Trump contro Biden: si scrive post-ideologia, si legge propaganda

Molto spesso la definizione di “post-ideologia” in politica copre la volontà dei politici di coprire affermazioni senza alcun appiglio nella realtà e create come semplici artifici retorici e di propaganda. Camilla Pelosi nel contesto del dossier “AMERICANA” oggi studia la questione in riferimento al dibattito tra Donald Trump e Joe Biden.

Il dibattito politico attuale ama autodefinirsi “post-ideologico”, sottintendendo di appartenere a un’era ormai depurata da ideologie e altri mostri novecenteschi.

“Qualcuno è POST senza essere mai stato niente!” suggeriva Giovanni Lindo Ferretti già alla fine degli anni Ottanta, in SvegliamiPuò l’essere umano fare a meno dell’ideologia,  restando animale politico? Se essa rappresenta i valori e il senso comune che garantiscono il funzionamento di una società civile, il nostro periodo storico avrà pur dovuto sostituirla con qualcosa e questo qualcosa, in quanto essenzialmente non ideologico, sarà soprattutto e in primo luogo pragmatico. A livello della vita pubblica, si prospetterebbe l’avvento di una sorta di tecnocrazia illuminata: solo ed esclusivamente i fatti muoverebbero le decisioni di un elettorato finalmente razionale e ragionevole. Dato che le questioni di costume non possono appellarsi a nessuna conferma numerica che sostenga una tesi in maniera univoca, esse verrebbero cancellate dal confronto: la politica finirebbe per essere inglobata dall’economia, in quanto i principali punti quantitativi di una campagna elettorale riguardano questioni meramente economiche.

“Svegliami”, uno dei più celebri brani dei CCCP.

Chiaramente, la realtà è ben lontana da questo scenario (per fortuna, ci viene da aggiungere). L’ideologia è viva e vegeta: ha solo cambiato forma. Come i servizi, i mezzi di comunicazione e le relazioni umane, si è smaterializzata, ma proprio grazie alla perdita di consistenza è ormai in grado di infilarsi in ogni interstizio della nostra struttura percettiva del reale. Non fa più capo ai fardelli ingombranti e problematici dei dogmi politici del passato, dove serviva da spartiacque per dividere il mondo in due chiaramente distinguibili sfere di influenza; è più sfaccettata, e quindi più difficile da riconoscere. Trova il proprio strumento privilegiato nei media, meccanismi pervasivi e onnipresenti che ben si adattano alla sua tendenza a curvare la realtà con l’angolatura desiderata. Ha un’inclinazione particolare per l’angolo piatto: data l’immediatezza del messaggio mediatico, procede per immagini fugaci, che tuttavia, se sapientemente manipolate, sono in grado di manovrare i recipienti tanto quanto gli indottrinamenti di partito del secolo scorso. L’ideologia non è morta, ma se ci aggrada possiamo riferirci ad essa con un nome che meglio le si addice nel contesto attuale: imagologia.

Le più recenti teorie postmoderne hanno concettualizzato la società capitalista contemporanea come proliferazione e disseminazione di immagini. Il reale non è soltanto ciò che può essere riprodotto, ma ciò che è sempre già riprodotto. Il reale è iperreale.[1]

 Se l’ideologia ci sembra morta, è soltanto perché è diventata indistinguibile dal vissuto. Rovesciando i rapporti di predicazione, possiamo arrivare a dire che, piuttosto, è la realtà ad essere morta: uccisa per motivi ideologici.

Le prove dell’assassinio della realtà – ovvero, della persistenza dell’imagologia, o ancora meglio dell’iper-ideologia – sono ovunque attorno a noi. Esse sono più evidenti là dove a dominare dovrebbero essere i fatti: se prima abbiamo detto che in un mondo post-ideologico la politica verrebbe fagocitata dall’economia, in quanto disciplina che meglio si presta alla modellizzazione matematica, di fatto assistiamo all’opposto. La scienza sociale tradizionalmente considerata più “tecnica” si trova in balia di slogan assolutamente arbitrari e quanto più lontani dall’elegante purezza del dato.

Un esempio concreto ci aiuterà a definire meglio il concetto: la campagna elettorale americana. Se la nostra tesi è valida, analizzando il programma economico dei candidati alla presidenza, dovremmo individuare una netta discrepanza tra promesse e azioni, non soltanto a seguito di constatazioni ex post sul loro operato, ma anche solo limitandoci a un’analisi ex ante delle loro proposte, in quanto la realtà non emerge mai nella sua essenza ma sempre in luce dell’iper-ideologia.

Prendiamo il presidente uscente, il quale ha avuto quattro anni per passare dalle parole ai fatti. Tra la miriade delle più o meno plausibili dichiarazioni di Donald Trump, concentriamoci su quelle proposte che più da vicino e concretamente dovrebbero toccare l’elettorato – le proposte meno ideologiche, insomma. Due cavalli di battaglia in tal senso sono stati i tagli delle aliquote sui profitti di impresa e la creazione di 25 milioni di posti di lavoro in dieci anni. Di seguito, due estratti particolarmente significativi in tal senso:

Every decision on trade, on taxes, on immigration, on foreign affairs, will be made to benefit American workers and American families. (…) We will bring back our jobs. We will bring back our borders. We will bring back our wealth. And we will bring back our dreams.”

Inaugural address (Friday, January 20, 2017)

“Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sugli affari internazionali, sarà fatta a beneficio dei lavoratori americani e delle famiglie americane. (…) Riavremo i n ostri lavori. Riavremo i nostri confini. Riavremo la nostra ricchezza. E riavremo i nostri sogni.”

“I am proposing an across-the-board income tax reduction, especially for middle-income Americans. This will lead to millions of new and really good-paying jobs. The rich will pay their fair share, but no one will pay so much that it destroys jobs, or undermines our ability as a nation to compete. (…) For many American workers, their tax rate will be zero. (…) Under my plan, no American company will pay more than 15% of their business income in taxes. In other words, we’re reducing your taxes from 35% to 15%.”

Speech at Detroit Economic Club, 2016

“Propongo una riduzione generalizzata delle imposte sul reddito, in particolare per gli americani a reddito medio. Questo porterà alla creazione di milioni di nuovi posti di lavoro ben retribuiti. I ricchi pagheranno la loro giusta parte, ma nessuno pagherà così tanto da distruggere posti di lavoro o da compromettere la nostra abilità di competere come nazione. (…) Per molti lavoratori americani, l’aliquota fiscale sarà dello zero per cento. (…) Secondo il mio piano, nessuna azienda americana pagherà più del 15% del proprio reddito di impresa in tasse. In altre parole, ridurremo le vostre tasse dal 35% al 15%”.3

Domanda numero uno: le premesse da cui si muovono i discorsi di Trump sono suffragate da dati reali o ci muoviamo fin dall’inizio in un contesto manipolatorio? Chiaramente la seconda. La disoccupazione in America nel 2016 non era a livelli drammatici come quelli descritti e tantomeno gli imprenditori soffocavano tra le maglie delle tasse federali.

Donald Trump aveva ereditato dall’amministrazione Obama un’economia che stava crescendo, per quanto lentamente, con un mercato del lavoro che sfornava 200 000 nuovi posti di lavoro al mese. Come sottolineato da Arnie Seipel, political editor di NPR, l’aliquota d’imposta federale per le imprese era al 35%, ma il Congressional Research Service ha trovato che nel 2014 la media effettiva si aggirava intorno al 27% e il Government Accountability Office ha calcolato nel 2010 che le aziende redditizie pagavano tasse federali corrispondenti al 13% del fatturato.

Domanda numero due: in che cosa si è tradotto, in concreto, questo audace spirito di deregolamentazione? Di fatto, nello smantellamento di tutte le tutele pubbliche introdotte dall’amministrazione Obama, in particolare nei settori ambiente, lavoro e sanità. Secondo Josh Bivens dell’Economic Policy Institute, l’assunzione secondo cui libero mercato e progressivo abbattimento dei limiti all’iniziativa economica privata è sinonimo di prosperità e crescita si è dimostrata fallace. Gli Stati Uniti post-Trump sono meno attenti all’arginare il cambiamento climatico e più indulgenti verso le aziende che sfruttano i propri dipendenti, ma tutto ciò non si è tradotto in una maggiore efficienza. Non erano le regolamentazioni a costringere l’industria a seguire schemi poco produttivi, a quanto pare, dal momento che gli investimenti sembrano semmai in discesa durante l’era Trump. “Gli investimenti negli Stati Uniti nel 2018 erano aumentati circa il 6 per cento; nel 2019 sono letteralmente crollati al 2 per cento circa” commentava Paolo Guerrieri lo scorso febbraio.

Dal momento che la ricetta proposta non si è rivelata vincente alla prova dei fatti– e se aggiungiamo la disastrosa gestione della pandemia negli ultimi mesi, la litote è riduttiva – il presidente dovrà escogitarsi qualche novità davvero allettante per convincere di nuovo il proprio elettorato, ci viene da pensare. Eppure, il programma repubblicano datato 2020 non presenta grossi punti di discontinuità col precedente. Secondo il presidente, i tagli delle tasse hanno portato a un innalzamento record del mercato azionario; tutti i side effects sopra citati non sono presi in considerazione dall’iperrealtà di matrice trumpiana, e ciò che manca di rappresentazione non ha titolo d’esistenza

Appare dunque evidente la natura fortemente ideologica del messaggio politico: parte del popolo americano, quello che si identifica, in astratto, con i valori di cui Trump è simbolo – machismo da salotto, arrivismo ottimistico da Nuova Frontiera, ecc.  – è disposta a sacrificare la realtà sull’altare della rappresentazione. Non possiamo fare a meno di credere ciecamente in qualcosa e l’iper-ideologia ci fornisce tutto l’occorrente per farlo: soluzioni, problemi e nemici fabbricati a tavolino. A differenza dell’ideologia novecentesca, non si rifà nemmeno a più elevati principi astratti ai quali dovere una parvenza di coerenza. L’iper-ideologia è un’ideologia senza idee.

L’iper-ideologia genera effetti quasi parossistici quando si arriva al confronto diretto con l’avversario. Durante il secondo dibattito presidenziale, Donald Trump accusa per l’ennesima volta Joe Biden di voler instaurare una “socialized healthcare”, cedendo alle pressioni dell’ala più radical del suo partito, guidata da Bernie Sanders. Come a questo punto dovrebbe apparire scontato, si tratta di un’accusa infondata: la Bidencare è ben lontana da una completa statalizzazione del sistema sanitario e garantisce ai cittadini la possibilità di scegliere una copertura privata. Il candidato Dem sospira, frustrato: “He’s a very confused guy. He thinks he’s running against somebody else. He’s running against Joe Biden.” “È un tipo molto confuso. Pensa di essersi candidato contro qualcun altro. È candidato contro Joe Biden.”

In questa frase troviamo cristallizzato lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, del 2020. Il messaggio politico è ormai ab origine propaganda. Trump non sta semplicemente distorcendo le proposte di Biden per gettarlo in cattiva luce: le sta creandonell’esatto momento in cui le solleva nel dibattito, rendendole quindi iperrealtà attraverso la propria mediazione. È irrilevante l’identità di chi si trova de facto di fronte a lui. Come due pugili bendati, i due candidati si scagliano contro la rappresentazione che hanno l’uno dell’altro; non colpiscono che aria. Gli spettatori intorno, d’altra parte, non sembrano farci caso. Il mondo è come se lo mettono (o glielo mettono?) in testa.


  1. La Trumpnomics ha funzionato davvero?– di Andrea Muratore.
  2. La Cina assedia l’egemonia statunitense – di Davide Amato.
  3. Trump e la Cina: un braccio di ferro lungo quattro anni – di Gino Fontana.
  4. Non solo “Stato minimo”: come funziona la burocrazia negli Usa – di Lorenzo Castellani.
  5. La sporca guerra contro Cristoforo Colombo – di Andrea Muratore.
  6. Il peso elettorale decisivo dei cattolici americani– di Emanuel Pietrobon e Andrea Muratore.
  7. L’agenda di Biden per la politica estera statunitense – di Marco D’Attoma
  8. Il futuro delle politiche statunitensi in Medio Oriente – di Annachiara Ruzzetta
  9. “Consuma et impera”: la crisi ecologica secondo l’amministrazione Trump – di Francesco Giuseppe Laureti.
  10. Trump contro Biden: si scrive post-ideologia, si legge propaganda – di Camilla Pelosi.
  11. Continuità o transizione? Le elezioni Usa e la politica energetica – intervista a Gianni Bessi

Riferimenti:

[1] Jean Baudrillard,  Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano, 1979

Ligure di nascita e temperamento, bocconiana per ironia della sorte. Imperativo categorico in gonnella.

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