Smart working, fra narrazione e realtà

«Dobbiamo incentivare lo smart working».

Questo è il mantra che da mesi stiamo ascoltando su tutti i canali d’informazione. Il lavoro da remoto viene presentato come il nostro futuro: c’è chi lo afferma dal 1968, come il sociologo Domenico De Masi, e chi ha dovuto aspettare la pandemia da Covid-19 per abbracciare questa nuova organizzazione del lavoro. Ma quali sono le insidie che si nascondono dietro questa narrazione?

In questo articolo proveremo a rispondere ad alcune domande fondamentali: cosa intendiamo quando parliamo di smart working? Quanto è ampio il fenomeno che stiamo trattando? Come viene ripartito il beneficio ottenuto da tale modalità di lavoro? 

Smart working: di cosa stiamo parlando?

Viene definito smart working una forma di organizzazione del lavoro da remoto senza precisi vincoli di orario o di luoghi di lavoro, effettuata tramite l’utilizzo di strumenti tecnologici. Al netto di questa definizione possiamo tranquillamente affermare che in questi mesi non si è utilizzato lo smart working, bensì una forma di telelavoro caratterizzato da orari definiti, spesso speculari a quelli d’ufficio e luoghi prefissati, non consentendo quindi la gestione flessibile del proprio lavoro.

Come riporta la Prima Indagine Cgil/Fondazione Di Vittoriosullo Smart Working, la maggioranza dei lavoratori è stata forzosamente “catapultata” in questa forma di lavoro, con problemi di spazi e tecnologie lasciati completamente a carico del lavoratore. Le norme e le definizioni dello smart working, in realtà, avrebbero una precisa collocazione all’interno del sistema legislativo italiano. La legge n.81/2017, anche detta Legge sul Lavoro Agile, comprende vari elementi fondamentali, quali la parità di trattamento economico e normativo con gli altri lavoratori, il diritto all’apprendimento permanente e la tutela in caso di infortuni e malattie professionali.

Lavoro “smart”: i numeri

Guardando al “Rapporto annuale 2020, la situazione del paese” elaborato dall’Istat2, possiamo dire molto circa la potenziale portata del lavoro agile in Italia. Il numero di occupati che potrebbe svolgere il lavoro da casa, secondo l’Istat, si attesta intorno alle 8,2 milioni di persone, ossia il 35,7% dei lavoratori totali. Per quanto riguarda le tipologie di lavoratori invece, questi rientrano all’interno dei comparti dell’informazione, comunicazione, attività finanziarie, assicurative e dei servizi d’impresa. Interessante è il caso della pubblica amministrazione: una volta tolte le forze armate, rimane circa 1 milione di lavoratori di cui il 56,5% potrebbe lavorare da remoto a fronte del 2,7% che nel 2019 ha effettivamente sperimentato tale modalità. 

Smart working, fra narrazione e realtà

Per far fronte all’emergenza Covid-19 l’impianto del mercato del lavoro nel 2020 è improvvisamente passato da 570 mila a 8 milioni di lavoratori da casa: come è successo? E quali saranno le conseguenze? Secondo una ricerca condotta da Armanda Cetrulo, Dario Guarascio e Maria Enrica Virgilito3il lavoro agile risulta essere un’opzione praticabile nel 60% dei casi da coloro che si trovano al vertice della struttura occupazionale come manager, imprenditori e legislatori, a cui vanno aggiunti i lavoratori delle professioni scientifico-intellettuali. Questo significa che nella maggior parte dei casi il lavoro agile è andato ad intervenire su quelle fasce di lavoratori che già godevano di un’elevata autonomia decisionale riguardo le proprie mansioni. A non avere accesso a questa forma di lavoro è la maggioranza dei lavoratori: fra questi, il salario medio è sensibilmente più basso, circa 1200€ mensili, rispetto coloro che godono del lavoro da casa. Si tratta di categorie come gli operatori dello spettacolo, artigiani, operai, operatori di impianti e macchine; insomma, tutta quell’impalcatura di working poor dove il virus ha aggravando situazioni di diseguaglianza già forti.

Smart working, fra narrazione e realtà

Lavoro “smart”: benefici per chi?

Confrontiamo quanto visto finora con i “punti di forza” che quotidianamente ci vengono esposti da tecnici, politici ed economisti. Sentiamo spesso parlare di coniugazione dei tempi di lavoro e di vita, maggior soddisfazione personale, eliminazione dei tempi morti, aumento della produttività e, soprattutto, riduzione delle spese aziendali4. Secondo un’indagine svolta dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, con un uso diffuso e massiccio del lavoro agile le imprese italiane potrebbero risparmiare 37 miliardi di euro.

Tuttavia, viene spesso sottaciuto il rischio di burnout che grava sulle spalle dei lavoratori, i quali vivono un confine sempre più labile tra tempo di vita e di lavoro, che può diventare man mano sempre più invasivo, fino a produrre fenomeni di isolamento sociale sempre più spinti. A causa della totale mancanza di confini tra spazi di vita e lavoro molti lavoratori hanno la sensazione di essere sommersi dai propri impegni, una sorta di “fine lavoro mai” che comporta riduzione della vita sociale, difficoltà a dormire e nuove forme di ansia sociale. In questa dinamica si inserisce prepotentemente il tema del diritto alla disconnessione, ossia la facoltà di disconnettersi dal lavoro e di non rispondere ad e-mail, chiamate o messaggi al di fuori del normale orario lavorativo. La norma italiana nell’ art.19 della già citata legge 81/2017 specifica come debbano esserci “misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche del lavoro”; questo diritto, tuttavia, ricade nella negoziazione individuale, lasciando così ampi spazi di manovra ad abusi e scorrettezze da parte del datore di lavoro. Reali e tangibili, invece, sono i benefici per le aziende, i cui costi risparmiati non scompaiono nel nulla: semplicemente vengono “scaricati” sui dipendenti che vedono aumentare le proprie utenze e che non di rado devono procurarsi da sé gli adeguati strumenti tecnologici per lavorare.

 Alla luce di questi dati, appare chiaro come il fenomeno dello smart working richieda un livello di comprensione molto più approfondito rispetto alle semplificazioni con il quale è stato affrontato dal Governo Conte e dagli organi di informazione. Una lettura più seria, se non altro, sarebbe auspicabile alla luce del profondo ridimensionamento che ci consegnano le cifre appena esposte e dei dati sull’aumento della ricchezza dei miliardari italiani durante la pandemia, a discapito dell’aumento dei nuovi poveri.

Considerazioni finali

In conclusione, abbiamo visto come in questi mesi si sia realizzato il lavoro agile in una situazione di grave emergenza mondiale e ne abbiamo cercato di evidenziare tutti i limiti e le contraddizioni. Tutto questo non ci porta certo su posizioni “negazioniste” per quanto riguarda le potenzialità di un vero smart working, soprattutto alla luce dei numerosi pregi che una misura del genere comporterebbe per l’ambiente e, qualora implementata con le dovute accortezze, per i lavoratori stessi. Ma se è vero, come molti asseriscono, che le aziende continueranno ad adottare lo smart working anche ad emergenza finita, ci auguriamo che questo strumento si configuri veramente come forma di lavoro agile e non si riveli l’ennesima trappola a danno dei lavoratori.


Note:

1 Quando lavorare da casa è… SMART?, 1° Indagine Cgil / Fondazione Di Vittorio sullo Smart working.

2 ISTAT: rapporto annuale 2020, la situazione del paese.

3 Menabò di Etica ed Economia, Il privilegio del lavoro da casa al tempo del distanziamento sociale (Armando Cetrulo, Dario Guarascio, Maria Enrica Virgilito).

4 Osservatorio Smart Working, Il Sole 24 ore.

Classe 1998, cresciuto ai Castelli Romani, attivista e militante politico. Studente a tempo perso del corso di economia e finanza all'università di Roma Tor Vergata.

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