inconsistente.  

Possiamo ricostruire il principio di condizionalità del workfare tedesco (e, per suo riflesso, di quello italiano nelle intenzioni del legislatore) in cinque pilastri: occupabilità (come fine del sussidio), temporaneità (come limite ideale di un sostegno atto a reintrodurre il soggetto nel mercato), flessibilità (quale subordinazione delle competenze ai bisogni di un mercato dinamico), competitività (quale ingiunzione all’ampliamento del portfolio di competenze del soggetto) e discrezionalità (quale potere decisionale del funzionario-erogatore che non ha il mero compito di certificare in maniera neutrale l’identità fra la situazione contingente e le regole universali, quanto il valutare discrezionalmente l’opportunità di erogare il sussidio).

Tale struttura nega il mito per cui neoliberalismo significhi semplicemente “assenza di Stato”: in realtà nella razionalità neoliberista il ruolo dello Stato è centrale, esso è colui che costruisce i processi e i discorsi del soggetto imprenditore di sé: un soggetto che nonostante non sia detentore di un capitale, percepisce sé stesso come un imprenditore esposto al rischio (quindi accettando la fine del welfare) e le sue competenze come un capitale da allocare (competitività). È forse questo l’inquietante e pericoloso fine sociale e politico dell’Hartz IV, essa protegge infatti la flessibilità del mercato e non il cittadino.

Il legislatore italiano aveva implementato un modello simile con l’erogazione del sussidio affidata ai navigator e ai Centri per l’impiego. Limiti burocratici, limiti strutturali delle aree economicamente sofferenti del Paese, indeterminatezza della figura e dei concorsi, falle politiche e il lockdown hanno determinato il fallimento di questo “secondo momento” del RdC, ovvero il suo passaggio da welfare a workfare. Il paradosso è che tale fallimento ha risignificato il RdC in una delle più importanti misure di welfare dagli anni ’90 e svelato una realtà drammatica di uno dei Paesi più ricchi al mondo: una massa di persone, concentrata in specifiche zone del Paese, la cui povertà consiste nell’avere difficoltà ad accedere ai beni di prima necessità.

Le polemiche non sono tardate ad arrivare e hanno fomentato e trovato linfa nella solita retorica antimeridionalista  cui siamo tristemente abituati: la maggior parte delle richieste arrivano dal Sud e dalle Isole, arrivando a costruire iperboliche narrazioni di meridionali stolti e pigri a fare la coda per chiedere l’ennesimo sussidio che in fondo non si meritano, in quanto, nella razionalità neoliberista, il soggetto imprenditore di sé stesso diviene colpevole e responsabile dei propri fallimenti. Qui la retorica neoliberale della colpa assume contorni quasi etnicamente dati, due narrazioni che non coesistono semplicemente ma si alimentano a vicenda.

Forse però dovremmo chiederci non per quale fine esiste tale misura ma per quale causa; non come gli indigenti utilizzeranno tale sussidio, quanto per quale motivo siano così tanti. Il lavoro sommerso (se esiste) non può essere la legittimazione per chiedere conto alle persone a rischio povertà di come gestiscono le proprie vite nelle loro dimensioni più intime, ma deve essere un campanello d’allarme. Il contratto esiste storicamente come tutela del lavoratore e se tale lavoratore non l’ha sottoscritto siamo davanti a due possibili scenari: o un abuso del datore che non regolarizza i prestatori o dei contratti così inutili da spingere il lavoratore a preferire un sussidio di breve periodo piuttosto che i contributi per una pensione che probabilmente non vedrà mai sul lungo periodo.

Se tali condotte diventano la norma allora forse il problema non è la gestione della vita del povero (e non della povertà come fenomeno da contrastare) quanto la gestione di una ricchezza evidentemente concentrata in poche mani in uno dei dieci paesi più ricchi al mondo.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a diverse dimensioni dell’esclusione sociale che intersezionalmente si collegano fra loro: la messa in discussione della razionalità neoliberista che colpevolizza il povero perché è tale, non può non passare dalla messa in discussione della retorica antimeridionale e viceversa.

Classe 1996, Siciliano ma emigrato come tanti. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sugli effetti sociali del Workfare in Germania, oggi laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra Bologna e Berlino, mi occupo di studi intersezionali con focus nelle diseguaglianze di genere, economiche, subregionali e le loro relazioni.

Commenta per primo

Commenta