La lunga marcia verso il vaccino è una questione di politica industriale

Nella giornata del 9 novembre la multinazionale farmaceutica Pfizer, assieme all’azienda tedesca BioNTech, ha annunciato avanzamenti significativi nella corsa al vaccino contro il Covid-19. La notizia ha acceso, comprensibilmente, entusiasmi e speranze, dato che la politica, le società occidentali e gli operatori economici hanno affidato alla discesa in campo di uno o più vaccini efficaci la possibilità di un ritorno effettivo alla normalità. In particolare, ad interiorizzare le aspettative sono state le borse, caratterizzate da un rally rialzista.

Dopo l’ondata di entusiasmo, è tuttavia necessario rimettersi con i piedi per terra e studiare le implicazioni strategiche e le necessità industriali, logistiche e organizzative richieste da un’eventuale distribuzione del vaccino (o dei vaccini) che entreranno in produzione e saranno, si auspica, messi in circolazione nei primi mesi del 2021.

La produzione complessa dei vaccini

La produzione e la ricerca in ambito vaccinale avvengono sulla base di articolati partenariati pubblico-privati, che se nel caso dello sviluppo dei vaccini si manifestano nel sostegno da parte degli Stati o delle istituzioni internazionali alla ricerca di base (e il caso Pfizer-BioNTech ha forte conferme sia sul fronte europeo che su quello statunitense) sul fronte produttivo-logistico prendono la forma di accordi quadro per la realizzazione e la distribuzione.

Il primo nodo, pensando alla distribuzione futura del vaccino contro il Covid-19, è proprio quello della manifattura dei prodotti vaccinali. La produzione dei vaccini richiede infatti procedimenti complessi, macchinari altamente sofisticati per la “coltura” delle dosi, tempi lunghi di installazione. Torna utile rileggere un interessante reportage de Il Sole 24 Ore dall’impianto francese della Sanofi Pasteur di Val du Reuil, in Normandia, che ogni anno produce circa il 40% dei vaccini antinfluenzali somministrati nel mondo, che mostra la lunghezza e l’imponente continuità del processo, dalla coltura dei vaccini utilizzando le uova come veri e propri incubatori biologici, o in altri casi sfruttando sistemi cellulari, alla preparazione per la spedizione in appositi camion refrigerati, attraverso processi vagliati con continuità e attenzione.

Logico dunque pensare che per arrivare a una copertura globale in tempi ragionevoli è inattuabile pensare a una semplice moltiplicazione degli impianti necessari alla produzione di vaccini, che dovrà dunque focalizzarsi sull’esistente. In questo contesto un ruolo strategico lo assumerà, oltre all’Europa, l’India: il Vecchio Continente produce circa tre quarti dei vaccini anti-influenzali del pianeta, ma a livello globale, come ha ricordato recentemente il Guardian, è l’India a disporre del 60% della capacità produttiva assoluta di vaccini e farmaci.

Il Subcontinente Indiano risulterà strategico crocevia della manifattura dei vaccini: Johnson&Johnson ha già annunciato che 500 milioni di dosi del suo vaccino, se entrerà in produzione, saranno prodotte dall’indiana Biological E; analoghi accordi hanno stretto la Russia, col suo vaccino Sputnik V, con il gigante del biotech Dr. Reddy’s, e l’Università di Washington con la Bharat (per un miliardo di dosi). A questa disponibilità produttiva le autorità indiane hanno già fatto intendere di voler attingere garantendo alla popolazione del Paese metà della produzione e garantendone solo il restante 50% all’esportazione nel resto del mondo.

In questa direzione si è mosso il Serum Institute di Pune, che è capace di produrre un miliardo e mezzo di fiale all’anno, un quarto del mondo intero, e sul tema della corsa contro il Covid-19 si è aggiudicato una previsione di mezzo miliardo di dosi del vaccino di Oxford. L’ad dell’azienda Cyrus Poonawalla, ha stretto con il governo indiano un accordo che gli garantisce almeno metà della produzione e offre il restante all’export verso Paesi in via di sviluppo. “Pochi al mondo possono produrre vaccini al nostro prezzo, alla nostra scala e alla nostra velocità” ha dichiarato Poonawalla al New York TimesE il sovranismo sanitario del governo di Narendra Modi, in questo contesto, è garantito dall’indispensabilità del Paese nel processo. Pfizer non ha ancora annunciato dove avverrà un’eventuale produzione futura, ma le economie di scala in questo contesto non sono creabili ex novo e vanno garantite in maniera certa.

La partita della logistica

Fatto il vaccino, bisognerà distribuirlo. E non sarà una sfida facile. La distribuzione del vaccino per il Covid-19 nel mondo si prospetta come la più importante sfida nella storia recente della logistica.

Il primo tema è quello della conservazione del vaccino. Alcune delle fiale di vaccino infatti hanno bisogno di essere conservate a temperatura di frigo (fra 2 e 8 gradi). Invece – a seconda del metodo di preparazione – devono restare a temperature che possono arrivare ai -80°C dalla fabbrica fino all’iniezione, pena il deperimento. Se la catena del freddo si interrompe, l’etichetta cambia colore e il vaccino diventa inutilizzabile. Sta di fatto che il vaccino Pfizer appartiene a questa seconda categoria, dovendo esser conservato attorno a -75°C. Questo perchè, come ha ricordato Paolo Mauri su Inside Over, “si tratta, infatti, di un vaccino ad mRna (chiamato Bnt162b2) che è diverso da quelli più comuni, che sono a Dna e richiedono semplicemente la conservazione a pochi gradi sopra lo zero e restano stabili, a quelle temperature, per molto tempo (dai 12 mesi ai sette anni)”.

Fattispecie che, secondo un report della società di logistica DHL, impedirebbe a due terzi dell’umanità di poter anche solo aver accesso alla possibilità di ricevere il vaccino. I frigoriferi necessari per conservare a quella temperatura i vaccini sono rari e costosi anche nei Paesi più ricchi.

Come ovviare a questa situazione? Pfizer e BioNTech hanno cercato di affrontare questi problemi progettando delle speciali scatole di spedizione riutilizzabili delle dimensioni di una valigia in grado di conservare tra 1.000 e 5.000 dosi di vaccino a temperature di congelamento per un massimo di una decina di giorni, di cui bisognerà testare l’efficienza. Per arrivare a soluzioni più creative: in Africa si lavora a refrigeratori alimentati dall’energia solare, in alcuni Paesi in via di sviluppo si parla addirittura di riconvertire i camion per il trasporto dei gelati. Anche in queste condizioni, per Dhl, 2,8 miliardi di persone potrebbero non ricevere il vaccino per mancanza di freddo.

E la stessa circolazione globale delle dosi è un’impresa che si preannuncia colossale: DHL ha stimato che per portare in tutto il mondo il vaccino potrebbero essere necessari 15mila voli di cargo intercontinentali contenenti in tutto 15 milioni di contenitori. Per fare un paragone tra necessità e disponibilità, l’intera flotta di aerei cargo negli Stati Uniti è di circa 900 unità, mentre la Iata (International Air Transport Association) ha calcolato che anche caricando di vaccini i jumbo jet sarebbero necessari 8mila voli (a fronte di 400 aerei disponibili).

L’Italia e il vaccino

In questo contesto bisogna valutare anche come l’Italia può arrivare nel migliore dei modi ad affrontare la sfida della distribuzione globale dei vaccini. Repubblica ha recentemente riportato che Roberto Speranza, ministro della Salute del governo Conte, avrebbe incontrato a fine ottobre i vertici di Pfizer e concordato la fornitura di 3,4 milioni di dosi, sufficienti a immunizzare 1,7 milioni di persone. Mentre sul fronte degli accordi negoziati dall’Unione Europea ammonterano a 27,2 milioni le dosi di vaccino Pfizer che andrebbero assegnate all’Italia sulla prima tranche di acquisto che la Commissione sottoscriverà con le case produttrici, il 13,51% della quota complessiva.

Ma l’Italia ha un piano per la conservazione e la capillare distribuzione dei vaccini? In Italia attrezzati per distribuire capillarmente (camioncini verso ASL e farmacie) 9 milioni di vaccini antiinfluenzali (dati 2019) però a “temperatura frigo”. Diversa cosa sarebbero decine di milioni di dosi da distribuire col rischio di dover gestire temperature estremamente basse.

Alessandro Albertini, presidente di Anama – Associazione Nazionale Agenti Merci Aeree, associazione, che fa parte di Confetra – Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica – ha invitato il governo italiano a predisporre un piano logistico emergenziale per portare il vaccino alla disponibilità degli italiani. Questo impone ragionamenti su diverse questioni: come valutare la capacità di conservazione delle dosi? Come sciogliere il dilemma di chi dovrà garantire la vaccinazione? Risulta realistico arrivare in maniera capillare alle farmacie o è più strategico pensare ad hub in grado di operare su scala più grande?

Il governo ha fatto una stima dei mezzi (dai cargo privati a quelli delle forze armate, passando per camion, autocarri etc.) e delle priorità operative per portare il vaccino in tutto il Paese? Abbiamo predisposto strategie di politica industriale per drenare verso il nostro tessuto biotech e farmaceutico una quota anche minima della produzione? Siamo un componente importante di una lunga catena, e non possiamo improvvisare. A queste domande il governo dovrà, presto o tardi, rispondere con azioni politiche. Gli annunci e i lanci di agenzia non bastano a vincere la sfida del vaccino.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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