Il vaccino è una questione di Stato

Il vaccino per il coronavirus è un affare di Stato. E non parliamo solo di “ragion di Stato”, interesse nazionale e competizione tra i diversi sistemi-Paese per vincere la corsa a mandare in campo, per primo, un vaccino capace di immunizzare contro il Covid-19. Parliamo del fondamentale ruolo assunto dagli investimenti pubblici nella mobilitazione di risorse a favore della ricerca biomedicale e della rapida corsa all’innovazione che sta contraddistinguendo le risposte economiche alla crisi del Covid  dei paesi di tutto il mondo.

Il Covid-19 mette in crisi le strutture del mercato, richiama in campo gli Stati, valorizza i disegni di politica industriale, di investimento, di sviluppo di lungo periodo. E rafforza ulteriormente la presenza della “mano visibile” dello Stato come volano della ricerca scientifica, che diventa asset ancor più strategico.

Non è la pandemia a portare le autorità pubbliche a interessarsi di ricerca medica, settori biomedicali, filiere strategiche nel settore, non è il Covid-19 a rendere i vaccini oggetto di forti investimenti: ma anche in questo contesto il coronavirus ha funto da virus acceleratore.

La grande corsa degli Stati

E in tutti i principali Paesi attivi nella ricerca e nello sviluppo dei vaccini l’intervento pubblico è stato sia un utile volano che una premessa fondamentale: una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo, Scientific American, ha evidenziato il contributo dato dal National Institute of Health a tutte le ricerche sui vaccini a mRNA, un settore che il tradizionale comparto farmaceutico aveva poco interesse a sviluppare negli anni passati, rivelatesi pioneristiche per poter metter in campo vaccini prossimi al rush finale come quello di Moderna.

È nei laboratori delle università pubbliche che si plasmano ricerche di frontiera, è nella capacità degli Stati di promuovere mobilitazioni di capitale pubblico in questa direzione che si gioca la partita più importante.

Valerio Grassi, fisico che è stato tra i contributori alla scoperta del bosone di Higgs al Cern di Ginevra, ha spiegato a Osservatorio Globalizzazione che uno Stato deve impostare una politica scientifica seria premiando i progetti che meritano di contribuire al progresso e a risultati concreti.

Il caso degli Stati Uniti con le proteine per i vaccini a mRna è un esempio concreto. E un sondaggio del 2018 condotto dalla Bentley University ha rilevato la “mano” pubblica in tutti i 216 progetti di nuovi farmaci approvati dalla Food and Drug Administration, che avrebbero, secondo le stime più attendibili, giovato di 100 miliardi di investimenti e garanzie statali. Ma non finisce qui.

I governi hanno contribuito, negli ultimi mesi, ad accelerare la ricerca avviata sulle basi già esistenti mettendo in campo ingenti risorse. In questo processo anche  il governo italiano si è inserito con forza nelle ultime settimane annunciando di esser pronto a entrare nel capitale di società nazionali intente allo sviluppo del vaccino e mettendo sul campo per questo obiettivo 380 milioni di euro distribuiti tra quest’anno e il prossimo, gestiti dal commissario Arcuri, per mezzo del Decreto Agosto. La prima società interessata da queste politiche potrbbe essere Reithera, la biotech di Castel Romano (controllata dalla svizzera Keires Ag) che ha già ricevuto finanziamenti dal ministero dell’Università e dalla Regione Lazio.

Pfizer/BioNTech: un vaccino “pubblico”

Il vaccino Pfizer/BioNTech rappresenta una summa di questi processi. L’azienda statunitense Pfizer sostiene di non aver ricevuto fondi pubblici nel contesto del programma Warp Speed dell’amministrazione di Washington, ma ha raccontato una mezza verità. Citizen.org ha rivelato che una delle proteine spike utilizzata nel vaccino tedesco-americano è proprio legata alle ricerche pubbliche compiute oltre Atlantico.

E BioNTEch, colosso tedesco del biomedicale, è stata fortemente sostenuta da attori pubblici. Per la precisione sono intervenuti un grant dell’European Research Council, che anche l’economista Andrea Roventini ha dichiarato essere un esempio virtuoso di partenariato pubblico-privato, finanziamenti a fondo perduto per 375 milioni di euro dal governo tedesco di Angela Merkel e fondi per 100 milioni di euro dalla Banca Europea degli Investimenti.

L’intervento della Bei, il “gigante nascosto” d’Europa, è per molti progetti garanzia di successo. La Bei opera sia tramite venture capital che attraverso coperture dirette ai progetti per mobilitare una leva vantaggiosa di spesa pubblica e privata in investimenti dall’alto valore strategico: a reti idriche, connessioni digitali, centrali energetiche e impianti per la transizione ecologica ora si sono aggiunti anche i vaccini e i prodotti biomedicali.

La grande corsa di Usa e Cina

Negli Usa il programma Warp Speed ha portato miliardi di dollari di sostegno alle case farmaceutiche. A Novavax, come raccontato in un articolo di Start Magazine, sono andati 1,6 miliardi di dollari, mentre al contempo Washington ha finanziato AstraZeneca (che lavora con Oxford e Irbm) con 1,2 miliardi di dollari; Moderna con 483 milioni di dollari; Janssen con 456 milioni di dollari.

Non da meno, come c’era da aspettarsi, l’impegno cinese. La Cina ha messo tutte le sue strutture pubbliche, dall’esercito all’industria di Stato, al servizio dell’obiettivo. Nature rivela il ruolo crescente giocato dalle forze armate, non a caso depositarie di strutture, competenze e risorse tali da poter metter in campo una ricerca vincente. Sinovac, CanSino Biologics e Sinopharm, le tre aziende guida nel Paese, hanno forti legami con il capitalismo di Stato dell’Impero di Mezzo.

Sinopharm, un gigante da 150mila dipendenti e oltre 35 miliardi di dollari di fatturato, è controllata dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà dello Stato cinese. In Sinovac, invece, il 13% è di proprietà di una società legata alla Peking University, mentre interessanti e da studiare sono i legami con la banca giapponese SoftBank, che nella Silicon Valley ha dimostrato la sua grande predisposizione a puntare sull’aggancio tra i frutti delle grandi ricerche a guida pubblica e l’ingresso nel mercato dei loro frutti e che nell’azienda possiede il 15% tramite la controllata di Hong Kong Saif Capital Partners.

Ma realizzare il vaccino non sarà che il primo stadio. Si aprirà presto una partita di manifattura biomedicale e logistica senza precedenti nella storia dell’umanità, che richiederà elevate capacità industriali e di programmazione. Joe Biden ha già annunciato che gli Stati Uniti entreranno nel programma globale Covax, che per ora ha raccolto 7 miliardi di dollari di finanziamenti, un primo passo verso i 35 miliardi che per il Financial Times saranno necessari per distribuire nei Paesi in via di sviluppo il vaccino. Da segnalare che anche la Banca Mondiale ha di recente aperto una linea di credito da 12 miliardi di dollari per contribuire alla necessità.

Il vaccino, un bene pubblico globale

In questo contesto appare necessario difendere la natura di bene pubblico globale del vaccino. Esiste un punto di caduta fondamentale nella questione: come il settore farmaceutico, sotto il profilo industriale e produttivo, reagirà all’elevata crescita di finanziamenti e stimoli economici alla sua attività? Il vaccino come bene pubblico globale va difeso e, in questo contesto, i governi dovrebbero farsi carico della gestione del processo distributivo, dell’appiattimento dei costi, dell’armonizzazione delle forniture.

La disanima qui fatta non vuole in alcun modo sminuire il ruolo giocato dai gruppi del settore farmaceutico nel promuovere investimenti miliardari nei vaccini contro il coronavirus, ma sottolineare il decisivo ruolo di catalizzatore della programmazione pubblica. Ruolo che deve dunque esser corrisposto da un processo trasparente e dall’assenza di possibilità di guadagno speculativo su brevetti futuri destinati ad esser alimentati da grandi aiuti di matrice statale o legata ad organizzazioni internazionali.

Non è, in questo contesto, accettabile che la la Commissione europea scelga di tenere nascosti gli accordi con le prime case farmaceutiche con cui ha siglato un’intesa, accordo che  tra l’altro va di pari passo con gli annunci delle case stesse dei prezzi dei loro vaccini. Il messaggio  qui sottinteso è che neanche in questi casi le autorità europee decidono di governare le logiche del mercato. E visto che poche questioni sono “affare di Stato” tanto quanto il vaccino, questo è un tema su cui si rischiano incomprensioni politiche d’ampia portata.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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