TikTok: una miniera di dati che fa ballare Cina e Stati Uniti

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TikTok è entrata, nelle ultime settimane, nel turbine della contesa geopolitica tra Stati Uniti e Cina. Il bipolarismo tecnologico che divide le due superpotenze economiche, politiche e commerciali si estende su un ampio spettro di terreni di scontro: le reti infrastrutturali, come testimonia la battaglia per il 5G; l’innovazione di frontiera, nella quale, come ci ricorda Simone Pieranni in Red Mirror, Pechino compete come corridore di testa; la sottostante partita di intelligence per l’analisi di flussi, trend, scenari.

Ma alla base di tutto ci sono i dati: quantità inimmaginabili e incalcolabili di dati. Il petrolio del XXI secolo, l’immateriale oggetto del contendere che ha il suo equivalente ben più concreto nei data center sparsi in tutto il mondo (il più grande, in Cina, ha la taglia del Pentagono!) in cui vengono elaborati algoritmi, immagazzinate informazioni, avviati i processi per la partita economica più importante del pianeta.

In questo sta la rilevanza di TikTok: l’applicazione gestita da ByteDance è una miniera di dati. Parlano da sole le statistiche sulla sua ascesa: la versione di TikTok per il mercato cinese, chiamata Douyin, ha raggiunto i 600 milioni di utenti attivi giornalieri ad agosto, il 50% in più rispetto ai 400 milioni di inizio anno, fatturando 6,1 miliardi di dollari. Su scala globale, in primavera l’applicazione aveva fatto registrare una cifra di scaricamenti ampiamente superiore al miliardo, e si è affermata, soprattutto tra le giovani generazioni, per l’immediatezza e l’immediata consumabilità dei contenuti fruibili sulla sua piattaforma, per l’ampia discrezionalità concessa nel suo utilizzo, per la relativa facilità nel garantire viralità ai post prodotti.

TikTok è perciò entrata nel mirino dell’amministrazione Trump, che ha rilevato in essa potenziali minacce alla sicurezza nazionale: come garantire la certezza sull’utilizzatore finale dei dati associati agli account dei cittadini americani attivi su TikTok? Come tracciarne i flussi? Come valutare l’impatto drenante di TikTok sulla posizione dominante (e i dividendi informativi ad essa associati) delle piattaforme statunitensi?

La risposta a questa domanda è di matrice essenzialmente politica, e prende le forme dall’assetto proprietaio di TikTok. Zhang Yiming, il creativo fondatore di ByteDance, è un cittadino cinese che ha perfettamente cucito al suo prodotto l’abito adatto per partecipare da protagonista al valzer dei due “capitalismi politici”, adattando una versione giovanile e attraente al mercato occidentale e costruendo per la madrepatria un prodotto funzionale ai voleri del Partito Comunista Cinese che, non bisogna dimenticarlo, della crescita dimensionale, produttiva e strategica del settore tecnologico cinese è primo investitore e primo beneficiario.

Esattamente come accaduto negli ultimi decenni negli Stati Uniti. Fumo negli occhi per Washington, la quale, ha scritto su Atlante Treccani l’analista Alessandro Aresu “ritiene che siccome ByteDance deve operare in Cina secondo le regole di Pechino garantisce il loro rispetto filtrando i contenuti politici sensibili di TikTok all’estero. L’ultima edizione del corposo rapporto al Congresso della U.S.-China Economic and Security Commission riprende l’accusa di censura sulle proteste di Hong Kong, che TikTok nega, e riporta con preoccupazione il successo della app”, a cui potrebbe essersi anche iscritto un considerevole numero degli statunitensi che ha accesso a documenti riservati di vario livello delle amministrazioni federali, pari a circa 3 milioni di persone (poco meno dell’1% della popolazione nazionale).

Con TikTok cade definitivamente il mito libertario del web senza frontiere che, ce lo ha ricordato Aresu stesso di persona, è sfatabile storicamente anche nella sua nazione d’origine, gli States: “Lo sviluppo tecnologico degli Stati Uniti, dall’Ottocento al Novecento, è ben poco libertario: è una storia di enormi investimenti in conoscenza, di grandi imprese, di infrastrutturazione, di corporazioni di ingegneri, di apparati militari e di sicurezza”.

Cina e Stati Uniti simul stabunt: gli Usa non hanno mai negato di aver inserito il big tech nell’architettura del progetto di mantenimento dell’egemonia globale, ricordando ai colossi come Google, Amazon, Facebook, Oracle, Microsoft, Ibm la loro natura, in primo luogo, statunitense, cooptandoli, foraggiandoli con appalti miliardari, incentivando il processo di porte girevoli tra il mondo dell’azienda e quello istituzionale. Lo stesso fa Pechino, da Huawei a TikTok: e non a caso l’offensiva dell’amministrazione Trump su TikTok è stata, in primo luogo, finalizzata all’obiettivo di americanizzare la gestione delle sue attività. Rilanciando la partita sul capitalismo politico che sembra, inaspettatamente, pronta a riservare un primo momento di tregua armata: Oracle e la catena di grande distribuzione WalMart potrebbero entrare nel capitale di ByteDance in una fase che ha visto il bando a TikTok sul territorio statunitense rinviato al 27 settembre prossimo.

Donald Trump ha approvato l’accordo che prevede il passaggio del 20% delle quote di ByteDance a questo atipico, e tutt’altro che comprensibile, sodalizio. La soluzione finale che gli Usa prospettano non è dissimile dai paletti che la stessa Pechino impone alle aziende digitali straniere che vogliono operare sul suo mercato, condizioni che paradossalmente l’Occidente ha sempre criticato come arbitrarie e che ora la Cina si guarda bene dal sottoscrivere a parti inverse senza un attento vaglio. Ogni accordo su TikTok potrà fare scuola per altre partite, dal 5G alle tecnologie di IA e va vagliato con attenzione.

Le carte sono scoperte: la rete è nazionale, prima ancora che globale. E le due superpotenze cercano di territorializzarla. Eric Schmidt, ex ad di Google, ha previsto per il 2030 un internet bipolare diviso tra Usa e Cina, alla guida di rispettive parti divise da firewall digitali insormontabili. Potranno degli accordi formalmente “pacificatori”, in fin dei conti, avvicinare l’avverarsi di tali profezie?

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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