Da dove ripartire dopo lo sciopero generale

Che la nuova riforma fiscale favorisse i ricchi era chiaro da qualche tempo. Ora anche un’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio avvalora questa diagnosi. Un’ulteriore conferma che lo sciopero generale del 16 dicembre era pienamente giustificato.

Da dove ripartire dopo lo sciopero generale
Fonte: Ufficio parlamentare di bilancio

Il titolo che Cgil e Uil hanno dato alla manifestazione è stato particolarmente significativo: “Insieme per la giustizia”. All’appello hanno risposto migliaia di lavoratori, studenti, pensionati e cittadini, che sono scesi in piazza a Milano, Roma, Bari, Cagliari e Palermo.

In questo articolo faremo il punto sui temi che, anche grazie allo sciopero, stanno tornando al centro del dibattito.

Da dov’è nata la scintilla?

L’idea dello sciopero è partita dai metalmeccanici della Fiom. È stata poi la volta della Cgil, il 3 dicembre, e della Uil, il 6 dicembre. Le segreterie dei due sindacati confederali nazionali, estendendo l’appello anche alle altre categorie, hanno reso lo sciopero generale, per l’appunto. Sono state previste alcune limitazioni per garantire il rispetto delle norme che regolano il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali

I sindacati hanno criticato il governo non solo per i contenuti della manovra, ma anche per le modalità decisionali: le scelte sono state prese senza un vero dialogo. Nel merito, le critiche mosse al Pnrr e alla manovra di bilancio sono di tre ordini. 

1. Precarietà e lavoro

Una recente ricerca della Fondazione Di Vittorio (Cgil) sottolinea che il modello di crescita che stiamo perseguendo si basa su una precarietà strutturale.

“La piena occupazione” magnificata da analisti e membri del governo è fatta in realtà di “lavoro povero, intermittente, pagato con salari da fame”. “A ottobre record di precari: tre milioni e 67 mila”: ecco svelato “il segreto del rimbalzo tecnico del Pil del 6,2% dopo il crollo dell’8,9%”.

Una sorta di stravolgimento del motto “lavorare meno lavorare tutti”, che diventa “lavorare peggio lavorare tutti”, con buona pace della giustizia sociale. Se infatti proviamo a sommare precari e disoccupati otteniamo una cifra impressionante: 9 milioni.

2. Fisco e pensioni

La riforma fiscale è sotto attacco perché regressiva: i favoriti sono soprattutto i redditi medio-alti.

Possiamo prendere a prestito le parole del presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni: “In un’Italia con salari mediamente più bassi che nelle principali economie dell’Eurozona, gli under 35 e le donne sono sotto la media salariale generale e contribuiscono in modo maggioritario a ingrossare l’area del lavoro povero […] l’86,2% dei lavoratori si attesta sotto la soglia dei 35 mila euro lordi annui, cioè di quella parte che avrà anche meno benefici dalla […] riforma “.

I sindacati, che chiedevano che il bonus fiscale di 8 miliardi venisse destinato interamente a questa parte della popolazione, non sono stati ascoltati. 

Il governo, tra l’altro, ha scelto di non imporre un contributo di solidarietà ai redditi superiori ai 75 mila all’anno (altra misura che era attesa), esacerbando ulteriormente gli animi. L’articolo 53 della Costituzione dispone che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Progressività vuol dire che le aliquote devono essere, da una parte, progressivamente più alte per chi ha di più e dall’altra, sempre più basse per chi ha di meno. Il governo va in una direzione completamente opposta.

Sul fronte delle pensioni la situazione è preoccupante. Sul manifesto Roberto Ciccarelli, analizzando il rapporto annuale dell’Ocse, ha evidenziato che l’età pensionabile rischia di passare da una media di 61,8 anni a una media di 71 anni. Inoltre, “chi oggi ha tra i 40 e i 50 anni rischia di avere tra vent’anni una pensione inferiore a quella minima attuale”. Non è stata valutata dal governo nemmeno la proposta della Cgil di una pensione di garanzia, un livello minimo sotto il quale non si potesse scendere.

3. Politica industriale

Come ha messo in evidenza la segretaria della Fiom Franca Re David “un Paese come l’Italia senza politica industriale non ha futuro”. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: lo sblocco dei licenziamenti ha dato il via a una stagione di delocalizzazioni feroce. 

La Gkn a Campi Bisenzio, Saga Coffee a Bologna e poi la vertenza più recente: quella dei 270 lavoratori Caterpillar di Jesi. L’urgenza di un provvedimento antidelocalizzazioni era evidente, tanto che gli stessi lavoratori della Gkn, insieme ai giuristi democratici, già da tempo avevano scritto un proprio disegno di legge. 

Sono stati sempre gli stessi lavoratori, coadiuvati dal gruppo di ricercatori del sant’Anna di Pisa, a proporre un “Polo pubblico della mobilità sostenibile” per risollevare un settore, come quello dell’automotive, che è in grande sofferenza. 

Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica ha spiegato al Fatto Quotidiano che il loro piano “parte da una constatazione banale: da una parte Stellantis e i fornitori stanno ridimensionando le loro attività in Italia, dall’altra si parla di rilancio dell’automotive nazionale in chiave sostenibile. Le due cose non sono coerenti”

Non facevano ben sperare però le dichiarazioni del Ministro del Lavoro Andrea Orlando: “Bloccare le delocalizzazioni è impossibile, si può invece impedire che avvengano con un whatsapp”. E ancora: “Non si tratta di impedire di chiudere o spostare un’attività, questo è impossibile in un’economia di mercato”

E infatti a due giorni soli dallo sciopero viene inserito nel Ddl Bilancio un emendamento “che si limita a raddoppiare i costi del licenziamento”: di certo poco ambizioso, poco efficace e diametralmente opposto all’emendamento con cui il Senatore Matteo Mantero ha portato in Parlamento la proposta dei lavoratori GKN.

È utile soffermarci su un fatto. L’ultimo sciopero generale risale al 2014, quando sempre Cgil e Uil scesero in piazza per contrastare la sciagurata misura del Jobs Act, che aveva stravolto lo Statuto dei lavoratori. Il Jobs Act è stato un altro tema affrontato nello sciopero del 16 dicembre dal segretario della Cgil Landini: “Nel 2014 quello che parlava inglese fece il Jobs Act, spiegandoci che cancellando l’art. 18 si cancellava la precarietà. E invece oggi abbiamo più precarietà di allora”

Come ha fatto notare Marco Revelli sul manifesto, se si analizzano i dati sulla dinamica dei salari medi annuali nell’ultimo trentennio, si può notare che l’Italia si trova all’ultimo posto nell’Ocse. Quello che più stupisce è che, mentre negli altri Paesi i salari sono aumentati, solo in Italia sono diminuiti.

L'Italia è l'unico paese europeo in cui i salari sono diminuiti rispetto al  1990 - Openpolis
Fonte: Openpolis

Un altro dato è ancor più allarmante: quello delle morti sul lavoro. Proprio il 19 dicembre è crollata una gru a Torino che ha ucciso 3 operai, ma è una strage feroce che continua a mietere sempre più vittime. Come ha sottolineato Paolo Ferrario su Avvenire, sono oltre mille gli “incidenti mortali (1.017 per l’esattezza) registrati dall’Istituto di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, soltanto nei primi dieci mesi del 2021”

Si tratta di un dato in crescita, rispetto al 2021, se non si considerano le morti provocate dalla pandemia. “Con la riapertura generalizzata delle attività e il rientro in azienda della maggior parte dei dipendenti, si è registrato un forte incremento degli incidenti […] Al netto dei contagi da Sars-Cov-2, nei primi dieci mesi del 2021 si osserva un aumento complessivo del 20,6% dei casi mortali”.

Uno scenario tanto drammatico che anche il Papa ne ha parlato, alla Messa di Natale di quest’anno: “L’uomo è signore e non schiavo del lavoro. Nel giorno della Vita ripetiamo: basta morti sul lavoro!”.

Come ha evidenziato Luca Giangregorio su Kritica Economica, di questi decessi è responsabile un’azione politica […] del tutto inefficace e incompiuta”. Non si tratta di tragedie ma di eventi che si potrebbero evitare: “le risorse dell’Ispettorato sono totalmente insufficienti”, “nel 2019 l’azione di vigilanza in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro ha coinvolto circa 19.000 aziende: lo 0.5% del totale delle imprese attive nel 2018”. Ma quello che più colpisce è che “delle aziende ispezionate, l’86% ha riportato irregolarità sia penali che amministrative”

E la notizia del 19 dicembre non stupisce affatto se si vanno a leggere le dichiarazioni del direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro: “abbiamo iniziato una vigilanza da qualche mese da cui risulta che oltre 9 imprese edili su 10 non sono regolari.  

Paolo Ferrario, sempre su Avvenire, ha riportato le riflessioni dell’ex-ministro del Lavoro, Cesare Damiano, secondo il quale “la relazione tra ripresa economica e infortuni sul lavoro è evidente”. L’ex ministro, “uno dei ‘padri’ del decreto 81 del 2008 sulla salute e la sicurezza dei lavoratori”, parla di “fretta incosciente”. La critica è diretta soprattutto al bonus del 110% sulle ristrutturazioni. Damiano spiega che l’esplosione della domanda ha generato una crescita incontrollata delle imprese edili: 11mila quelle sorte negli ultimi sei mesi

Come si spiega il fenomeno? Queste nuove realtà sono spesso aziende improvvisate”, “che non hanno né manodopera né materiali“.“Fiutano l’affare senza curarsi della sicurezza”. Gravissime anche le conseguenze, in termini di vite umane “della pratica del subappalto nei cantieri: bisognerebbe “mettere al bando gli appalti al massimo ribasso, assegnando i lavori non sulla base del prezzo minore ma della maggiore qualità, che significa anche più sicurezza“.

Le reazioni allo sciopero

In una situazione simile ci si potrebbe aspettare uno sciopero a oltranza, ma sembra che aver alzato la testa una sola volta sia troppo per alcuni commentatori e personaggi pubblici. Nei giorni scorsi è stato mosso un vero e proprio attacco mediatico e politico allo sciopero generale.

Bisogna forse vergognarsi a chiedere il rispetto della Costituzione? Non afferma l’art 36.1 che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione […] in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”? E il diritto alla vita non è ancora più sacro?

Il segretario della UIL, Bombardieri ha dichiarato: “Le reazioni mi hanno colpito. Quando in un paese viene attaccato un diritto costituzionale come quello di sciopero sono molto preoccupato. Non si tratta di critiche, ma di un attacco ad alzo zero, quasi squadrista. Ci vorrebbe più rispetto per chi paga di tasca propria rinunciando alla giornata su stipendi già bassi. Il conflitto sociale fa parte del confronto democratico e della storia della nostra Repubblica”.

È bene ricordare che il diritto di sciopero è garantito dall’art. 39.1 della Costituzione, il quale afferma che l’organizzazione sindacale è libera”. Quanto è stato realizzato il 16 dimostra che i cittadini hanno ancora nelle loro mani uno strumento di partecipazione potente ed essenziale per la tenuta stessa delle istituzioni e per il buon funzionamento della vita comunitaria: i lavoratori sacrificano il loro salario incrociando le braccia, in modo da migliorare le proprie condizioni di vita e quelle della collettività.

Non possiamo che essere solidali. È allora giusto definire lo sciopero come uno strumento di democrazia diretta, essenziale per il buon funzionamento dello Stato stesso. Usiamolo!


Riferimenti:

Bergoglio, J. M. (24 dicembre 2021). Solennità del Natale del Signore, Omelia del Santo Padre Francesco . Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana.

Bonetti, A. (14 dicembre 2021). Garantire lavoro e reddito”: piano innovativo per far rinascere Gkn. Il Fatto quotidiano. 

Botti, G. Brotini, M. (9 dicembre 2021). La battaglia contro una manovra iniqua e regressiva. Il manifesto. 

Ciccarelli, R. (9 dicembre 2021). Lavorare fino a 71 anni senza una pensione degna. Il manifesto. 

Ciccarelli, R. (10 dicembre 2021). Sciopero generale: il primo tempo lo gioca la scuola. Il manifesto.

Ciccarelli, R. (15 dicembre 2021). Il segreto del rimbalzo del Pil: il lavoro precario e le paghe da fame. Il manifesto.

Ciccarelli, R. (17 dicembre 2021). Sfondato il muro del silenzio e del livore mediatico: adesioni fino all’85%. Il manifesto .«

Colombo, A. (10 dicembre 2021). Né Draghi né il garante fermano la mobilitazione. Il manifesto.

Ferrario, P. (28 dicembre 2021). Dati Inail. Oltre mille morti sul lavoro anche quest’anno . «Ecco cosa va cambiato».

Franchi, M. (9 dicembre 2021). Re David: «Lo sciopero generale risposta giusta al niente della manovra» – Intervista alla Segretaria Fiom. Il manifesto. 

Franchi, M. (15 dicembre 2021). Bombardieri: «I gufi dello sciopero rimarranno delusi: è già un successo» – Intervista al Segretario Uil. Il manifesto.

Franchi, M. Delocalizzazioni. (18 dicembre 2021). Delocalizzazioni, “buffetto” del governo alle multinazionali. Il manifesto. 

Il Sole 24 ore. (6 dicembre 2021). Manovra, Cgil e Uil proclamano 8 ore di sciopero generale per giovedì 16 dicembre. Cisl: sciopero sbagliato, serve dialogo.

Masulli, I. (17 dicembre 2021). Le delocalizzazioni sono il cuore nero del neoliberismo”. Il manifesto.

Pierro, M. (18 dicembre 2021). Irpef, dopo lo sciopero il governo non cambia. Il manifesto.

È nato nelle Marche, nel 1998. Lì ha frequentato il Liceo Classico Annibal Caro di
Fermo. Ora studia Giurisprudenza all’Università di Macerata. Da quando ha incontrato la Costituzione se ne è innamorato ed è convinto che ci sia ancora molto da fare per realizzare gli obiettivi che in quella Carta sono stati scritti. Crede che la Dottrina sociale della Chiesa sia una fonte inesauribile di saggezza, a cui attingere per costruire un mondo veramente giusto, fraterno ed umano.

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